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    A Roma la mostra del progetto di residenze d’artisti a cura di Francesco Zizola

    Al Mattatoio di Testaccio torna la mostra di quello che è il secondo anno del progetto di residenze d’artisti a cura di Francesco Zizola

    Al via a Roma, al Mattatoio di Testaccio, fino al 19 novembre, la mostra di quello che è il secondo anno del progetto di residenze d’artisti a cura di Francesco Zizola, che per la prima edizione si era chiamato Collezione Roma. Quattro fotografi internazionali sono stati invitati a raccontare Roma, dopo un periodo di totale immersione nella città. Ne abbiamo parlato con il curatore.

    © Alfred Seiland

    La mostra FOTOGRAFIA. Olivia Arthur, Antonio Biasiucci, Max Pinckers, Alfred Seiland per Roma è il risultato di un progetto di residenza artistica, volto a raccontare la città eterna, a cura tua e promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, in collaborazione con 10b Photography. È il tuo secondo anno come curatore del progetto…
    Sì, inizialmente, quando mi è stato affidato nel 2019, il progetto si chiamava Collezione Roma e c’è già stata, infatti, all’inizio del 2021, la prima esposizione delle precedenti residenze. FOTOGRAFIA. Olivia Arthur, Antonio Biasiucci, Max Pinckers, Alfred Seiland per Roma è la seconda. Per un totale di nove residenze d’artista dal 2019 ad oggi. Non è stato facile portarle avanti, ricordando soprattutto la pandemia che il mondo ha vissuto gli anni scorsi, ma non ci siamo comunque fermati. 
Nello specifico l’influsso dell’epidemia da COVID 19 lo si è riscontrato, soprattutto, nei lavori dei quattro fotografi ora in mostra: Olivia Arthur, Antonio Biasiucci, Max Pinckers, Alfred Seiland. Per questo motivo, i fotografi coinvolti, oltre a misurarsi con Roma come entità non solo urbana, ma anche culturale e storica, hanno aggiunto un altro livello di lettura, proprio in virtù della situazione eccezionale che noi tutti ci siamo trovati a vivere.

    © Antonio Biasiucci

    Con che metodologia sono stati scelti gli autori?
    Come da tradizione, come si era soliti procedere per la Commissione Roma, ideata e curata da Marco Delogu, la scelta degli autori si è basata prima di tutto sulla rilevanza curriculare degli autori, su profili di alto livello, oltre che sulla mia volontà di scegliere un autore italiano (Antonio Biasiucci) e sulla necessità di dare la giusta rilevanza anche ad una fotografa donna (Olivia Arthur).

    © Max Pinckers

    Ci vuoi raccontare i progetti?
    Olivia Arthur si è concentrata sul volto più intimo della città, una Roma contemporanea ma allo stesso tempo antica, entrando nelle case, raccontando le persone e le loro storie, i loro corpi. Nonostante le difficoltà legate alle restrizioni pandemiche è riuscita ad entrare in un dialogo serrato con la popolazione romana e con la loro vita. Inoltre reputo molto interessante l’idea allestitiva e progettuale di Olivia che ha voluto intervallare ai ritratti di grande formato alcuni flash di vita romana di piccole dimensioni che si aprono su stampe a sfondo nero.
Il lavoro di Max Pinckers, invece, segue quella che è la sua poetica abituale, una visione sicuramente più concettuale di Roma e del linguaggio fotografico. Con lui abbiamo ragionato molto sulla possibilità di raccontare la città eterna tramite una decostruzione della visione neorealista cinematografica, una visione che aveva fossilizzato l’immaginario della città, cercando di conferirle la modernità del linguaggio fotografico con uno studio vero e proprio sull’immagine. Il progetto che è scaturito dalla residenza di Max è a tutti gli effetti un progetto meta-fotografico che racconta non solo Roma, ma anche l’autore stesso e il suo linguaggio. 
Alfred Seiland, fotografo austriaco, ha approfondito il rapporto tra le vestigia della Roma Imperiale e il paesaggio contemporaneo contaminato o non contaminato dall’uomo. In questo dialogo si inseriscono le sue immagini di grande formato, prodotte con il banco ottico, iperdefinite e stranianti. Quello che mi interessava del lavoro di Steiland era anche il grande formato delle immagini, per consentire allo spettatore di misurarsi in un rapporto anche molto fisico con la stampa, l’immagine stampata e l’oggetto fotografico. 
Antonio Biasiucci, infine, ha raccontato Roma, continuando una ricerca che gli è propria, attraverso l’analisi del patrimonio archetipico della romanità e della storia romana, raccontando delle sue origini pagane e pre-cristiane, documentandone i resti e le archeologie rimaste. Biasiucci fotografa un territorio in cui cultura, storia e natura si fondono in un dialogo profondo e drammatizzato, con uno stile ci ha insegnato a conoscerlo nel tempo.

    © Alfred Seiland

    Tra tutti e quattro i progetti quello che probabilmente ha risentito più dell’influsso della pandemia, sia a livello organizzativo/logistico sia rappresentativo, è quello di Olivia Arthur. È così?
    Sicuramente Olivia ha trovato nell’epidemia l’occasione per approfondire la sua narrazione di corpi e di dimensioni psichiche interiori, riportandoci alla mente la sensazione, che tutti abbiamo provato durante il lockdown, relativa alla necessità di riempire i vuoti di una solitudine forzata. Attraverso la rappresentazione dei dettagli degli sguardi, dei gesti, delle mani, dei vuoti attorno ai corpi rappresentati, è riuscita a ricreare quel vissuto condiviso, che non appartiene solo ai soggetti che lei ha ritratto, ma a tutti noi. 
Però anche Antonio Biasiucci manifesta chiare le tracce della pandemia nel suo lavoro: nelle sue immagini si percepisce come il rapporto complesso con la natura da parte della Roma Antica ritorni fortemente attuale durante il periodo di isolamento causato dall’epidemia.

    © Olivia Arthur

    Al di là del focus comune su Roma, sull’intento di raccontare la città eterna, c’è qualcos’altro che funge da fil rouge tra i quattro progetti?
    I quattro progetti sono effettivamente quattro progetti che interpretano Roma, ma sono tutti, ognuno a proprio modo, lavori che ruotano attorno anche al concetto di cosa è oggi la fotografia, o meglio di cosa può essere oggi la fotografia.

    © Antonio Biasiucci

    Tra i quattro autori Pinckers e Biasiucci hanno sicuramente la visione più concettuale, in cui a manifestarsi è prima di tutto il loro linguaggio, il loro stile, rispetto al racconto su Roma…
    Io penso, invece, che in entrambi gli autori prima di tutto ci sia la volontà di raccontare la città e anche coinvolgerla. Pinckers, ad esempio, ha usato soggetti romani e i luoghi ritratti richiamano la Roma cinematografica che Max voleva far rivivere. Certo, il suo è un lavoro di destrutturazione concettuale del linguaggio fotografico e dei miti del linguaggio fotografico, come, nel caso specifico, il concetto della fotografia come attimo fuggente, come attimo unico e irripetibile. Le fotografie sono state fatte, con diverse macchine fotografiche, in sincrono e rappresentano lo stesso preciso istante secondo prospettive diverse. La sua è una ricerca filosofica in una Roma mitologica, non a prescindere da Roma. 
Per Biasiucci, invece, il suo stile è ovviamente riconoscibile, la sua drammatizzazione, ma non è stato esente da una profonda immersione nelle origini pre-cristiane di Roma.

    © Max Pinckers

    Di Olivia Arthur mi ha colpito un’immagine specifica, quella di una donna che tiene in braccio un bambino, su cui si aggrovigliano delle mani che emergono dall’ombra. È solo una mia suggestione o è un chiaro riferimento alla Migrant Mother di Dorothea Lange?
    Sicuramente Olivia fa parte di una tradizione culturale che si rifà ad una fotografia sociale, capace di grandi evocazioni, come quella dei fotografi della Farm Security Administration, tra cui, per l’appunto, Dorothea Lange. Quei fotografi non raccontarono solo la realtà di crisi americana durante la Grande Depressione, ma anche una dimensione morale ed etica della società americana. Olivia è immersa proprio in quel tipo di narrazione, in quell’utilizzo della fotografia, a cui lei, ovviamente, conferisce però una lettura contemporanea. La tua suggestione, probabilmente, proviene da queste sue origini.

    © Olivia Arthur

    La Collezione Roma, curata da te, ha delle radici pregresse che affondano nel progetto di Marco Delogu della Commissione Roma, che a sua volta era inserito all’interno di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma, ideato e curato sempre da Delogu. Che continuità o discontinuità esistono tra i due progetti?
    Come direttore e ideatore di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma Marco Delogu ha pensato bene di avviare, ogni anno, una residenza d’artista per un fotografo di fama internazionale, chiamato a raccontare Roma. Così è nata la Commissione Roma, con le cui immagini, nel tempo, è stata arricchita la collezione fotografica del Comune di Roma. Dopo più o meno quindici anni il Comune di Roma decise di concludere la collaborazione con Delogu e il festival, che vedrà ancora qualche edizione. Dopo due anni di interruzione sono stato chiamato dall’assessore alla cultura del Comune di Roma, Luca Bergamo, per pensare e proporre una formula che potesse restituire il progetto di residenze, creando così il progetto della Collezione Roma. Sono iniziate così, nel 2019, le prime cinque residenze di Nadav Kander, Martin Kollar, Alex Majoli, Sarah Moon e Tommaso Protti, fino a giungere a questa seconda edizione.
Per quanto riguarda la Commissione Roma di Marco Delogu, penso sia stato un bellissimo progetto che ha dato un’iniezione di contemporaneità alla collezione comunale, che, si spera, prima o poi, possa confluire in uno spazio dedicato.

    © Alfred Seiland

    A riguardo dello spazio dedicato, sono stati riavviati presso il Mattatoio di Testaccio, a Roma, i lavori per un polo culturale dedicato esclusivamente alla fotografia. Un progetto di cui si parla da molti anni, ma mai realizzato. Ne sai qualcosa? Sei stato coinvolto dal Comune?
    Mi è stato detto qualcosa da parte del Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, però non so molto di più. Probabilmente è ancora presto, da parte dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, per parlare dell’affidamento artistico del progetto, lasciamo che prima finiscano i lavori.

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