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    Chris Floyd: «Ogni individuo è una nuova tela»

    A ottobre uscirà il volume 'Not Just Pictures', che raccoglie i primi 30 anni di carriera dell’artista britannico. Lo abbiamo intervistato per saperne di più

    Chris Floyd, fotografo inglese con base a Londra, è famoso in tutto il mondo per i suoi ritratti; intensi e raffinati, riflesso del legame che instaura con i suoi soggetti. Inizia la sua carriera fotografando la scena musicale Britpop negli anni Novanta e attualmente lavora nella moda, nel cinema e nella pubblicità. Ad ottobre uscirà il volume: Chris Floyd–Not Just Pictures, pubblicato da Reel Art Press. Un libro che raccoglie i primi 30 anni di carriera dell’artista. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

    ©Chris Floyd – Not Just Pictures

    Chris Floyd, anzitutto vorrei chiederti come sei arrivato all’arte fotografica e quali sono le ragioni che ti hanno motivato e spinto a intraprendere questa professione.
    Ho iniziato a interessarmi alla fotografia quando avevo circa 14 anni. Mio padre aveva una Pentax 35 mm e mi sembrava così misteriosa. Aveva tutti questi pulsanti e quadranti con numeri strani e lui, ovviamente, non mi lasciava mai toccare perché ero troppo giovane e avrei potuto romperla. Alla fine, mi lasciò scattare una foto e da quel momento in poi mi ha conquistato. Poco dopo ho iniziato a scoprire alcuni grandi fotografi di fotografi ritrattisti come Richard Avedon e Irving Penn.  La mia prima scoperta però, è stato il fotografo britannico David Bailey. I suoi ritratti degli anni Sessanta mi hanno sconvolto. Sono state quelle le immagini che mi hanno fatto capire che la fotografia poteva essere qualcosa di più dei matrimoni. Si potevano fare anche cose interessanti ed emozionanti.

    Scegliere la carriera artistica non è mai semplice, vige ancora un certo stigma. Anche in Inghilterra è così?
    Nessuno nella mia famiglia ha avuto una carriera creativa o artistica. Mio padre era un contabile e mio nonno un ingegnere elettrico. Mia mamma era molto creativa. Era coinvolta nella società teatrale amatoriale locale ed era bravissima a disegnare, ma non ha mai perseguito queste attività come carriera. Lo stigma c’è, di sicuro, ma i miei genitori mi hanno sempre sostenuto.

    ©Chris Floyd – Not Just Pictures

    Il fotografo, così come il pittore, ha la grande possibilità di osservare, analizzare e creare l’istantanea di un evento, di un volto, di un corpo; rendere immortale un momento, senza tra l’altro doverlo decodificare in una forma estetica (come avviene nella scultura, per esempio). Vorrei capire quali sono le tue “condizioni di esistenza” necessarie per farti scattare una fotografia.
    Bella domanda. Il mio lavoro si basa sul rapporto tra fotografo e soggetto. Deve esserci una chimica. Non deve necessariamente esistere prima dell’inizio del servizio, ma di sicuro deve svilupparsi nel corso del servizio, affinché si crei qualcosa di speciale. Quasi tutto questo è una mia responsabilità. Devo trovare lo spazio in cui i due possano esistere in modo creativo. È come cercare di entrare in un edificio. Devo trovare una finestra aperta ed entrare.

    Paul McCartney, Tina Fey, Yoko Ono, David Bowie, Bill Murray, Vivienne Westwood, Iggy Pop, David Attenborough, Kristen Wiig, Christopher Reeve, David Bailey, Paul Weller, Pet Shop Boys, David Cameron, Greta Gerwig and Marcus Rashford, e Robert de Niro. Questi sono solo alcuni dei personaggi che hanno incrociato il tuo obbiettivo fotografico. Cosa ti affascina di un altro essere umano?
    Si tratta sempre dell’unicità dell’individuo. Ognuno è una nuova tela. Nessuno è uguale all’altro. È una forma di seduzione, credo, ma con una macchina fotografica. Voglio uscire dal servizio fotografico con la sensazione di essere entrato un po’ dentro di loro, di aver capito chi sono e cosa li fa emozionare.

    ©Chris Floyd – Not Just Pictures

    Ad ottobre uscirà il tuo libro: Not Just pictures; una raccolta di immagini che ripercorrono la tua trentennale carriera. Come ti sei approcciato alla realizzazione di questo volume?
    Tutto è iniziato con Covid. Era da un po’ che volevo fare un libro, ma non avevo mai il tempo di affrontarlo in modo adeguato. Poi è arrivato Covid, siamo stati costretti
    a casa per mesi e mesi senza lavoro e senza nulla da fare. Per fortuna alla fine del 2019 avevo acquistato uno scanner per pellicole, così ho iniziato a organizzare il mio archivio di pellicole, che andava dal 1990 al 2008. Ho scoperto che andando in ufficio ogni giorno e scegliendo a caso qualcosa da scansionare che era stato scattato su pellicola 20-25 anni fa mi dava un vero senso di scopo. È stato incredibilmente catartico e divertente. Dopo diversi mesi di questa attività, ero felice che il blocco continuasse!

    Il titolo sembra una dichiarazione d’intenti. Cosa c’è di altro nelle tue immagini?
    Il titolo richiama al grande oceano di storie che si cela dietro la creazione di tutte queste immagini. Non sono state realizzate nel vuoto. Sono state create incontrando e interagendo con queste persone. Abbiamo avuto conversazioni, collaborazioni e confronti, quindi il libro è pieno di miei resoconti di queste cose. E so di saper scrivere, quindi perché non arricchire il tutto con un resoconto di ciò che ho vissuto durante il processo?

    Lavorando per cinema, moda e pubblicità hai modo di approcciarti all’immagine a 360°. Come è cambiato il senso dell’immagine? Pensi che ci sia ancora spazio per l’esperienza del racconto?
    In realtà non lo so. L’iPhone ha cambiato tutto. Non sono sicuro che la creazione di un’immagine sia ancora così speciale. Ora tutto è così immediato. Consumiamo le immagini come grandi manciate di popcorn. Un’immagine deve lottare molto duramente per farsi notare. Detto questo, quando ne arriva una buona o potente, può ancora avere la stessa forza che ha sempre avuto. Per quanto riguarda la narrazione, lo spazio è più grande che mai, credo. Il racconto è la cosa più importante. Se avete una storia da raccontare e potete fornire immagini per raccontarla, allora avete qualcosa che definisce il significato di essere umano, ovvero la capacità di comunicare.

    ©Chris Floyd – Not Just Pictures

    CHRIS FLOYD è un fotografo e regista britannico. I suoi lavori fotografici sono apparsi in alcune delle pubblicazioni più autorevoli al mondo, tra cui Vogue, Vanity Fair, The New Yorker, Harper’s Bazaar, GQ, Esquire, The New York Times Magazine, The Sunday Times Magazine e Wallpaper*. Nell’aprile 2021 è stato incaricato dal Duca e dalla Duchessa di Cambridge di fotografarli a Kensington Palace a Londra in onore del loro decimo anniversario di matrimonio. Le fotografie che ne sono scaturite sono state pubblicate in tutto il mondo con grande successo e attenzione. Ha realizzato campagne pubblicitarie per Apple, British Airways, National Health Service, Sony e Virgin Radio ed è stato più volte selezionato per il Taylor Wessing Portrait Prize della National Portrait Gallery e per la pubblicazione annuale American Photography. The Verve: Photographs by Chris Floyd, un libro con le sue fotografie della band che hanno segnato l’epoca, è stato pubblicato nel 2017 da Reel Art Press.

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    Manuelaannamaria Accinno
    Manuelaannamaria Accinno
    Laureata in Storia e critica dell’arte alll’Università Statale di Milano, amante dell’arte in tutte le sue forme, riserva un occhio speciale alla fotografia. Lavora con alcuni artisti contemporanei, scrivendo testi critici e curando esposizioni personali e collettive. Ha collaborato con Rolling Stone Italia e attualmente scrive per Black Camera.

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