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    ‘Deep Blue’ di Olmo Amato: analisi su fotografia digitale e intelligenza artificiale

    A Colleferro torna COSMO PHOTO FEST. Per l'occasione abbiamo intervisato Olmo Amato, con il suo progetto Deep Blue

    A Colleferro torna COSMO PHOTO FEST, dal 31 maggio al 30 giugno 2024, festival con un programma ricco di mostre, eventi, e incontri pubblici, vuole mettere in rilievo il dialogo tra arte e scienza attraverso il linguaggio fotografico, secondo una narrazione visiva che interroga il presente e il futuro, con particolare attenzione al rapporto tra l’essere umano, la tecnologia, la scienza e la fantascienza. Per l’occasione abbiamo intervisato Olmo Amato, che con il suo progetto Deep Blue analizza lo stato attuale della fotografia nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Il titolo del tuo progetto, Deep Blue, ha un significato particolare e una storia specifica. Ce la racconti?

    Deep Blue è il nome dal famoso calcolatore della IBM che nel 1997 fu capace di sconfiggere l’allora campione mondiale di scacchi Garry Kasparov. Il progetto prende proprio spunto dalle grandi capacità dei computer moderni; macchine sempre più sofisticate, veloci e abili nello svolgere anche i compiti più difficili. È la nuova narrazione sintetica: una tecnologia capace di imparare a risolvere problemi complessi in tempi infinitesimali. Queste nuove intelligenze apprendono processando enormi quantità di dati e oggi sono persino in grado di generare contenuti, di scrivere testi e di creare immagini. Saranno un domani capaci di elevarsi a vere e proprie forme di vita instaurando nuove relazioni con l’ecosistema?
    Il salto è grande ma Il progetto nasce proprio da questa ipotesi e immagina un viaggio evolutivo verso il futuro del nostro pianeta; racconta una storia in bilico tra scienza e fantasia chiedendosi proprio se saranno le macchine le nuove protagoniste di questo percorso. In questa partita ogni essere vivente deve adattarsi, sviluppare altre strategie per sopravvivere e collaborare per preservare tutto ciò che è vitale per esistere domani. Non bisogna però dimenticarsi che nell’ecosistema del pianeta nessun essere vivente è isolato. Un quadro in cui la collaborazione tra le specie, racchiusa nel concetto di simbiosi, è la chiave per la prosperità e l’evoluzione di ogni essere vivente e il motore in grado di plasmare la vita sulla Terra. Le protagoniste del progetto sono infatti esemplari di specie ibride, figlie della simbiosi perfetta tra biologia e tecnologia. Oggi, nell’era geologica definita Antropocene, siamo chiamati ad affrontare urgenti problematiche globali. Il tipo di relazione che instaureremo con la tecnologia e con l’intero ecosistema rappresenterà la chiave per il futuro della nostra specie. Guardiamo a tutti questi processi digitali come a qualcosa di astratto dimenticando le enormi infrastrutture produttive che ci sono dietro e l’impatto che queste hanno sul pianeta. La creazione delle attuali intelligenze artificiali è strettamente legata allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie della Terra. Saremo in grado di usare le nostre tecnologie più avanzate per fondare le basi di un nuovo modo di vedere il mondo e rapportarci con esso? La nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di stringere un nuovo patto col pianeta e con tutte le sue forme di intelligenza, macchine comprese: un’alleanza fondata su una sostanziale, necessaria interdipendenza e collaborazione. Deep Blue origina proprio da questa riflessione.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Come nasce la progettualità di questo tuo lavoro?
    Deep Blue è la sintesi del mio percorso, dove gli studi di biotecnologie e neurobiologia si alternano alla sperimentazione artistica. Si tratta di un lavoro di natura post-fotografica, un erbario fantascientifico dove l’analogico e il digitale, proprio come l’organico e l’artificiale, trovano il modo di connettersi intimamente. Queste illustrazioni narrano l’evoluzione del silicio alla ricerca di nuove funzioni biologiche e relazioni con il mondo fisico. Il progetto, ancora in fieri, consiste in una collezione di 256 specie di fantasia. Le immagini sono generate con strumenti di intelligenza artificiale (text-to-image generative models) e stampate artigianalmente tramite un’antica tecnica fotografica dell’ottocento ai sali di ferro, la cianotipia.  Questo procedimento di stampa, messo a punto nel 1842 dal matematico e chimico inglese John Herschel, è chiamato così proprio per il caratteristico colore blu che sviluppa il sale di ferro quando è esposto alla luce solare. Le immagini di partenza sono state generate mediante il famoso Midjourney. La maggior parte di queste è stata poi a sua volta fusa a sua volta e rielaborata utilizzando Photoshop. Successivamente sono state sottoposte al processo di stampa a contatto utilizzando quello che viene definito negativo digitale. Una volta stampati gli esemplari, come se fossi uno scienziato davanti nuove specie da classificare, ho dovuto trovargli un nome che le rappresentasse per morfologia o funzione. L’allestimento sesso del progetto è pensato come un grande albero filogenetico in grado di raccontarne le ipotetiche relazioni.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Quali sono state le influenze artistiche ma anche scientifiche nel produrlo?
    Per la realizzazione di Deep Blue mi sono chiaramente ispirato al celebre lavoro della botanica e fotografa Anna Atkins, una vera e propria pioniera nella storia della fotografia, che realizzò e pubblicò British Algae: Cyanotype Impressions, una bellissima e copiosa raccolta di cianotipie. Sicuramente la formazione scientifica, la passione per la biologia e le conoscenze di chimica mi hanno permesso un approccio rigoroso alla tecnica e allo sviluppo del progetto in generale. L’obiettivo iniziale era controllare la qualità di stampa nei minimi dettagli, poter stampare immagini dalle sfumature ricche, dai contrasti accesi e da un blu decisamente profondo. Il progetto ha iniziato a prendere forma un po’ alla volta, ci sono voluti un paio di anni di studio. Tanti sono stati i tentativi per affinare il procedimento che, per quanto standardizzato, rimane ricco di imprevisti. È stato un bel percorso di sperimentazione tecnica e artistica i cui risultati erano sempre lì a ricordarmi che il controllo totale fosse un’illusione. Sia nella stampa ma sopratutto nella generazione delle immagini tramite AI l’imprevedibilità rendeva il tutto unico e irripetibile. Tutto ciò mi ha ricordato gli affascinanti meccanismi di selezione naturale alla base dell’evoluzione: la grande variabilità generata da processi casuali viene poi sottoposta alla selezione delle forme utili o più interessanti. Per tornare alla domanda: sicuramente le illustrazioni pubblicate in Forme d’arte della natura del biologo Ernst Haeckel e nel Systema Naturae di Carlo Linneo, insieme alle immagini scientifiche di microscopia ottica a fluorescenza sono state un riferimento visivo sempre molto chiaro e presente. Non solo la scienza, ma anche la passione per l’arte e il cinema hanno influenzato notevolmente il percorso creativo di questo nuovo ecosistema. La Botanica parallela di Leo Lionni, il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, i lavori di generative art di Sofia Crespo sicuramente sono stati importanti quanto film come Avatar di James Cameron, o film d’animazione come Nausicaä della Valle del vento di Hayao Miyazaki e La planète sauvage di René Laloux.

    Esteticamente e simbolicamente cosa comporta stampare con un’antica tecnica, risalente
all’origine della fotografia, immagini sintetiche, generate con l’intelligenza artificiale?
    Dal punto di vista estetico la cianotipia è una tecnica decisamente interessante, non solo per il colore “alieno” che genera ma per l’artigianalità stessa del processo. Come molte tecniche analogiche è in grado di restituire una matericità all’immagine grazie all’interazione fisica con il supporto. L’imperfezione, insita nel procedimento stesso di stampa, talvolta ricercata talvolta casuale, è in grado di generare unicità. Tutto ciò lo trovo davvero affascinante, soprattutto per chi come me ha approcciato la fotografia attraverso il digitale. La sfida iniziale era proprio quella di cercare di controllare l’immagine: ottenere delle stampe estremamente contrastate ma ricchi di sfumature tonali, controllarne la densità del colore spingendolo ai limiti, senza mai rinunciare all’aspetto artigianale e sfuggevole del processo stesso. Oltre all’espetto puramente estetico, l’unione di questa tecnica con tecniche digitali generative fa emergere un altro ragionamento legato alla natura di immagini sintetiche. I progressi dell’informatica nel campo dell’intelligenza artificiale applicata all’immagine hanno dato vita a nuovi, rivoluzionari modelli generativi text-to-image. Questi modelli, tra cui i noti DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion, consentono di creare contenuti visivi da una semplice riga di testo (prompt) producendo immagini quasi indistinguibili dalle fotografie reali. Secondo il dizionario Merriam-Webster “La fotografia è l’arte o il processo di produzione di immagini mediante l’azione dell’energia radiante, in particolare della luce, su una superficie sensibile”. Se condividiamo la definizione, queste immagini totalmente digitali e sintetiche, frutto di pure astrazioni matematiche e processi di calcolo, possono finalmente ristabilire un legame con il mondo da cui hanno origine: solo attraverso la stampa analogica, in cui l’immagine è generata dall’interazione della luce con la materia, è possibile tornare al cuore del processo fotografico. Proprio grazie alla tecnica della cianotipia queste immagini possono riscoprire la loro materialità, nella speranza che con loro, anche noi umani possiamo ricordarci di quella profonda connessione con il mondo fisico che ci appartiene, che ci mette in relazione con il tutto e ci permette di essere considerati esseri intelligenti.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Qual è, secondo te, il futuro delle applicazioni artificiali in ambito artistico?
    Il futuro e gli sviluppi di tecnologie che avanzano così rapidamente sono difficili da prevedere. Sicuramente questi strumenti sono ormai alla portata di chiunque, permettendoci di generare immagini dalla qualità estetica sbalorditiva senza saper né fotografare né disegnare né avere alcun tipo di capacità tecnica o artistica. Tutto ciò rende ancor più importante il pensiero che sottostà alle immagini e ai progetti creati con essi, più che alla sola qualità estetica. Oramai immagini accattivanti le sanno fare anche le macchine ma ciò che gli può dare valore e significato siamo noi umani.

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    Alessandro Curti
    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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