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    I fili della memoria di Diane Meyer

    La fotografa Diane Meyer analizza i limiti dell’esperienza visiva della fotografia attraverso l’atto del cucire

    Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco del XIX secolo, ha formulato una preziosa riflessione sulla nostra percezione del mondo quando ha affermato:«Ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo». Questa frase è un invito a riflettere sulle nostre limitazioni umane e sulla nostra tendenza a restringere i confini della realtà sulla base delle nostre esperienze personali. Siamo creature che si affidano alla vista come senso primario per comprendere il mondo circostante. Gli occhi raccolgono informazioni dal nostro ambiente, che poi vengono elaborate e interpretate dal nostro cervello. Eppure, nonostante i progressi nella scienza e nella tecnologia, la nostra capacità di percepire il mondo è limitata. I raggi di luce che possiamo vedere sono solo una piccola parte dello spettro elettromagnetico, e quello che percepiamo come realtà è solo una proiezione della nostra coscienza.

    Diane Meyer
    © Diane Meyer

    Spesso, facciamo l’errore di considerare le nostre prospettive personali come la verità assoluta. Abbiamo la tendenza a credere che tutto ciò che non possiamo vedere o comprendere non esista o sia insignificante. Ma, se guardiamo al di là dei nostri confini visivi, troveremo un mondo ricco e complesso che non possiamo afferrare completamente con i nostri occhi soli.  Così come un obiettivo fotografico ci mostra solo una porzione limitata della realtà circostante, così anche la nostra esperienza visuale riflette solo una parte ristretta della vastità dell’esistenza. Siamo propensi a credere che ciò che percepiamo sia l’unica verità, ignorando che vi è un intero mondo al di là dei nostri occhi. La prospettiva umana, come quella del fotografo, è influenzata dai fattori soggettivi, dalle emozioni, e dalle circostanze personali. Siamo ingannati dalla convinzione che ciò che vediamo sia l’intera verità, quando in realtà si tratta solo di una piccola finestra su un’infinita molteplicità di possibilità.

    Diane Meyer
    © Diane Meyer

    La fotografa Diane Meyer, con il suo progetto, in continuo sviluppo, That Might Otherwise Be Forgotten, analizza i limiti dell’esperienza visiva della fotografia attraverso l’atto del cucire. In queste immagini, il ricamo a punto croce viene cucito direttamente su un archivio di fotografie di famiglia e di viaggio dell’artista. Diane Meyer, mi racconta: «Nelle immagini presentate, ho utilizzato il ricamo a punto croce direttamente su vecchie fotografie di famiglia e di viaggio, rappresentando diverse fasi della mia vita. Attraverso questa tecnica, le porzioni delle immagini vengono smontate e ricomposte con fili cuciti a mano, formando una struttura a pixel. Man mano che il ricamo nasconde parti dell’immagine, emergono piccoli dettagli apparentemente insignificanti, mentre l’immagine generale e il suo contesto vengono cancellati. Questo progetto esplora come le fotografie possano plasmare e spesso sostituire i ricordi, e come trasformano la nostra storia personale in oggetti nostalgici che oscurano la comprensione oggettiva del passato. Inoltre, tiene conto di come l’immagine digitale abbia influenzato questo rapporto tra fotografia e memoria. I ricami assumono l’aspetto di pixel, creando un collegamento tra l’oblio e la corruzione dei file digitali».
    Le fotografie cucite di Diane Meyer esplorano il concetto della memoria, della visione, dell’oblio e del passare del tempo. Le sue immagini spesso ritraggono scene urbane o paesaggi naturali, ma sono intrise di un senso di malinconia e di una sensazione di perdita. Attraverso l’utilizzo delle cuciture, Meyer crea una sorta di velo che oscura parzialmente o completamente le immagini. Questo effetto di “sommerso” fa eco alle ferite personali e collettive che il tempo può infliggerci. Ogni punto di cucitura in queste opere d’arte è stato eseguito a mano da Diane Meyer. Osservando da vicino queste fotografie, si possono notare i dettagli di ogni punto, il filo che crea strisce e ricami sottili. Questa attenzione ai dettagli non solo dimostra maestria tecnica, ma aggiunge anche un ulteriore livello di significato alle immagini. Le cuciture diventano simbolo del tempo trascorso, di ciò che è stato nascosto o dimenticato. Le cicatrici sulle immagini stesse diventano un modo per imbattersi nella vulnerabilità e nell’inevitabilità dell’oblio.

    Diane Meyer
    © Diane Meyer

    Diane Meyer è cresciuta nel New Jersey e ha conseguito un BFA alla New York University e un MFA alla University of California, San Diego. Attualmente vive a Los Angeles dove è docente di fotografia presso la Loyola Marymount University. Tra le mostre personali si ricordano quelle alla Klompching Gallery, NYC; al Griffin Museum of Photography, Massachusetts; al 18th Street Art Center, Santa Monica; alla AIR Gallery, NYC, alla Society for Contemporary Photography, Kansas City; al Festival Encontros da Imagem, Portogallo e alla Gryder Gallery, New Orleans. Il suo lavoro è stato incluso in numerose mostre collettive negli Stati Uniti e all’estero, tra cui quelle al George Eastman Museum, Rochester; alla Robert Mann Gallery, NYC; alla Regina Anzenberger Gallery, Vienna; al Brattleboro Museum of Art, Vermont; all’Hood Museum, NH; alla Kunstagentur Dresden; Große Rathaus, Landshut, Germania; Diffusion International Photography Festival, Galles; Schneider Gallery, Chicago; Field Projects, NYC; Fotogalerie Friedrichshain, Berlino; Galerie Huit, Arles; Susan Laney Contemporary, Savannah; Marshall Contemporary, Los Angeles e Flowers Gallery, Londra. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti del George Eastman Museum, del Clarinda Carnegie Museum, dell’Hood Museum e del Museum of Contemporary Photography di Chicago. È rappresentata dalla Klompching Gallery di New York.

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    Manuelaannamaria Accinno
    Manuelaannamaria Accinno
    Laureata in Storia e critica dell’arte alll’Università Statale di Milano, amante dell’arte in tutte le sue forme, riserva un occhio speciale alla fotografia. Lavora con alcuni artisti contemporanei, scrivendo testi critici e curando esposizioni personali e collettive. Ha collaborato con Rolling Stone Italia e attualmente scrive per Black Camera.

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