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    Esiste ancora la critica d’arte? (Spoiler: no)

    La critica d'arte è morta e sepolta, nessuno ha più il coraggio e la libertà di parlare del sistema artistico. Cosa ha portato a questo cambiamento?

    Lo premetto da subito, metto le mani avanti: questo è un articolo polemico e, in parte, autocritico. Voglio parlare male della critica d’arte contemporanea, un campo che sta subendo profondi e rapidi cambiamenti, e voglio parlare nello specifico del mio settore, quello della fotografia. Senza scomodare la stucchevole nostalgia per il tempo che fu, basta andare a rileggersi qualche pagina di critica d’arte sui giornali prima del nuovo millennio, per capire che prima dei soldi, prima della visibilità e prima della ricompensina con il tag su Instagram del brand che ti ha invitato all’evento esclusivo, a comandare nella scala delle priorità erano la passione, l’amore e la rabbia per l’arte, sentimenti che erano il motore pulsante che spingeva i critici a scrivere e a condividere il loro pensiero. Oggi, lo capite tutti benissimo senza che stia a spiegare la storia dei nuovi media, la critica d’arte funziona esattamente all’opposto: motivata più dalla retribuzione e dalla visibilità, che da una genuina passione per il soggetto. Questo cambiamento ha trasformato non solo la professione del critico, ma ha anche contribuito a creare un ambiente artistico italiano sempre più livellato e autoreferenziale, dominato da un ristretto circolo di privilegiati.

    La fotografia è il mio campo di lavoro e interesse da dieci anni, quindi ne posso parlare con cognizione di causa e con una sincera volontà di autocritica. Stiamo vivendo un paradosso: da una parte questo linguaggio si presenta come uno tra i più accessibili e democratici in circolazione, dall’altra la qualità e la capacità progettuale sono spesso sacrificate sull’altare della convenienza economica (si tende a pubblicare e a promuovere solo ciò che è monetizzabile) e della ricerca di visibilità. Non è una novità: il mercato è cambiato, i giornali non hanno più soldi e i fotografi sempre più spesso guardano ad aziende e fondazioni private per avere la possibilità di produrre e vedere pubblicati i loro lavori. Il sistema di critica d’arte, che dovrebbe essere un punto di riferimento autorevole per il pubblico, vive una crisi abbastanza simile e si trova spesso ridotto a uno strumento di marketing, dove le recensioni delle opere vengono sono pressochè sempre positive. Io parlo bene di te, però prima fammi un bonifico. La responsabilità di questo stato di crisi è certamente condivisa. Da una parte, ci sono i curatori, gli artisti e le aziende che cercano visibilità e ritorni economici, contribuendo a creare un ambiente elitario, chiuso. Dall’altra, ci sono i critici e i giornalisti che, per necessità o per opportunismo, si adeguano a queste dinamiche, rinunciando alla loro indipendenza e alla loro integrità.
    Non servono giri di parole: con questo sistema la critica d’arte perde totalmente il suo senso. Cosa ce ne facciamo di un circolo di persone che non fanno altro che parlarsi addosso, lodarsi e fare finta che sia tutto bellissimo e originale? Esiste ancora qualcuno che ha il coraggio di stroncare un lavoro o che è capace di dire che qualcosa gli fa cagare, argomentando con pensieri sensati? Certo, anche i critici d’arte, come tutti, devono guadagnarsi da vivere, ma senza l’entusiasmo e la curiosità che spingono a esplorare e a parlare di ciò che veramente colpisce e fa emozionare, questo lavoro diventa sterile, a tratti imbarazzante. La divulgazione artistica e culturale dovrebbe basarsi in primis sull’amore per l’arte e sulla volontà di condividere questa passione con il pubblico e non limitarsi alla sola ricerca di un profitto immediato. Sembriamo dei cagnolini ammaestrati, stiamo seduti e diamo la zampa al padrone solo quando ci allunga un biscottino come ricompensa.
    Oggi a dominare sono la cultura del reel, delle stories e dei TikTok, con un’attenzione media che, quando va bene, è al massimo di 15 secondi. La superficialità domina la scena, portando a un livellamento verso il basso della capacità critica e reattiva del pubblico. Le opere d’arte vengono ridotte a semplici immagini da consumare rapidamente, buttate nel tritacarne dei social senza nemmeno la possibiltà di offrire elementi di vera comprensione o apprezzamento del loro valore. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel mondo della fotografia, dove troppo spesso lavori interessanti, mossi da una progettualità solida, profonda e strutturata, rimangono confinati a un pubblico sempre più ristretto, composto dai sempre meno numerosi appassionati che lottano per sopravvivere, in un ambiente sempre più omologato.

    La condivisione ossessiva di eventi, vernissage, aperitivi fighetti e vestiti firmati diventa così un modo per confermare l’appartenenza a un mondo privilegiato, piuttosto che un’occasione per promuovere l’arte e la cultura, che diventano solo un pretesto. Cosa vogliamo comunicare? È questo davvero ciò che desideriamo vedere? Vogliamo che l’arte e la critica si riducano a semplici strumenti di autopromozione e di ricerca di visibilità?
    La risposta a queste domande, per me, è ovviamente no. Non mi piace questo sistema, di cui però mi rendo conto di essere sia parte attiva che vittima. Non ho soluzioni al problema, ma con queste parole vorrei quantomento scatenare una riflessione, che ci faccia domandare se abbiamo voglia o meno di preservare il valore e l’integrità della critica d’arte. Altrimenti ci vediamo al prossimo vernissage sponsorizzato per un aperitivo.

    Alessandro Curti
    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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