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    Fotografia Europea 2024 – La natura ama nascondersi

    Torna a Reggio Emilia Fotografia Europea, il Festival che per l'edizione 2024 prende il titolo "La natura ama nascondersi"

    Un frammento di testo, redatto da Eraclito di Efeso del VI-V secolo a.C., ci offre uno sguardo sulla ‘natura’ nella filosofia greca. “φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ, «la natura ama nascondersi» a radice *phy- di φύσις suggerisce che questa si manifesta ma ritorna a sé stessa. La natura cerca di unire forze opposte che si ritrovano nel combattere. Eraclito osserva che la natura è un sorgere che già potrebbe essere un nascondersi, mantenendo dentro di sé due modalità simili ma opposte. Da questo titolo, scelto dalla direzione artistica del Festival composta, anche quest’anno, da Tim Clark (editor 1000 Words), Walter Guadagnini (storico della fotografia e Direttore di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia) e Luce Lebart (ricercatrice e curatrice, Archive of Modern Conflict), nasce la XIX edizione del Festival di Reggio Emilia. Quest’anno ci conduce a riflettere su temi di grande importanza: i legami tra Uomo e Natura, le trasformazioni immaginate dagli esseri umani, le dinamiche per superare l’atteggiamento di predominio. Le sedi espositive sono: Palazzo Magnani, Chiostri di San Pietro, Palazzo da Mosto, Villa Zironi, Palazzo dei Musei, Biblioteca Panizzi, Spazio Gerra e gli spazi del Circuito OFF accolgono mostre di grandi fotografi ed esordienti. La mostra storica di quest’anno, ospitata a PALAZZO MAGNANI, presenta per la prima volta in Italia una retrospettiva di Susan Meiselas, celebre fotografa americana conosciuta soprattutto per il suo lavoro nelle aree di conflitto dell’America Centrale tra il 1978 e il 1983, in particolare per le sue potenti immagini della rivoluzione nicaraguense. Intitolata Mediations, l’esposizione include una selezione di opere che coprono un arco temporale dai Settanta fino ad oggi, mostrando la varietà di approcci adottati da Meiselas – che va oltre il tradizionale reportage fotografico includendo anche installazioni, libri e film – e svelando il suo personalissimo modo di lavorare, che mette in discussione il significato delle sue immagini in relazione al contesto in cui sono percepite, spaziando dalla sfera personale a quella geopolitica.

    NICARAGUA. Esteli. September 20, 1978. Fleeing the bombing to seek refuge outside of Esteli. The Nicaraguan National Guard captured the city of Esteli which was held by Sandinesta rebels. © Susan Meiselas/Magnum Photos

    Le dieci esposizioni allestite nelle sale dei cinquecenteschi CHIOSTRI DI SAN PIETRO includono anche una mostra al piano terra che esplora la bellezza e l’infinita leggerezza delle nuvole. Intitolata Sky Album. 150 years of capturing clouds, la mostra organizzata da Archive of Modern Conflict celebra la pratica di fotografare il cielo da parte di scienziati, dilettanti e artisti. Oltre centocinquanta opere, dal francese Gustave Le Gray all’italiano Mario Giacomelli, mostrano questa passione sin dagli albori della fotografia, includendo anche lavori di artisti contemporanei come la finlandese Anna Ninskanen e il britannico Kalev Erickson. Al primo piano troviamo: il progetto espositivo di Helen Sear, dal titolo Within Sight, presenta una serie di opere che restituiscono l’esperienza di essere presenti nella natura, combinando alla fotografia elementi disegnati a mano o cancellati. Yvonne Venegas con Sea of Cortez traccia una storia intergenerazionale in equilibrio tra l’esperienza della sua famiglia – che ha abitato le miniere di rame di Santa Rosalia, nella Bassa California, all’inizio del Novecento- e quella di un’intera generazione che ha sfruttato i territori intorno al Mar di Cortez. l fotografo indiano Arko Datto porta all’attenzione dei visitatori la questione incombente della catastrofe climatica e dei rifugiati che questa genera, attraverso una trilogia fotografica in corso da nove anni. I due capitoli qui presentati, tratti dal progetto The Shunyo Raja Monographies sono interamente dedicati al territorio del Delta del Bengala, considerato uno degli epicentri del cambiamento. Il lavoro di Jo Ractliffe si intitola Landscaping ed è dedicato interamente al paesaggio sudafricano ripreso durante i suoi viaggi in auto lungo la costa sud-occidentale. Negli scatti in bianco e nero, Ractliffe riflette sul concetto stesso di paesaggio, nel tentativo di sottrarre le sue fotografie a convenzioni stereotipate.  Terri Weifenbach in Cloud Physics esplora la vitale connessione tra le nuvole del nostro pianeta e le intime forme della sua vita biologica. Il cuore pulsante di questo lavoro è una serie di fotografie realizzate in un istituto di ricerca americano per lo studio e la misurazione delle nuvole, la loro origine, struttura, particelle e reazioni. Bruno Serralongue dedica il suo progetto, dal titolo Community Gardens of Vertus, Aubervilliers, alla lotta – su scala locale, ma legata a una più ampia consapevolezza della necessità di preservare ambienti vivibili di fronte a progetti ecocidi; come ad esempio all’abbattimento di oltre 4.000 metri quadrati di orti, a favore di nuove costruzioni per i Giochi Olimpici di Parigi 2024.

    Matteo de Mayda, L’Om Salvarech (Uomo Selvatico), una figura del folklore alpino che, secondo la leggenda, funge da mediatore tra l’uomo e la natura / The Om Salvarech (Wild Man), a figure from Alpine folklore who, according to legend, acts as a mediator between man and nature. Rivamonte Agordino (Belluno), 2022 ©Matteo de Mayda – There’s no calm after the
    storm (2019-2023)

    In questa sezione, due lavori si distinguono per la loro particolare rilevanza: Il fotografo veneziano Matteo de Mayda presenta ai Chiostri un’installazione che include foto d’archivio e di reportage, immagini satellitari e al microscopio, testimonianze individuali e teorie scientifiche nel suo progetto “There’s no calm after the storm”. Questo progetto esplora gli effetti a lungo termine e meno evidenti della tempesta Vaia, che ha devastato il Nord-est dell’Italia alla fine del 2018. Nel vasto corridoio centrale, Natalya Saprunova espone il progetto Permafrost, che narra la vita delle popolazioni dell’estremo nord del continente asiatico. Durante i suoi lunghi viaggi accompagnata dalla macchina fotografica e da un taccuino, la fotografa russo-francese esplora luoghi come la Yakutia e le sue popolazioni indigene, che includono i pastori di renne Evenki e gli Yakuti, allevatori stanziali di mucche e cavalli. Attraverso i suoi scatti dai toni tenui e con una sottile ironia, emerge l’ansia di queste comunità, testimoni del rapporto simbiotico con un ambiente naturale estremo oggi minacciato dalle conseguenze dell’industrializzazione.

    Boats bedecked with lights returning from a pilgrimage wait in the shoals for the tide to return so that they can head back home to their village. 2019 © Arko Datto head back home to their village. 2019

    Altra mostra da segnalare è quella ospitata presso il Palazzo dei Musei: “Luigi Ghirri. Zone di passaggio”, curata da Ilaria Campioli, si propone di esplorare il tema del buio e della notte attraverso le opere di Luigi Ghirri, mettendo in luce il ruolo significativo che entrambi giocano nell’immaginario collettivo. Ghirri ha realizzato numerose opere ambientate di notte, in cui si manifesta una particolare atmosfera che suscita una lettura diversa della realtà. La relazione tra luce e buio è fondamentale nella storia della fotografia e per Ghirri i bagliori, i lampi e le piccole intermittenze come le lucciole rappresentano le migliori modalità di illuminazione, in grado di preservare l’incanto del buio e di valorizzare le zone d’ombra. La mostra espone opere di diversi autori di fama internazionale che, partendo dalle sperimentazioni degli anni Sessanta sulla visibilità e sul medium fotografico, utilizzano il buio come strumento narrativo quali:  Mario Airò, Gregory Crewdson, Paola De Pietri, Paola Di Bello, Stefano Graziani, Armin Linke, Amedeo Martegani e Awoiska Van Der Molen. Queste sono solo alcune delle mostre presentate all’interno del fitto programma del festival.

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    Manuelaannamaria Accinno
    Manuelaannamaria Accinno
    Laureata in Storia e critica dell’arte alll’Università Statale di Milano, amante dell’arte in tutte le sue forme, riserva un occhio speciale alla fotografia. Lavora con alcuni artisti contemporanei, scrivendo testi critici e curando esposizioni personali e collettive. Ha collaborato con Rolling Stone Italia e attualmente scrive per Black Camera.

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