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    Lo sguardo oltre i confini del tempo di Amin Yousefi

    Il progetto di Amin Yousefi riflette sulla rivoluzione del 1979 in Iran ed esplora il rapporto tra fotografo e manifestanti

    Il suono dell’otturatore di una macchina fotografica 35 mm echeggia nell’aria, come una melodia che cattura l’interesse di chiunque si trovi nelle vicinanze. Ma come può attirare l’attenzione di un manifestante tra la folla? Forse quel suono, simile a un segnale acustico, si trasforma nella voce di un fotografo: «uno, due, tre, cheese…» mentre scatta, alcuni partecipanti si voltano e fissano l’obiettivo come incantati, persi in uno sguardo. Da qui nasce il progetto fotografico: Eyes Dazzle as they Search for The Truth.

    © Amin Yousefi
    © Amin Yousefi

    L’autore, Amin Yousefi mi racconta: «Il mio approccio metodologico consiste nella selezione e organizzazione di immagini provenienti da una serie di libri fotografici realizzati da giornalisti e fotografi che hanno documentato la rivoluzione islamica del 1979 in Iran. Per analizzare e studiare dettagliatamente ogni immagine affollata, ho utilizzato una lente d’ingrandimento. Il mio obiettivo principale è stato concentrarmi sulla ricerca dei volti che erano direttamente rivolti verso la macchina fotografica.»

    © Amin Yousefi
    © Amin Yousefi

    Siamo nell’Iran del 1978-1979. Ci troviamo sulle strade di una rivoluzione, dove l’aria è densa di tensione e speranza, dove i destini si intrecciano come fili invisibili. E in mezzo a questa folla di sospetti rivoluzionari, la macchina fotografica diventa strumento e testimone di una realtà tumultuosa. Il rapporto tra l’uomo e la macchina fotografica si disvela in tutta la sua complessità, e vulnerabilità. In questo oggetto, tanto conosciuto quanto misterioso, si cela la promessa di una possibile eternità. L’immagine immortalata rimarrà per sempre, una testimonianza incrollabile di un momento che altrimenti sarebbe svanito nell’oblio. E quei manifestanti, consapevoli o meno, si trovavano di fronte a una scelta: diventare parte di quella narrazione fotografica che si sarebbe diffusa nel tempo, o ignorare quel richiamo, continuando la loro battaglia per la libertà. Ho citato la vulnerabilità perché il fotografo si trova nel mezzo di una folla, un luogo in cui è facile perdersi.

    © Amin Yousefi
    © Amin Yousefi

    Ma la macchina diventa il suo alleato, il suo strumento di connessione con il mondo che lo circonda. E così, nel momento in cui quell’otturatore si apre e si chiude, l’individuo si ritrova a condividere con le persone che lo circondano un frammento di tempo, un istante che li lega in quel misterioso intreccio di sguardi e silenzi. Mi piace pensare che nella calca di quei momenti concitati, la macchina fotografica rappresentò proprio questo: la possibilità di lasciare una testimonianza silenziosa di una lotta e di un sogno. «Fotografare attraverso una lente è stata un’allegoria per estrarre le fotografie della rivoluzione e portarle al momento presente. La macchina ha agito come un ponte che mi ha collegato ai rivoluzionari. Sembra che il loro sguardo abbia atteso i miei occhi per decenni, filtrando attraverso una moltitudine di lenti e di occhi prima di raggiungermi.»

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    Manuelaannamaria Accinno
    Manuelaannamaria Accinno
    Laureata in Storia e critica dell’arte alll’Università Statale di Milano, amante dell’arte in tutte le sue forme, riserva un occhio speciale alla fotografia. Lavora con alcuni artisti contemporanei, scrivendo testi critici e curando esposizioni personali e collettive. Ha collaborato con Rolling Stone Italia e attualmente scrive per Black Camera.

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