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    La critica d’arte su TikTok è qualcosa di terrificante

    Siccome in un articolo precedente me la sono presa con chi non ce la fa a stare al passo coi tempi che cambiano e abbaia insulti contro l’Intelligenza Artificiale, oggi mi tocca ammettere che anche io mi sono trovato in una scomoda situazione di incapacità di adattamento. Ho provato a farmi TikTok, salvo poi disattivarlo con sommo imbarazzo dopo poche settimane. Sarà una pecca mia, ma quando ho visto influencer “critici d’arte” intenti a fare balletti ridicoli e faccine demenziali mentre ti mostrano un quadro di Tiziano o una foto di Guy Bourdin, ho provato un senso di cringe così intenso da farmi rinunciare ad aggiornarmi su queste bizzarre pratiche di divulgazione culturale.

    @uffizigalleries Agli albori della rinoplastica con @Rey Sciutto #rinoplastica #pierodellafrancesca #montefeltro #art #imparacontiktok ♬ suono originale – uffizisocial

    Probabilmente sono io che faccio fatica a relazionarmi con i meccanismi di comunicazione contemporanei, ma non riesco davvero a capire come ci si possa mortificare in questo modo e soprattutto, da spettatore, mi sento intellettualmente umiliato quando guardo questi contenuti, dove vengo trattato alla stregua di un bambino annoiato che ha bisogno di essere intrattenuto a tutti i costi.
    Sono un burbero? Sono una lagna? Sono troppo duro? Forse sì, non me ne vogliate, capisco che non si debba sempre avere l’espressione seria e la postura rigida di Furio (Carlo Verdone) quando si parla di arte, ma nemmeno trasformarsi una specie di dilapidato primate che nemmeno pensa, ma solo intuisce che fare balletti imbecilli possa seriamente essere utile a qualcuno. In medio stat virtus, lo si diceva già ai tempi di Aristotele e sarebbe buona norma ricordarselo.

    Furio Zòccaro, magistralmente interpretato da Carlo Verdone in ‘Bianco, rosso e Verdone’ (1981). Se penso al personaggio stereotipato del critico d’arte, mi viene in mente lui

    In queste storielle da social che vengono ingoiate e subito sputate nel dimenticatoio, è diventato tutto straordinario, lo sguardo è sempre originale, la dimensione è sempre quella onirica, l’artista è sempre un grande maestro, e andate avanti voi con la lista dei cliché perché io ho già la nausea. Non c’è mai niente che viene stroncato, non c’è mai un pensiero divergente. Ci fosse qualcuno che fa i balletti per dire che qualcosa non gli piace, che un progetto non è straordinario, ma che magari è brutto e non funziona e mi spiega il perché, se ci fosse qualcuno che fa i reel e i selfie con le smorfie per promuovere della sensata critica d’arte, allora sarei pronto a tornare trionfalmente su TikTok e diventare il suo più accanito follower.

    Qui chiudo, domandando a chi legge, ma soprattutto a me stesso, quanto segue: siamo ancora capaci di creare interesse intorno all’arte e alla fotografia senza doverci comportare come dei tontoloni? Riusciamo a catturare l’attenzione di qualcuno per più di dieci secondi anche senza postare un reel con le musichette, i filtri e le faccine?
    Io una risposta certa non ce l’ho, però ho un’opinione molto chiara: abbiamo lasciato che si creasse un così solido sistema di vacua superficialità nell’affrontare temi legati all’arte, che ormai facciamo davvero molta fatica a costruirci un pensiero critico decente.

    Alessandro Curti
    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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