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    L’arroganza del ritratto

    In Italia, la tendenza dei ritratti sta promuovendo un legame intimo con la fotografia, ma spesso si scade in arroganza e presunzione. E questo fa male a tutto il settore

    Da alcuni anni, in Italia, l’iniziativa di realizzare ritratti fotografici stampati sta svolgendo un ruolo significativo nel promuovere un avvicinamento più intimo e consapevole al linguaggio fotografico e al suo valore, oltre a ricordarci quanto sia importante come strumento di conservazione e valorizzazione della memoria. Sono nati format e idee apprezzabili non solo dal punto di vista commerciale, ma anche per il loro impatto sociale. Il coinvolgimento diretto di migliaia di persone che scelgono di farsi fotografare e di acquistare una stampa, magari per la prima volta nella loro vita, è qualcosa di molto positivo. 
Purtroppo, insieme alla riscoperta del ritratto, è emersa anche una certa tendenza di esuberanza da parte di alcuni professionisti del settore, che sembrano affetti da una sorta di sindrome di Napoleone. Dedicarsi all’antica pratica del ritratto stampato non dovrebbe essere visto come un atto rivoluzionario in sé, nonostante ci sia chi lo sostiene convintamente. Il fatto di avere avuto una grande intuizione commerciale e di essere bravissimi comunicatori non conferisce automaticamente lo status di grande autore, come nemmeno vantarsi di un portafoglio gonfio e di emettere una grande quantità di fatture. Allo stesso modo, denigrare sistematicamente i colleghi che non condividono le stesse idee o non aderiscono alla stessa attività imprenditoriale, è un comportamento utile solo alla ridicolizzazione di chi pratica questa professione.
Il merito di avere riportato in auge e aver reso popolare (che poi, cosa significa “popolare”?) il format dei ritratti stampati non dà a nessuno il diritto esclusivo di monopolizzare tale pratica. Inutile frignare davanti al fatto che anche altri professionisti si attrezzano per organizzare iniziative simili. La fotografia, fortunatamente, è un medium vasto e soprattutto democratico, piaccia o no, e la diversità di stili e approcci ne arricchisce continuamente il patrimonio. Insultare, sfottere e bullizzare chi lavora con passione e dedizione non solo rappresenta una triste mancanza di rispetto, ma mina anche l’integrità e la credibilità del settore.

    Lavoro da quasi dieci anni nel mondo delle immagini, e ho imparato che per molti la fotografia rappresenta l’unico linguaggio adeguato per esprimere vicende personali, profonde e molto intime. Ho imparato ad ascoltare e valutare, prima di giudicare. Ho imparato anche ad approcciarmi con grande rispetto verso qualsiasi persona che si presenta con un lavoro, anche se quel lavoro non mi piace, perché non conosco la storia di chi ho di fronte e non posso sapere la fatica che ha fatto per trovare il coraggio di esporsi. Essere critici è importante, ma essere critici rispettando la persona che hai di fronte è fondamentale. 
Questo rispetto è minacciato da certi individui (son sempre i soliti, guarda un po’) all’interno della comunità fotografica; c’è chi si diverte con il giochino sadico di mostrare un totale disprezzo per la sensibilità altrui. Il meccanismo del “divertimento” consiste nell’umiliazione sistematica di coloro che praticano fotografia amatoriale, trattati come veri e propri deficienti incapaci di intendere e di volere, segaioli della tecnica, conoscitori di tutte le attrezzature possibili e immaginabili, ma ignoranti perché non hanno mai studiato Weston e Meyerowitz. Oltre al fatto che questa cosa non fa ridere, c’è da notare come da questo atteggiamento emerga chiaramente un comportamento disturbante da parte del fotografo denigratore, che sembra godere nel blastare chi cerca di esprimersi attraverso la fotografia. La sua derisione a mio avviso potrebbe essere generata dal terrore di essere usurpato, o più probabilmente potrebbe essere un tentativo di rimarcare la propria posizione, specie quando chi assume questi comportamenti non ha raggiunto grandi traguardi come autore né si è distinto come teorico. Allora questo atteggiamento oppositivo sembra essere un ultimo, disperato grido per rivendicare la propria esistenza nel panorama fotografico. Questa mentalità non dovrebbe mai essere accettata o giustificata, eppure la maggior parte di noi continua a fingere che vada tutto bene, preferisce rimanere in silenzio per evitare di guastare rapporti ed equilibri. Io invece penso che chi detiene una posizione di potere e privilegio, sia esso dovuto a una carriera consolidata, a conoscenze fotografiche approfondite, a una storia accreditata nel settore o a una vasta rete di contatti, dovrebbe essere consapevole della responsabilità che porta con sé. Il riconoscimento della propria posizione privilegiata dovrebbe portare a un comportamento più rispettoso e inclusivo. Accettare che ci sia spazio per tutti nel mondo della fotografia sarebbe un passo fondamentale verso la costruzione di una comunità italiana più coesa e sana, capace di elevarsi culturalmente e finalmente ottenere i riconoscimenti che merita. Sia chiaro, in giro è pieno di fuffa: molta di questa è prodotta da amatori che, con il loro modo di fotografare, non contribuiscono in modo significativo al movimento culturale fotografico. Ma questo reca danni a qualcuno? Forse sì, forse no, ci sarebbe da approfondire sulla questione, ma una cosa è certa: fa infinitamente meno male di chi utilizza l’insulto e l’arroganza come unico metodo comunicativo, di chi si considera un grande autore quando in realtà è solo un amatore un po’ più evoluto. La vera forza del mondo fotografico risiede nella diversità di voci e prospettive, ed è responsabilità di coloro che godono di posizioni di privilegio garantire che questa diversità sia coltivata, invece che soffocata.
 Vengo poi a un atteggiamento che è quello che trovo personalmente più indigesto: l’utilizzo furbo di frasi semplicistiche, sentenze sommarie di estrema superficialità, di quelle robe meschine che mentre le dici sai già che diventeranno virali sui social. È qualcosa che mi fa rabbrividire. Forse per insicurezza personale, forse per una sorta di malcelata consapevolezza di non essere all’altezza dei grandi autori, c’è questo bisogno viscerale di affermare cose del tipo che il lavoro del fotografo è morto, oppure che la tecnica fotografica è inutile. Questa attitudine non c’entra niente con il pensiero critico, è soltanto un comportamento che rischia di trasformare chi lo adotta in un opportunista che cerca l’attenzione a ogni costo, piuttosto che in un serio pensatore. 
Qui concludo: se non siamo capaci di costruire un ambiente sano, in cui le idee possano fiorire senza essere schiacciate dall’arroganza e dalla presunzione di chi è più potente e sa bene come usare la sua prepotenza, difficilmente si riusciranno a costruire le basi per far crescere un movimento culturale decente. 
Non basta autoincoronarsi sovrano della fotografia per dire di essere un rivoluzionario. Ci vuole ben altro.

    Alessandro Curti
    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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