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    Le possibili esistenze di Alan Maglio

    La ricerca di Alan Maglio è la manipolazione analogica di immagini già esistenti e la fotografia: un mix di suggestioni e sensazioni uniche. Lo abbiamo intervistato

    La ricerca artistica di Alan Maglio prende forma attraverso la manipolazione analogica di immagini preesistenti e la fotografia, creando un intreccio di suggestioni e sensazioni uniche. Maglio, in modo chirurgico, opera sui materiali iconografici provenienti da fotografie d’archivio, spesso in bianco e nero, recuperate da ex agenzie fotografiche. Utilizzando il bisturi, distrugge i supporti originali per poi ricomporre nuove immagini. Tale pratica non solo ha rilevanza artistica, ma rappresenta anche un atto simbolico di trasformazione e rigenerazione. Attraverso il suo lavoro, l’artista invita a guardare oltre la superficie delle immagini, a esplorare il sottile confine tra reale e immaginario e a sondare i recessi più profondi della psiche, riscoprendo l’importanza della memoria e del subconscio come chiavi per comprendere il nostro Io più vero e autentico. Lo abbiamo intervistato.

    Alan Maglio
    © Alan Maglio, Mimesis

    Qual è stata la tua formazione artistica e come hai sviluppato la tua passione per la fotografia e il collage?
    La mia passione per la fotografia nasce più di vent’anni fa e si sviluppa durante il mio percorso di formazione artistica. Dopo aver ottenuto un diploma in grafica, ho deciso di approfondire i miei studi nel campo della fotografia. In questo modo, ho potuto scoprire tutta la complessità e il fascino che si concentrano nel mondo delle immagini, sia attraverso produzioni più “analogiche” come il disegno e la pittura, sia attraverso l’impiego di strumenti tecnici più complessi, e qui penso alla fotografia o al cinema. Il collage è una pratica che, attraverso la sua tipica azione combinatoria di elementi iconografici diversi, ha influenzato numerose correnti artistiche nel corso dei decenni. Posso dirti che uno dei primi “classici” autori che ho approfondito è stato Jiri Kolar, un grande maestro ceco attivo dalla fine degli anni Trenta fino al secolo scorso.

    Cosa unisce questi due linguaggi artistici?
    Quando parliamo di rappresentazione del mondo attraverso simulacri, ci troviamo all’interno di un campo che esprime il proprio potenziale attraverso differenti discipline, tra cui la fotografia e il collage. Queste forme d’arte sono state approfondite da artisti per tutto il Novecento. Gli approcci che mi affascinano di più sono quelli che mantengano un’interazione con la pittura. Trovo che ci sia un vero e proprio legame tra queste diverse tecniche espressive, e mi appassiona parecchio ritrovarle mescolate tra loro.

    Quali sono le fonti di ispirazione che ti spingono a produrre le tue opere?
    Ho la tendenza ad indagare tematiche riguardanti il perturbante, la memoria e il senso del tempo. La mia passione viscerale per il cinema mi ha certamente influenzato molto. Amo quelle opere che conservano un certo senso di mistero, o la forza della suspense, accompagnate da particolare attenzione per l’aspetto estetico. Nel corso degli anni sono stati registi come Herzog, Cassavetes, Kitano o Chabrol a influenzarmi, così come lo sguardo di grandi fotografi come Eggleston e Ghirri. Spero che la costante visione di opere abbia potuto stimolare la maturazione di uno sguardo personale. In questo momento sento di aver individuato i grandi temi della ricerca che porterò avanti nel prossimo futuro, in tal senso, l’adozione e reinterpretazione di immagini provenienti da archivi o prodotte da altri si pongono come una delle caratteristiche centrali attorno alle quali la mia pratica.

    Alan Maglio
    © Alan Maglio, Mimesis

    Come avviene la stratificazione degli elementi nei tuoi collage?
    Non definisco le mie opere con la parola “collage”. Le penso piuttosto come dei montaggi analogici, realizzati a mano, in cui gli elementi vengono stratificati tramite l’uso di bisturi e nastro adesivo conservativo. Sono lavori che definirei “chirurgici”. Il taglio, o meglio ancora, l’intaglio continuo di materiali fotografici attiva una sorta di stato dell’essere in cui mi ritrovo a manipolare e modellare la materia in una pratica che sento simile alla scultura. Opero su stampe fotografiche originali provenienti da agenzie fotogiornalistiche anni Sessanta e Settanta, estrapolando da queste alcuni elementi parziali che vado a innestare su immagini contemporanee realizzate personalmente. In questo modo si crea uno spazio metafisico e onirico in cui i diversi piani temporali si incontrano. Il risultato è un intreccio di elementi realizzati originariamente da mani diverse.

    Quali criteri segui nella selezione delle fotografie per i tuoi lavori?
    Scelgo immagini che portano con sé una carica di sospensione e mistero. Realizzo personalmente fotografie di interni di appartamenti o in scenari notturni, che potrebbero rappresentare i luoghi dell’inconscio. Gli ambienti costituiscono il vero setting delle opere, nei quali inserisco gli elementi esterni ricavati dal lavoro di taglio di cui parlavo. Il risultato di questo incontro amplifica quella dimensione di attesa e inquietudine che caratterizza lavori come Stop Series o Mimesis.

    Quali sono alcuni dei temi principali che tratti nelle tue opere d’arte?
    Uno dei concetti che esploro maggiormente nella mia ricerca è quello del perturbante, a suo tempo definito da Freud nel saggio su E.T.A. Hoffmann, che si manifesta attraverso il ritorno di immagini familiari in una forma straniante. L’indagine dell’inconscio è per me un tema estremamente affascinante. Se ancora esiste un territorio da esplorare, una sorta di “continente misterioso”, è proprio quello popolato dalle figure interiori che caratterizzano il contesto personale e che a volte si manifestano anche nella dimensione collettva e nei luoghi. Di conseguenza, sono molto interessato al lato notturno delle cose, a quelle tracce che persistono nella matrice interiore della psiche, quelle sedimentazioni che, spesso senza preavviso, tornano ad affiorare nella vita quotidiana.

    Qual è la tua opinione sul rapporto tra l’arte e la sua capacità di creare realtà possibili, come mostrato nelle tue opere attraverso un’estetica elegante ed ironica?
    Un’altra delle principali influenze che mi stimola costantemente è lo studio di quegli artisti considerati appartenenti all’art brut e outsider art. Autori come Augustin Lesage, Henry Darger, James Castle o Madge Gill, giusto per citare alcuni nomi, hanno mostrato in modo eccellente come l’arte possa facilitare la costruzione di “esistenze possibili” e abbattere le frontiere tra realtà esterna ed interiore. Nel mio percorso creativo mi sono ritrovato ad esplorare e fotografare migliaia di appartamenti altrui. Ciascuno di essi rappresenta un mondo possibile di cui non conosco la storia nei fatti, ma da cui posso percepire una suggestione da elaborare, per poi ricostruire una sensazione o un’atmosfera fittizia partendo da alcuni frammenti di realtà.

    Alan Maglio
    © Alan Maglio, Mimesis

    In che modo credi che l’arte possa contribuire all’esplorazione e all’ampliamento dei limiti delle esperienze umane?
    Se immagino le esistenze degli autori menzionati poco fa, ed altri correlati, mi salta subito agli occhi l’impatto effettivo della produzione artistica nelle loro vite. La pulsione creativa si è manifestata con una forza potente, in grado di esprimere appieno la natura umana. Questo vale in partcolare per gli artisti brut che hanno trascorso parte della loro vita all’interno di istituti di cura mentale, confinati in spazi precisamente delimitati. Grazie anche al supporto di medici e operatori sensibili alle inclinazioni dei pazienti, la pratica artistica ha decisamente permesso a questi individui di ampliare la profondità e l’ampiezza della loro esistenza. Credo che tenere a mente queste esperienze possa essere importante, perché offrono l’esempio di qualcosa che potenzialmente può essere valido per tutti gli individui, non solo per chi vive il disagio psichico.

    Recentemente, le tue opere sono state esposte in un contesto molto particolare. Puoi raccontarmi di più?
    Con Mimesis ho cercato di spostare la mia ricerca verso una nuova dimensione, più installativa, segnando un’evoluzione rispetto al lavoro fin qui proposto. Ho vissuto per due mesi in un appartamento disabilitato e spoglio, proiettando i contenuti del mio discorso oltre l’opera incorniciata. Ho agito sugli spazi della casa, applicando immagini e simulacri direttamente sui muri delle stanze, per poi sviluppare una ricerca sui suoni d’ambiente. Con il coinvolgimento del sound designer Lorenzo Di Tria, che ha creato un tappeto sonoro a partre da rumori registrati in presa diretta. Tutto questo nell’ttica di coinvolgere il visitatore in un’esperienza immersiva degli spazi della casa. Pur avendo singole opere installate nell’ambiente, la vera e propria creazione artistica è diventata l’appartamento stesso, un unicum di cui fare esperienza dal vivo e in un periodo limitato di tempo, prima di una imminente ristrutturazione. Tutta questa vicenda è stata così entusiasmante e feconda che il luogo è diventato anche scenario per le riprese di un film, al momento è in fase di montaggio.

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    Manuelaannamaria Accinno
    Manuelaannamaria Accinno
    Laureata in Storia e critica dell’arte alll’Università Statale di Milano, amante dell’arte in tutte le sue forme, riserva un occhio speciale alla fotografia. Lavora con alcuni artisti contemporanei, scrivendo testi critici e curando esposizioni personali e collettive. Ha collaborato con Rolling Stone Italia e attualmente scrive per Black Camera.

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