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    Leggere le immagini non significa schierarsi, ma alfabetizzarsi

    Capire e contestualizzare le immagini del conflitto tra Israele e Palestina significa imparare a difendersi dall'ambiguità della fotografia e di chi la veicola

    In queste giornate il mondo è sconvolto dalla furia della guerra, ogni notizia che esce sui giornali e sui social porta con sé un nuovo carico di informazioni caotiche, spesso riportate in modo superficiale, a volte del tutto sbagliate. La frenesia e il nervosismo del momento finiscono per far divampare un incendio incontrollato di informazioni non verificate, alimentate dalla fame insaziabile di propaganda di chi vuole indirizzare il pubblico verso una fazione o l’altra, come se un conflitto che imperversa da 75 anni possa ridursi a un derby calcistico. In mezzo a questa isteria collettiva, in un contesto di violenza inaudita e con civili che perdono la vita in ogni momento, esprimere un’opinione espone chi lo fa a critiche sommarie, insulti e accuse di sostenere terroristi o genocidi. In questa polarizzazione manca lo spazio per le sfumature e le numerose sfaccettature di questa complessa situazione vengono spesso trascurate.

    Dopo questa doverosa premessa, mi preme concentrarmi su ciò che conosco meglio e su cui posso esprimere una opinione: il valore delle immagini e la loro potenza comunicativa. Nelle ultime settimane, e forse negli ultimi dieci anni, il giornalismo italiano sembra non essere all’altezza delle aspettative. Un esempio emblematico è stato il video pubblicato da diversi quotidiani, alcuni considerati tra i più autorevoli del Paese, che sembrava mostrare immagini di Gaza in fiamme. Il problema è che quelle immagini non erano di Gaza, né erano legate a un conflitto. Si trattava di video di festeggiamenti calcistici ad Algeri. Questo solleva una domanda: quante persone che hanno visto quel video si sono fidate della prima impressione e della didascalia che ci spiegava che la principale città della Striscia di Gaza era in fiamme per i bombardamenti israeliani? Alcuni hanno cercato di smentire la notizia, spiegando che le immagini erano state travisate. Questo ha scatenato immediatamente critiche e accuse di parzialità, con alcune persone che sostenevano che ciò costituisse propaganda a favore di Israele. Tuttavia, contestualizzare una notizia e un’immagine non nega automaticamente l’esistenza del conflitto in cui le bombe israeliane colpiscono quotidianamente i civili palestinesi indifesi.

    Queste le immagini che sono state decontestualizzate e utilizzate da numerosi quotidiani per raccontare i bombardamenti israeliani su Gaza

    La stessa vicenda si è riproposta, con risonanza molto più grande, sulla vicenda del bombardamento dell’ospedale battista Al Ahli di Gaza City, che ha causato un alto numero di morti civili. Come è uscita la notizia, subito alcuni video e alcune fotografie hanno fatto il giro del mondo: la responsabilità di un fatto così grave è stata inizialmente attribuita ai bombardamenti dell’IDF. Naturalmente la notizia di un così orribile crimine di guerra ha scatenato reazioni in tutto il mondo, con manifestazioni sfociate in violenza, scontri e cori inneggianti alla morte di Israele. 
Ora, dopo alcune verifiche indipendenti, non vi è certezza che la responsabilità dell’esplosione sia dell’esercito israeliano, ci sono diverse ipotesi più o meno attendibili. In uno continuo scambio di accuse tra Hamas e Israele sulla colpa di un fatto così pesante e disumano, esiste la possibilità concreta che non otterremo mai la verità su questa dinamica. 
Una cosa però è certa: chi si è fidato ciecamente delle prime immagini uscite e le ha assorbite passivamente, costruendosi la propria verità senza alcun tipo di riscontro oggettivo, ha sbagliato. Per chi lavora quotidianamente con le immagini queste parole possono sembrare scontate, evidentemente per l’osservatore medio non lo sono. Bisogna ripetere come un mantra che le immagini non raccontano mai la verità assoluta, per un semplice fatto: sono scattate, pubblicate e veicolate da esseri umani, che possono decidere di costruire diversi contesti, interpretazioni e manipolazioni. Nulla di nuovo in questo concetto, è sufficiente fare un essenziale ripasso della storia della fotografia e pensare a immagini come il miliziano di Capa nella Spagna della Guerra Civile, il teschio di bue di Rothstein, oppure lo scandalo di Brian Walski sul Los Angeles Times, o ancora Elliott Erwitt che ritrae Kruscev e Nixon presi in una lite solo apparente. Queste e altre centinaia di esempi ci raccontano un fatto tanto semplice quanto evidentemente per nulla scontato: le immagini sono un potentissimo strumento di propaganda.

     

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    Sostenere che i video e le fotografie dei bambini decapitati nei kibbutz o del bombardamento dell’ospedale siano state manipolate per sostenere la posizione di Hamas o di Israele non significa schierarsi per una fazione o per l’altra, ma alfabetizzarsi per imparare a leggere e capire le immagini nella loro complessità. Restare passivi davanti a questo tipo di comunicazione ci rende deboli e facilmente esposti a fake news, non ci permette di sviluppare uno spirito critico e quindi di comprendere a pieno gli avvenimenti del mondo.
 Analizzare le tragiche fotografie e video che arrivano da Israele e Palestina in queste settimane e rendersi conto di alcune anomalie non implica la negazione di un dramma che sta colpendo soprattutto la popolazione civile intrappolata in un’enclave senza vie d’uscita, ma è un fatto di responsabilità. Chi lavora seriamente per far capire soprattutto a noi qualcosa in più sulla vicenda andrebbe rispettato e ascoltato, non schernito o insultato. Chi sostiene il contrario è fazioso, avvelenato dai pregiudizi e, con ottime probabilità, molto poco dotato di strumenti critici, almeno per quanto riguarda la conoscenza del linguaggio delle immagini. In un mondo che ci sta abituando sempre di più a vedere le bombe e la violenza come parte della nostra quotidianità, non dimentichiamoci che anche le immagini possono rappresentare un’arma letale, se non impariamo a difenderci.

     

    Alessandro Curti
    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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