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    «L’immagine e la materia possono creare un nuovo livello di esperienzialità artistica»

    Lo dice Jacopo di Cera, che da anni porta avanti una ricerca che coniuga fotografia e matericità. Dal 28 aprile al primo maggio le sue immagini saranno esposte al MIA Fair di Milano. Lo abbiamo intervistato

    Jacopo di Cera porta avanti da alcuni anni una ricerca che coniuga fotografia e matericità, la lettura documentaristica della realtà, soprattutto a sfondo sociale, con una resa materica delle immagini che ne sono rappresentazione. Grazie a supporti di vetro, legno o ferro, Jacopo conferisce all’immagine fotografica una vita tridimensionale, sensibile, favorendo l’immersione dello spettatore in tematiche calde e attuali che riguardano spesso il nostro paese. Al MIA Photo Fair, che aprirà al pubblico dal 28 aprile al primo maggio, esporrà tre suoi progetti accomunati da questo particolare sguardo. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa in più del suo percorso.

    Jacopo Di Cera, Il rumore dell ‘assenza, 2017 ©Jacopo Di Cera
    Quando hai prodotto Fino alla fine del mare nel 2017, il tuo primo progetto “fotomaterico”, cosa ti ha spinto ad introdurre questo tuo particolare approccio? 

    Cercavo qualcosa che desse continuità ad un progetto fotografico, non volevo che tutto il lavoro svolto finiva in una mostra ed un libro. Quando scattai quelle immagini, su quella spiaggia di Lampedusa, ci misi l’anima, e la trasferii nelle foto stesse. Ma volevo dargli anche un corpo, una forma, una materia. Amo la materia. Amo studiarla, capirne le possibilità infinite, amo usare le mani e per questo ho trovato nel Fotomaterismo un approccio artistico, un movimento che ha la finalità di trasformare la fotografia da immagine a opera d’arte unica. Considerando la fotografia come forma di linguaggio ed espressione, il processo fotomaterico trasforma in un corpo materiale l’anima fotografica. La materia si fonde al contenuto e, lo eleva imprimendogli un significato ed un valore più forte e soprattutto unico. Con Fino alla Fine del Mare ho iniziato il mio percorso “fotomaterico”: le immagini degli scafi dei barconi dei migranti abbandonati sull’isola di Lampedusa sono stati stampati sul legno e poi resinati a mano, uno ad uno da me. Il legno lega indissolubilmente la forma al contenuto e, la resina contestualizza l’opera. Nel progetto Il rumore dell’assenza, dedicato alla terribile tragedia del terremoto di Amatrice, la stampa del progetto è stata fatta direttamente su una carta finissima, stropicciata a mano e poi riposta in cornice per enfatizzare il tema della fragilità dell’essere umano e delle sue opere di fronte alla natura. In MiRo abbiamo scelto di celebrare l’immagine e quindi il senso del viaggio attraverso una stampa diretta sul vetro di un finestrino del treno. In questo modo trasformiamo l’immagine in una vera e propria finestra sul proprio viaggio interiore.

    Jacopo Di Cera, Fino alla fine del mare, Isola #4, stampa su legno, 2015 ©Jacopo Di Cera

     

    Non pensi che l’elemento materico possa distogliere dal contenuto dell’immagine?

    No, anzi penso esattamente l’opposto. Il supporto non viene scelto mai a caso, ma ha delle logiche ben precise legate al processo di sviluppo dell’immagine stessa.Il processo fotomaterico è un vero e proprio progetto artistico, come quello fotografico. Parte da un lavoro fotografico completo e lo trasforma, attraverso una serie di azioni e pensieri creativi in un’opera unica. In una fase storica in cui siamo dopati di immagini dovuta alla rapida ascesa della digitalizzazione e alla conseguente enorme amplificazione, a tratti compulsiva, tramite i diversi strumenti sociali, credo che l’immagine e la materia possano creare un nuovo livello di esperienzialità artistica. La materia crea esperienza, ti aiuta a riconnetterti con il reale, è unica, è vera. Tramite la materia ci si può riconnettere con “l’ora”, il sé, con il vivere e quindi con l’arte come sua rappresentazione. Con la materia possiamo tornare a vivere un’esperienza più intensa, l’immagine ne esce più rafforzata, chi la osserva non attiva solo la vista ma anche gli altri sensi.“ La materia aiuta a “sentire” ancora di più l’immagine.

    Che legame c’è, secondo te, tra la tematica sociale, a cui spesso ti rifai, e la resa materica delle tue immagini?

     Il legame è indissolubile. Il legno e la resina di Fino alla Fine del mare è un viaggio metaforico che compie ogni singola opera nella sua stessa realizzazione, alla stessa stregua del viaggio che hanno fatto quelle barche. Un modo diverso e più completo di raccontare una emergenza sociale ed umanitaria. Le barche fotografate in estremo close-up si decontestualizzano, diventando immagini astratte, con la stampa diretta sul legno rinascono in una nuova forma, in una seconda vita, e con l’applicazione della resina ricevono un simbolo, quello dell’acqua, e quindi ritornano nel mare, metaforicamente, l’elemento da cui provengono come barche.  Il viaggio che compiono le opere nella loro realizzazione è un parallelismo con quello che hanno fatto quelle barche, ma è in realtà la metafora del viaggio di tutta l’umanità. Ne il Rumore dell’Assenza la carta velina  stropicciata e poi ristesa sul passpartout rende un senso di fragilità, di incompiutezza che è alla base di ciò che il terremoto di Amatrice ha provocato dentro di noi,  ancora oggi. Le opere rappresentano la fragilità dell’essere umano, e la riflettono come in uno specchio, osserviamo la metafora di quello che siamo: carta velina stropicciata. In MiRo la volontà è quella di raccontare il tema del pendolarismo attraverso un finestrino e l’opera diventa il finestrino stesso. Da cui guardare, ammirare il mondo esterno evitando l’alienazione che ogni giorno può manifestarsi in colui che percorre sempre la stessa tratta. Il finestrino è l’oggetto materico, è l’opera stessa che racconta la poesia del viaggio. Ogni opera è un vero e proprio finestrino di un treno con un invito a guardare fuori, al di là del vetro, perché è dall’altra parte che avviene il vero viaggio, quello della vita. La bellezza nella quotidianità dei particolari e dei dettagli, lo scorrere del tempo, il mutare delle stagioni.

    Jacopo Di Cera, MiRo. Milano – Roma, Trenitalia 9506, 2021 ©Jacopo Di Cera
    Con l’introduzione della componente materica le tue opere non sono classificabili unicamente come “fotografiche”. Come le definiresti?

     Il progetto fotografico è il punto di partenza, nasco fotografo e sento nella fotografia il mezzo espressivo migliore con cui raccontare la mia visione, la mia arte. Senza la fotografia non esisterebbero i miei lavori. E’ nell’immagine che trovo il mio modo di comunicare. La materia dona alla fotografia una sua anima, unica e profonda. La materia mi permette di vivere un’esperienza artistica diversa, arricchendo il mio lavoro con diverse arti, un viaggio nel viaggio. Mi piace chiamare questo percorso, fotomaterismo.

     
    Qual è, tra i tuoi progetti, quello che, secondo te, rende maggiormente nella sua matericità? E perché?

     Penso che ognuno dei tre progetti prodotti in questi anni abbia una sua forza artistica importante grazie alla materia. Sento in Fino alla Fine del Mare, nel suo legno e nella sua resina un percorso intenso che porta l’osservatore a immergersi in quello che le immagini vogliono raccontare senza condizionarlo senza legarlo a nessun principio già definito, e per questo che son volutamente astratte. In questo viaggio però si sente il mare, si sente la fragilità di chi viaggia, l’incertezza ma allo stesso tempo la solidità e la forza della volontà. Tutto questo, senza la materia, si perderebbe. In realtà i tre progetti sono diversi tra di loro, non solo nell realizzazione, ma anche nel pensiero creativo, e rappresentano un pò il mio percorso artistico e di crescita in questo nuovo campo, questa nuova corrente culturale.

    Jacopo Di Cera, Il rumore dell ‘assenza, 2017 ©Jacopo Di Cera
    Con quale altro materiale ti piacerebbe lavorare in futuro?

    Devo ammettere che questo viaggio di fotomaterismo che sto intraprendendo da 5 anni è affasciante. Mi permette di mischiare le arti, di scoprire e lavorare con gli artigiani, quelli veri. Di imparare da loro le tecniche di rilascio della resina, di come creare un finestrino del treno, di come poter stampare sul ferro, la sabbia, la terra. È un mondo incredibile che mi sta aiutando ad amplificare la forza del messaggio che attraverso la fotografia voglio raccontare. È un viaggio bellissimo.

    Altri progetti “fotomaterici” nel cassetto?

    In questo periodo sto lavorando a due nuovi progetti Fotomaterici, uno legato all’estate italiana su cui stiamo testando una materia nuova come la sabbia cristallizata. L’altro progetto riguarda invece il mondo dell’agricoltura e la forza estetica che produce. Anche su questo progetto stiamo testando nuovi materiali che diano forza e valore all’immagine e facciano sentire l’osservatore immerso e davanti a qualcosa di unico.

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    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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