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    Paris Photo 2023: le quattro gallerie (+ 1) più interessanti

    Alessio Fusi racconta Paris Photo, la fiera di fotografia parigina che si è appena conclusa con grande successo di pubblico

    Si è appena conclusa l’edizione 2023 di Paris Photo Fair ed è stato un successo. Come negli ultimi tre anni le atmosfere perturbanti del Grand Palais Éphémèr convalidano la centralità dell’iniziativa parigina. Prima di procedere però intendo fare una piccola premessa al lettore: ovviamente, nella kermesse, come l’organizzazione della fiera ci ha ben abituato, compaiono grandi nomi della fotografia ampiamente storicizzati (da Avedon a Newton, passando per Diane Arbus, William Klein, Nan Goldin e Joseph Koudelka), ma la nostra concentrazione, all’alba di questo ultimo appuntamento, è diretta a curiosità d’archivio e a tutte quelle proposte narrative promotrici di una vera e propria educazione visiva, concettuale ed emozionale.

    Magnin-A (Paris) & Binome (Parigi)
    Il primo stand di joint venture che troviamo in questa piccola guida-raccolta è quello di Magnin-A e Binome. Le due realtà “made in France” propongono, attraverso un allestimento sinuosamente frammentato, il progetto Being There (2023) del fotografo senegalese Omar Victor Diop, realizzato in collaborazione con The anonymus project. Come già si evince dal titolo Diop attua una operazione di sostituzione e restituzione comunitaria. Mediante una manipolazione digitale dell’immagine l’autore si inserisce all’interno di un credibilissimo teatrino della quotidianità statunitense di metà Novecento. In quanto afrodiscendente Diop si posiziona nei luoghi e nelle dinamiche della segregazione razziale nel tessuto dell’America degli anni Sessanta. Cene tra amici, polverosi scorci di club privati, spensierati picnic e gite all’aperto diventano lo scenario intorno al quale si sussegue un vortice continuo di fotogrammi ambigui che finisce per intrecciarsi con la subdola oscurità della storia. Diop, scavando nella morale collettiva, parla al mondo contemporaneo, lo spoglia dalle sue certezze inconsistenti per accendere la luce su una piaga che purtroppo ancora imperversa nella vita di tutti i giorni. Senza la minima esitazione, bensì mosso da un preponderante senso di riappropriazione del proprio peso artistico-politico, Omar Victor Diop ci invita a integrare con la sua traccia apposta in un mondo originariamente respingente, per dirci: io sono proprio qui, nel punto esatto da dove la supremazia bianca ha lungamente cercato di cancellarmi.

    Omar Victor Diop

    LOOCK (Berlino)
    Lo spazio allestito dalla berlinese LOOCK combina interventi di carattere installativo con display maggiormente formali. Qui troviamo il lavoro della fotografa turca/mussulmana Sabiha Çimen (classe 1989 che si è approcciata alla fotografia da autodidatta soltanto nel 2016, ma dal 2020 è parte integrante dell’agenzia Magnum). Con il progetto Hafiz (diventato nel 2021 anche un progetto editoriale pubblicato da Red Hook) Çimen ci apre le porte di un universo privato e assai misterioso, quello delle scuole religiose di Istanbul dove, tra le spesse mura della tradizione, le giovani scolare della città si recano giornalmente per memorizzare i 6.238 versetti del Corano. Utilizzando una macchina a medio formato la fotografa si tuffa nella routine formativa di ciascuna studentessa per prelevarne l’essenza adolescenziale. Essenza sovente celata dal centenario tessuto di un hijab islamico. Diversamente da come lo stereotipo della rigidità religiosa contribuisce a farcele immaginare, le ragazze ritratte da Çimen appaiono congelate in atteggiamenti spesso ludici, allegre e consapevoli, maliziose e concertate. Di fatto Sabiha Çimen, padroneggiando un’estetica rivelatrice, ci restituisce la capacità di proiettarci oltre il velo frastornate dell’appartenenza geografica. Hafiz non rappresenta unicamente il poetico tentativo di documentare la realtà di un vissuto infantile molto caro all’autrice, ma è lo specchio comportamentale delle gioie e dei dolori di tutte le adolescenti.

    SABIHA ÇIMEN

    Françoise Paiviot (Parigi) & Vintage Works (Chalfont)
    Per gli amanti di epoche mai vissute l’incorno tra Françoise Paiviot e Vintage Works, siglato con un’esplosiva parte d’ingresso in comune, risulta certamente incantevole. Le due gallerie ripercorrono lo statuto della fotografia e la sua relativa evoluzione. Mostrandoci una serie di minuterie figurative come le carte de visite di Eugène Disdéri, oppure esemplari dei primissimi ritratti di Nadar, e ancora sperimentazioni corporee di André Kertész o vedute estatiche di Brassaï ci immergiamo in un viaggio storiografico dal sapore ottocentesco. Tra tutti però c’è un lavoro in particolare che, grazie alla sua espressività ingombrante, difficilmente passa inosservato, riuscendo a catturare l’attenzione di un visitatore ormai costantemente bombardato da input di ogni genere. Si tratta di una rarissima sequenza di immagini di piccole dimensioni (albumine poco più grandi di 10 cm) di Géraud Bonnet. In questa occasione vediamo la fotografa, nonché autrice di numerosi saggi sull’ipnosi e l’autosuggestione, interpretare un ampio ventaglio di stadi emotivi, dall’estasi alla sorpresa per poi giungere, infine, alla disperazione. Forte di un candore disarmante Bonnet ci racconta una fotografia consapevole che, non molto tempo dopo la sua invenzione, era già in grado di comporre un’accurata ode all’imprevedibilità della psicologia umana.

    SILK ROAD (Teheran)
    Immaginatevi Teheran. Immaginatevi essere una donna a Teheran. Immaginatevi essere una donna transessuale a Teheran. Ecco, tutti questi elementi operativi collimano nella storia, raccontata magistralmente dall’occhio acuto dalla fotografa iraniana Tahmineh Monzavi, di Tina, una signora trsangender immortalata nel pieno della sua maturazione estetica.  La galleria SILK ROAD mette dunque in parete qualche fotogramma del progetto omonimo, ovvero una appendice pluriennale del lavoro Grape Garden Alley (reportage incentrato sui dormitori nelle prigioni di Teheran) che ha portato Monzavi a interrogarsi sul principio di liberà femminile e su quando questo, per ragioni puramente ideologiche, viene tirannicamente negato. Tina ha 44 anni e da quando ne aveva 15 non ha più rapporti con la sua famiglia d’origine. L’emarginazione forzata, causa anche di reiterate dipendenze, l’ha condotta sull’orlo del precipizio, forzata a costruirsi un rifugio fatto di ritualità identitarie intrecciate con altre donne nella sua stessa condizione. Il racconto in bianco e nero di Monzavi ci trasmette tutta l’intimità di chi, a fronte delle angherie subite, riesce comunque a perdonare ed è finalmente pronto a raccontare la sua storia. Non solo, attraverso una grammatica ruvida, a volte granulosa e fuori fuoco, Tahmineh Monzavi è capace di evidenziare il confine sottile che separa l’alienazione dal riconoscimento sociale.

    Tahmineh Monzavi

    Adesso, per spiegare quell’intrusivo +1 nel titolo di apertura, che nella sua indiscreta collocazione vuole fare da timone al nostro percorso attraverso queste quattro gallerie inserite nello scrigno del Palais, è mio dovere introdurre un mostro sacro della cultura visuale, Sophie Calle. Per prendersi una meritata pausa dalla frenesia della fiera, mi sono ritagliato il tempo per visitare la sua ultima mostra antologica. Siamo nel Marais e al Musée National Picasso l’artista francese Sophie Calle mette in scena una struggente e al quanto liberatoria panoramica dell’esistenza umana. Con lucida fermezza e un pizzico di amara ironia si abbandona a un racconto malinconico che soltanto inizialmente risulta di carattere autobiografico (si tratta forse di un commovente addio alle scene? Chi può dirlo…) per poi rivelare la sua vera intenzione comunicativa: prendere coscienza di tematiche come la capacità di produrre memoria e il rapporto con la perdita sia umana, sia intellettuale che spesso ne scaturisce.

    Sophie Calle

    Che si tratti di performance, interventi site-specific o messaggi materici la maggioranza dei lavori, selezionati in occasione della rassegna intitolata À toi de faire, ma mignonne, possiedono un semplice denominatore comune, ossia la matrice iconografica. Ed ecco che nella sala 0.3 la Calle propone il suo personale Guernica fotografico: una parete occupata da una costellazione di autori internazionali che sfidano l’appetito accumulativo del collezionista per restituirci un affresco composito della diversità espressiva, nonché sensoriale. Ciascuno dei personaggi introdotti da Sophie Calle, forte proprio di questa eterogeneità visiva, ha la capacità di contribuite a sintetizzare, sotto forma di allestimento mosaicistico, l’università del mezzo fotografico. Ragion per cui la voce limpida dell’artista, unita ai mille sussurri di nuove figure dello scenario artistico-fotografico, ricorda che la fotografia, in fin dei conti, appartiene a tutti noi. Grazie a Sophie Calle ciascun osservatore può dunque esercitare il diritto di riconoscersi nella diversità, liberandosi dalle costrizioni sociali, e contribuire alla costruzione di un efficace ponte di comunicazione con l’altro.

    PARIS PHOTO

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