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    Plexus: le fotografie del trauma di Elena Helfrecht

    Trauma e memoria nelle fotografie di Elena Helfrecht. Il libro 'Plexus' rivela le cicatrici invisibili del passato

    Il termine trauma, proveniente dal greco “trayma” e che letteralmente significa trafittura o perforazione, racchiude in sé una vasta gamma di esperienze dolorose che possono influenzare profondamente la vita dell’uomo. Il trauma è come una ferita invisibile che si insinua nel profondo dell’anima, lasciando cicatrici indelebili che, nel corso del tempo, possono manifestarsi in modi insospettabili. Il suo peso non risiede solo nell’evento scatenante, ma anche nelle conseguenze che si propagano nell’individuo, come frammenti di un vetro rotto capace di ferire continuamente. Come una lacerazione, questa “ferita” penetra l’integrità della mente e dell’animo, interrompendo bruscamente la stabilità emotiva e spingendo l’essere umano verso una realtà distorta, dove l’equilibrio e il senso di sicurezza vengono minacciati. I ricordi dolorosi perdurano negli anni, come se fossero congelati in un passato che non permette di avanzare. Il tempo diventa un alleato e un nemico, poiché può attenuare la potenza dell’evento traumatico, ma anche conservarne le tracce incise nel profondo dell’anima. Sono come un eco persistente che risuona nella mente, nelle emozioni, nella quotidianità.

    Dopo la scomparsa di sua nonna, l’artista Elena Helfrecht ha deciso di intraprendere un viaggio fotografico all’interno della tenuta di famiglia situata in Baviera. Attraverso l’utilizzo degli interni, degli oggetti e degli archivi presenti, ha iniziato a esplorare profondamente le complesse tematiche del trauma ereditato e il concetto di post memoria. L’artista si è interrogata sul rapporto che le generazioni successive sviluppano con i traumi subiti da quelle che le hanno precedute, raccontando una storia intima e profonda che mette in luce la tortuosità delle esperienze umane. La casa e i suoi arredi vengono utilizzati per mettere in scena una rappresentazione allegorica. Gli interni e le nature morte, che inizialmente sembrano mostrare oggetti e scene comuni, diventano sempre più inquietanti: strani depositi appaiono simili a stalattiti che gocciolano lateralmente dalle pareti, oscure voragini si aprono sotto le assi del pavimento, un serpente si avvolge attorno a una casa di bambole e le sedie pendono dalle travi.

    Durante lo sviluppo della narrazione, i motivi delle uova, degli uccelli e delle escrescenze carnose (il cui riferimento al titolo, Plexus – una rete di nervi è sottinteso) intrecciano le fotografie d’archivio della famiglia, suggerendo legami e connessioni tra simboli, persone e luoghi misteriosi e insondabili. I suoi scatti sono caratterizzati da una concisa dualità, in cui bianco e nero si fronteggiano senza compromessi. Questo crea un forte contrasto visivo che richiama l’attenzione e stimola la mente dell’osservatore. Ogni dettaglio diventa più nitido e prominente, senza la distrazione dei colori che potrebbero confondere o togliere forza all’immagine; creando in questo modo dimensione parallela in cui tutto può accadere.
    “Nel processo di ricollegare la storia frammentata del mio lignaggio femminile, il termine “ri-membrare” diventa letterale. Immergendomi in questa storia, riempio gli spazi vuoti con sogni, associazioni e scene immaginate per creare una narrazione che attraversa i confini personali e nazionali. Gli oggetti e l’architettura della casa diventano “testimoni privilegiati” e aprono una porta tra il passato e il presente”.

    Il progetto Plexus della fotografa Elena Helfrecht affronta un passato che abbraccia quattro generazioni, esplorando e raffigurando gli echi intrinsechi e riverberanti della salute mentale, della guerra e della storia. Il racconto visivo, carico di immagini che alludono simbolicamente all’irreale, viene affrontato come un tessuto intricato, in cui le vicende personali si intrecciano con eventi più ampi e significativi. Helfrecht fa emergere la connessione tra passato e presente, mettendo in risalto come le esperienze familiari si inseriscano in un contesto storico e sociale più ampio. Questo progetto invita a un esame critico delle narrazioni che sono state tramandate e sfida la concezione lineare del tempo, suggerendo che il passato e il presente siano intrinsecamente legati e che la nostra comprensione della storia sia influenzata dalle nostre esperienze individuali e familiari.

    Elena Helfrecht, nata in Baviera nel 1992, è un’artista visiva tedesca nota per le sue opere fotografiche oniriche e surreali. La sua pratica ruota principalmente attorno ai fenomeni di coscienza, combinando esperienze individuali e storia collettiva. Le sue opere sono state esposte alla South London Gallery (Regno Unito), alla Galleria Civica Cavour (IT), al Museo Benaki (GR), al Palácio das Artes (BR), al Peckham 24 (UK), al Photo Vogue Festival (IT) e agli Encontros da Imagem (PT). Ha ricevuto il British Journal of Photography International Photo Award, un Sony World Photo Award, il Camera Work Award e l’AOP Student Award. È stata selezionata come uno dei Bloomberg New Contemporaries e nominata per il FOAM Paul Huf Award. Recentemente, VOID l’ha selezionata come uno dei Futures Photography Talents. I suoi lavori sono stati pubblicati su The New Yorker, ZEIT Magazin, Financial Times Weekend, The British Journal of Photography, Granta, Der Greif e Source Magazine.

    LIBRO
    ELENA HELFRECHT

     

    Manuelaannamaria Accinno
    Manuelaannamaria Accinno
    Laureata in Storia e critica dell’arte alll’Università Statale di Milano, amante dell’arte in tutte le sue forme, riserva un occhio speciale alla fotografia. Lavora con alcuni artisti contemporanei, scrivendo testi critici e curando esposizioni personali e collettive. Ha collaborato con Rolling Stone Italia e attualmente scrive per Black Camera.

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