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    Siamo andati a vedere il Brescia Photo Festival

    Da Edward Weston a Pasolini, la nuova edizione della rassegna si immerge nelle mille sfaccettature del ritratto. Alessio Fusi è stato a Brescia e ha recensito le mostre presenti al festival

    Lo scorso 31 Marzo il Brescia Photo Festival ha spento le sue prime cinque candeline e ha deciso, in occasione di un traguardo così importante, di comporre una rassegna dedicata all’arte del ritratto. L’iniziativa, ormai ben consolidata, vede al suo timone, nella veste di direttore artistico, la figura di Renato Corsini, affiancato dal prestigioso sostengo della Fondazione Brescia Musei, del Centro delle fotografia italiana (Ma.Co.f) e della casa editrice SKIRA. Incrementato il numero di mostre proposte, moltiplicate le iniziative disseminate per la città, la nuova edizione arriva a coinvolgere ben 6 differenti centri culturali, riuscendo a tessere una rete di relazioni significative sia sul territorio nazionale che internazionale. Sembra quasi che la kermesse di organizzatori, ogni anno, voglia stabilire un nuovo record personale in grado di stupirci. Ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

    Edward Weston. Bertha Wardell, Nude 1927, Gelatin silver print © Center for Creative Photography Arizona Board of Regents

    Per cominciare, il tema disegna una antologia del ritratto a tutto tondo, denotandone lo spessore storico e la valenza artistica. Infatti, come afferma il Direttore della Fondazione Brescia Musei, Stefano Karadjov: «Quasi tutti i fotografi si sono dedicati, prima o dopo, a questo soggetto così importante – aggiungerei necessario – nel plasmare il linguaggio fotografico». Attraverso i numerosi percorsi espositivi, le immagini non ci narrano soltanto l’evoluzione di questo medium espressivo, ma anche le correnti che lo hanno incoraggiato oppure travolto, le profonde storie personali degli autori alla base del loro mito e infine, cosa più importante, grazie alla loro straordinaria ambiguità, ci dimostrano quanto non dipendano da noi e come, prendendo vita, si trasformino in altro, un altro capace di essere promosso ad icona e quindi, fondersi con lo scorrere del tempo in un’inesauribile danza destinata all’eternità.

    © Edward Weston

    Prima tappa del nostro viaggio nella società e nel delineare un ritratto del suo paesaggio umano è il Museo di Santa Giulia, dove sono collocate le due mostre fiore all’occhiello del Festival. Weston. Edward, Brett, Cole, Cara. Una dinastia di fotografi ci propone il racconto, lungo un secolo, di un’arte, quella fotografica, in completa trasformazione. La raccolta nasce dalla fusione sinergica tra la Fondazione Brescia Musei e la Galleria Weston, tutt’ora gestita dalla stessa famiglia. Nella sala principale veniamo accolti dall’immenso Edward, con le sue strabilianti immagini immerse in un allestimento quieto, serenamente accentuato dal colore verde. Gli scatti di questo gigante della fotografia mondiale tracciano la sua esplorazione del mezzo e inquadrano quanto egli sia stato capace, allontanatosi dalla tradizionale pratica ritrattistica, di elevarlo ad un livello di astrazione impareggiabile. Copri nudi immortalati come fossero paesaggi inesplorati, oggetti quotidiani promossi a sculture, frutta e verdura catturata attraverso torsioni e annodamenti claustrofobici nel momento esatto in cui sembrano prendere vita. Le fotografie di Weston appaiono investite da una rinnovata sacralità e dominate da un uso della luce impeccabile, magistralmente piegato in funzione del messaggio e asservito alla stampa del negativo. Questi scatti ci rapiscono con una poesia unica, sottolineata dal forte contrasto e capace di riaccendere in noi l’amore per un mondo troppo spesso trascurato.

    © Cole Weston

    Dirigendoci nella sala adiacente, il colore della pareti cambia e acquista i toni purpurei del rosso. In questa sezione sono organizzate le immagini dei due figli e, nell’angolo estremo del percorso, quelle dell’adorata nipote. Partiamo dal secondogenito Cole che fa suoi gli insegnamenti del padre e li reinterpreta utilizzando colore. Sono scatti essenziali, volti a ritrarre una radiografia del pianeta in cui viviamo. Pareti rocciose, vertiginose scogliere oppure silenziose insenature vengono accarezzate da una luce pittoricamente diffusa ma che, improvvisamente, si avventa sui dettagli, restituendoci delle fotografie talmente fisiche da far sembrare reale la possibilità di afferrare gli elementi che le compongono. Brett, il primogenito, risulta essere quello più influenzato dalla lezione paterna, forse favorito dalla medesima tecnica di stampa a base di sali d’argento. Il suo immaginario ridefinisce la rappresentazione della natura in chiave astrattista; i paesaggi che ci presenta sono al limite del surreale e ci trascinano in un’esplorazione protesa verso un tempo indefinito. Infine troviamo Cara con il suo approccio meditativo e personale che sembra attingere, oltre alle esperienze familiari, ai pionieristici esperimenti fotografici datati 1800 della meravigliosa Imogen Cunningham. Come gli altri prima di lei, la nipote di Weston conosce bene la grammatica delle immagini e come veicolarne la potenza; sviluppa così una luce elegante che accarezza le forme ritratte, incorniciandole in una perfetta composizione.
    Dal punto di vista espositivo questo percorso non cerca di affermare niente di nuovo, sottolinea il lascito che Edward Weston è riuscito a trasferire alla sua famiglia, cullandolo in un allestimento piuttosto istituzionale dominato dalla tradizione.

    © Gian Paolo Barbieri, Vogue Italia, Audrey Hepburn

    L’intenso colore rosso del precedente allestimento si interrompe di netto e da protagonista è ormai costretto ad assumere un ruolo marginale; si fa cornice di un ampio varco nella parete che ci permette di lasciarci alle spalle il racconto della dinastia Weston e immergerci in un nuovo universo di immagini. Veniamo inghiottiti da un limbo bianco, punto di partenza di un percorso sinuoso, costellato da magnifiche fotografie che attestano quanto sia, per noi, di vitale importanza l’arte del ritratto. Questo, oltre a essere stato la chiave grazie a cui la fotografia si è diffusa esponenzialmente nel mondo ed è conseguentemente riuscita ad imporsi nella società, è anche un mezzo grazie al quale riconoscerci, indagarci, interrogarci e forse spingerci oltre le noiose apparenze, per scoprire che si nasconde sempre qualcos’altro dietro la maschera del volto. Lo sguardo restituito è una collettiva che spazia cronologicamente dal XIX secolo ad oggi, articolata in undici sezioni, dove sono raccolte testimonianze e riflessioni sociali attraverso gli occhi di 120 autori. In questo luogo, seppur circondati da altre persone, si è filosoficamente trasportati su un altro livello, nel quale siamo soli e costretti a confrontarci con noi stessi. Gli scatti che abbiamo davanti quasi ci paralizzano, ci riconosciamo in quell’accenno di sorriso, oppure in quella posa così plastica a cui tanto facciamo fede per affermare la nostra “sicura” identità. Ci accorgiamo di come il nostro mondo sia schiavo di tanti stereotipi e di come soltanto in pochi siano riusciti ad interromperne il flusso. Che sia il ritratto di Gian Paolo Barbieri a Audrey Hepburn, una sperimentazione materica di Paolo Gioli, un sogno di Arthur Tress, una introspezione di Urs Lüthi oppure una denuncia politica di Shirin Neshat poco importa, per il nostro super io non c’è scampo. Questi scatti ci ipnotizzano, ci scavano dentro e, improvvisamente, ci troviamo noi ad essere tramutati in immagini al servizio delle immagini stesse.

    © Josie Earp, Portrait of Kaloma 1914

    Giunti a una manciata di metri dal traguardo, la nostra attenzione viene inquinata dalle immagini collocate sull’ultima parete del percorso: sei scatti che immortalano altrettante persone nel rito autocelebrativo del selfie. Una polverosa invettiva, piccolo borghese, di qualcuno che è presumibilmente rimasto vittima di un mondo in rapido cambiamento e perciò non si è accorto che, per essere fotografi, occorre molto più di un semplice smartphone. Per nostra fortuna, ci sono ancora tante splendide immagini in giro, basta solo saper puntare gli occhi nella direzione giusta.

    © Cara Weston

    Attraversando a piedi la tranquilla e pittoresca Via dei Musei, ci dirigiamo verso la seconda tappa del nostro pellegrinaggio tra le immagini: il centro per le nuove culture Mo.Ca. Un punto nevralgico per la realtà bresciana, un tempo tribunale, adesso realtà intensa, produttiva, bacino d’incontro e scambio artistico. Entriamo in un luogo magico, nel quale si respira aria d’innovazione multidisciplinare, uno spazio in cui l’arte classica incontra la fotografia e il cinema si fonde con la letteratura, il tutto reso indimenticabile dal contesto tardo-barocco di Palazzo Martinengo Colleoni. Dopo esserci presi un momento per contemplare la bellezza di questo edificio, in particolare, del suo sensazionale porticato, composto da mezze colonne toscane e che racchiude un pacifico cortile, ci addentriamo nella sala affacciata su questo piccolo angolo di paradiso cittadino. Sette anni in Eritrea di Maurizio Frullani è qui raccontata come universo semplice e ammaliante, fatto di figure e primissimi piani, in grado di restituirci uno spaccato di vita dell’Africa orientale tra il 1993 e il 2000. Con il suo reportage, l’autore si focalizza sulle espressioni dei volti, soprattutto femminili, raccogliendo testimonianze e pensieri su una guerra che, momentaneamente, sembrava essere “sospesa”. Le immagini delineano un elogio alla dignità umana in modo non scontato, l’attenzione alle condizioni di vita precarie sono soltanto un elemento che il fotografo sfrutta come chiave di lettura per sottolineare i soggetti ritratti, i quali, alternando fierezza a spontaneità, sembrano scontrarsi con l’ambiente circostante, così da creare un’atmosfera in bilico tra cruda realtà e poetica finzione. L’equilibrio di luci e ombre degli scatti si sposa bene con l’illuminazione calda, quasi soffusa, della sala espositiva. Se però le pareti grezze, che sembrano lentamente divorare i loro affreschi, sono una scelta decisa e consapevole, l’affissione delle opere risulta tutt’altro che ponderata, vanificandone gli sforzi iniziali. D’altro canto, la vera emozione del progetto sono gli occhi di queste donne, resi magneticamente profondi dal bianco e nero, che ci danno accesso un mondo personale, sembrano voler condividere con noi gioie e dolori, esperienze e delusioni, perché come attraverso le pagine di un libro, le fotografie sono capaci di offrirci l’occasione di vivere esistenze lontane, che altrimenti non potremmo mai comprendere a fondo.

    © Brett Weston

    Salendo al piano superiore, una lunga e meravigliosa galleria ci indica la strada attraverso la collezione permanetene del Centro. Un insieme, forse troppo affollato, di immagini d’autore che, nonostante compongano uno sdolcinato elogio al prestigio di questa iniziativa, risultano innegabilmente travolgenti. Ferdinando Scianna, Lisetta Carmi, Mario de Biasi, Mario Giacomelli, Massimo Vitali e Franco Fontana, questi solo alcuni dei maestri dell’obbiettivo presenti nella rassegna e dei quali possiamo ammirare le storie passeggiando, in religioso silenzio, per gli spazi del palazzo. L’allestimento scuro, un po’ buio, non disturba il nostro orgasmo visivo perché queste opere splendono di una luce propria difficile da indebolire.

    Frullani Massawa

    Inconsciamente il percorso ci ha fatto percorrere l’edificio in tutta la sua profondità per consegnarci nelle mani dell’ultima mostra, a conclusione di questo circuito espositivo: Pier Paolo Pasolini Per essere poeti, bisogna avere molto tempo. Abbiamo visto come l’arte del ritratto sia simbolo delle interpretazioni più disparate, da occhio sul mondo a riflessione sociale, da shooting mondano a presa di posizione decisa sulla condizione umana; in quest’ultimo capitolo ci troviamo davanti fotografie apparentemente semplici ma capaci di ammutolirci per la loro delicata intimità. Si tratta di un racconto alla scoperta della persona e non soltanto dello scrittore di fama, del poeta raffinato o del regista provocatore. Questi scatti compongono un ritratto privato di Pasolini, portano alla luce il suo animo sensibile, le tradizioni familiari e i rapporti umani con amici prima che personaggi illustri, dalla favolosa Anna Magnani a Maria Callas, da Bernardo Bertolucci ad Alberto Moravia. Un allestimento efficace che ha saputo coniugare prodigiosamente le visioni di grandi fotografi – Gianni Berengo Gardin ed Ezio Vitale tra gli altri – con poesie e testi dilanianti dell’autore che, ancora una volta, si dimostra più contemporaneo che mai.

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