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    Tipi da mostre

    L'onnipresente, lo scroccone, l'attaccabottoni, il tiratardi, il poco igienico, l'invidioso: chi sono i personaggi che si trovano più di frequente alle inaugurazioni delle mostre?

    Dopo un po’ che si frequenta lo stesso ambiente e che si partecipa a inaugurazioni di mostre, diventa un’abitudine trovarsi davanti le stesse facce, che evento dopo evento diventano sempre più familiari. All’interno di questo complesso e variegato ecosistema di persone e personaggi, esiste una sottospecie affascinante e allo stesso tempo esasperante: son i Tipi da Mostre. Sono individui che non hanno un nome o un cognome, non hanno nemmeno un volto definito, piuttosto si tratta di creature che danno forma a un bestiario urbano, entità che popolano gli spazi delle gallerie e dei musei con la loro presenza singolare e spesso imprevedibile. Esplorare il mondo dei Tipi da Mostre è come immergersi in un’antropologia surreale, in cui i cliché e gli stereotipi si mescolano al genio eccentrico dell’assurdo. Nelle righe che seguono, viene presentata una descrizione accurata (e ironica, che nessuno/a si offenda) di questo microcosmo, che restituisce una fotografia delle tante specie che popolano il mondo degli eventi.

    L’onnipresente

    Presenza fissa a tutte le mostre, Maestro delle storie Instagram, Mago del multitasking!
    Chi è questo essere enigmatico, se non un’entità sovrannaturale capace di essere in cinque posti contemporaneamente? Ovunque tu guardi lui è lì, che sta caricando una storia su Instagram, inquadratura perfetta, sorriso smagliante, filtro giusto, sempre in compagnia di artisti e curatori. Ma come fa a teletrasportarsi da un evento all’altro? Come riesce a non bucare neanche un opening? Il vernissage è il suo habitat naturale, la sua seconda casa. L’apparenza è la sua ragione di vita. Ovunque sia, sembra sempre conoscere tutti, e se non li conosce è bravissimo nel dissimulare. È l’esistenza stessa di questo personaggio a essere un’opera d’arte in sé, un’installazione mobile, una spettacolare manifestazione umana della parola mondanità.

    Lo scroccone

    Non esiste evento d’arte che possa sfuggire al radar infallibire dello scroccone alla ricerca di cibo e bollicine gratis. Non importa se si tratta della mostra di Klimt o di quattro foto appese storte in uno scantinato, lui è lì per una sola cosa: riempirsi la pancia, strafogarsi e ingollarsi qualsiasi cosa venga offerta. Non c’è da chiedersi se questa figura abbia un interesse reale per l’arte o se abbia mai letto un testo curatoriale: è una domanda retorica. La sua abilità di scroccare è direttamente proporzionale alla sua capacità di svanire nel nulla quando inizia a finire il vino, alla ricerca di nuovi lidi dello scrocco. Se si osserva con attenzione, si può notare che le sue tasche sono piene di tartine, attentamente incartate – con tecnica sopraffina – all’interno di tovaglioli e fazzoletti. Maestro, ingordo, genio!

    L’attaccabottoni

    Questo, sono sicuro, lo abbiamo beccato tutti. È implacabile. La sua parlantina inesauribile è letale, è un feroce predatore sempre pronto ad attaccare bottone con chiunque, sciaguratamente, incroci il suo cammino. Attenzione: non lasciamoci ingannare dalla sua cordialità apparente, perché dietro ogni chiacchierata innocente c’è sempre un oscuro proposito: «Ti vorrei parlare di un progettino che ho in mente». Ti propone sempre e solo le sue idee, convinto che il mondo intero sia lì, col fiato sospeso, ad aspettare che il suo genio incommensurabile rivoluzioni il corso della storia. Il suo modus operandi è tanto semplice quanto spietato: un innocuo «Ciao, come stai?» è il tuo biglietto per una discesa nella voragine del suo ego, un vortice di disgrazia senza fondo. E se per caso riesci a trovare una scusa per districarti dalle sue storie interminabili, non pensare di esserti salvato, perché tanto tornerà a trovarti con la sua prossima grande idea, che puntualmente si rivelerà una sola. Lo abbiamo detto prima, è implacabile!

    Il tiratardi

    Questo esemplare crespuscolare ha l’abitudine di presentarsi all’inaugurazione quando tutti stanno per andarsene a casa. Quest’anima sperduta arriva nell’esatto momento in cui gli organizzatori dell’evento stanno già sbaraccando, pulendo lo spazio e spegnendo le luci. Ma non si tratta di un caso o un errore di calcolo, nient’affatto! Il tiratardi ha un piano ben definito, perfettamente congegnato nei minimi dettagli. Vuole vedersi la mostra da solo, lontano dalla folla e dalle distrazioni del chiacchiericcio. È venuto per immergersi completamente nell’arte, senza interferenze esterne (del resto, se arrivasse in orario rischierebbe di trovare il suo più grande nemico, l’attaccabottoni), come un monaco in meditazione silenziosa. Mentre tutti se ne vanno con le loro borse piene di cataloghi, opere d’arte e tartine, lui è lì, solitario, a passeggiare con le mani dietro la schiena tra le sale, immerso nel suo universo interiore. Non comprerà mai nulla, perché per lui l’arte è una esperienza profonda e intelligibile, mica una misera transazione commerciale. Gira voce che, anni fa uno, di questi esemplari sia stato chiuso per errore in una galleria, e che ancora oggi il suo spirito si aggiri tra le sale. Nessuno riesce a mandarlo via.

    Il poco igienico

    Avete presente Cecco, il figlio del fornaio, interpretato da Diego Abatantuono in Fantozzi contro tutti? Viene così descritto: «Un orrendo butterato di ventisei anni, con il culo molto basso ed un alito agghiacciante, tipo fogne di Calcutta». Ecco, è quel tipo di personaggio. Con un approccio quantomeno disinvolto all’igiene personale, questo personaggio lascia la sua scia di profumo ovunque passi. Ha diverse similutidini con il profilo dello scroccone, ma mentre quest’ultimo cerca di procurarsi gratis da mangiare e da bere, il poco igienico è più che altro impegnato a diffondere il suo ambientatore personale in ogni galleria o museo della città. La sua presenza è un viaggio sensoriale, un mix di odori che rendono difficile il respiro: forse è questa l’esperienza immersiva di cui si sente tanto parlare ultimamente quando si descrivono le mostre.

    L’invidioso
    Si aggira per le mostre come un’ombra sinistra pronta a gettare un giudizio di negatività su ogni opera esposta. Gli fa tutto schifo. Osserva le opere con un misto di disgusto e invidia, non disdegna di utilizzare la mimica facciale per sottolineare il suo disprezzo. Ogni volta che qualcuno fa un complimento o un commento positivo nei confronti di un artista, lui reagisce un sospiro ricolmo di delusione, come se fosse insultato personalmente dal fatto che qualcun altro possa trovare valore in ciò che lui non vuole nemmeno provare a comprendere. Quando vede un nuovo progetto, non riesce a fare a meno di lanciare commenti sprezzanti del tipo: «Lo sapevo che avrebbero esposto la solita robaccia senza senso, sarà sicuramente qualche raccomandato». Porta sempre con sé un’atmosfera di malumore e superiorità malcelata, convinto di essere l’unico a capire veramente di arte, anche se lui si sente il vero incompreso.

    Quello che effettivamente è venuto per la mostra
    In coda a questa lista dell’orrore, bisogna rendere giustizia a un profilo che nulla ha a che vedere con i personaggi precedenttemente descritti. È quello che è venuto perché gli interessa davvero la mostra. Arriva in orario, non attacca bottoni, non pubblica venticinque storie su Instagram, non puzza, si concede un bicchiere di vino mentre osserva le opere, non si lamenta per partito preso. È l’ultimo superstite di una razza in via d’estinzione: quello che va alle mostre per la mostra stessa.

    Alessandro Curti
    Alessandro Curti
    Nato a Milano nel 1991, giornalista appassionato di arte contemporanea e di fotografia in tutte le sue espressioni. Socio di STILL Fotografia, con sede a Milano in via Zamenhof 11. Docente in Storia della Fotografia all’interno del corso di Fashion Design allo IED di Milano. Gia collaboratore e redattore per le riviste mensili IL FOTOGRAFO e N Photography (Sprea Editori) dal 2015 al 2019 e per Rolling Stone Italia, Lampoon e The Pitch.

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