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    Il teatro immaginario di Victoria Ivanova

    La fotografia e il teatro, pur essendo due linguaggi differenti di rappresentazione, hanno molti punti di contatto; più di quanto si possa immaginare. La differenza risiede nella loro stessa natura: il teatro, percepito come insieme di fuochi vitali, permette all’uomo, in comunione con lo spazio e i suoni, di consumarsi nell’attimo della finzione del “qui e ora”; la fotografia, invece, nel silenzio della sua parola consegna l’immagine all’eternità. In entrambe le pratiche, uomini e oggetti vengono messi su di un palcoscenico.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    La fotografa russa Victoria Ivanova, nel suo progetto Still Life Stories, ci dimostra come queste due realtà, pur nell’antitesi dei loro principi fondativi, riescano a cerare una narrazione brutale e profonda dell’uomo, e della sua vita. Tutti i suoi personaggi (pere, mollette, scacchi) recitano fingendosi esseri umani, mettendo in scena l’ambiguità, e l’oscurità, della nostra esistenza.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Un processo creativo, complesso e intimo, che traendo spunto dai dettagli del mondo si tramuta in racconto corale. In queste fotografie nulla è lasciato al caso, sono visioni meditate e studiate con estrema attenzione per far sì che ogni singolo dettaglio possa evocare molteplici riflessioni.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    L’utilizzo del bianco e nero, così intenso e delicato, sottolinea la teatralità drammatica del senso della scena. L’unione tra la fantasia e la realtà, il teatro e la fotografia, nel lavoro di Victoria Ivanova, svela tutta la sua forza sovvertitrice.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Victoria Ivanova, classe 1984, inizia a fotografare prestissimo, quando suo padre le regala la sua prima macchina fotografica a pellicola. Si laurea in Scienze economiche e lavora come insegnante e nell’ambito pubblicitario, ma la fotografia occupa un posto importante nella sua vita, infatti mi racconta: «Attraverso le mie fotografie cerco di raccontare delle storie, e per farlo metto in scena un teatro degli oggetti inanimato. Tutti i miei oggetti recitano, anzi evocano, scene della vita umana».

    «Non esistono formule magiche per svelare il mistero dell’arte»

    Paola Mattioli, fotografa laureata in filosofia con Enzo Paci, è una delle voci più impegnate e intellettuali del panorama artistico italiano. L’incontro in gioventù con Ugo Mulas, del quale diverrà assistente, segnerà profondamente la sua carriera artistica. Il suo obiettivo fotografico, sempre attento ai cambiamenti della società contemporanea, ci consegna uno sguardo personale sul mondo che ci circonda. L’abbiamo intervistata.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 18, 1974

    Definirti semplicemente fotografa è riduttivo. Tu come descriveresti?
    Fotografa va benissimo, autrice se vuoi… nel senso di “augere”, far crescere, aggiungere la propria voce…

    Una volta hai utilizzato il termine “fotografia saggistica” per descrivere il tuo approccio stilistico. Che tipo fotografia è la tua?
    La mia fotografia non è assimilabile al puro reportage, ma è come un piccolo seme che cresce e si sviluppa, seguendo i suoi tempi e i suoi ritmi. L’idea creativa, in questo modo, viene resa concreta attraverso la sedimentazione delle esperienze che hanno sviluppato in me nuove forme di senso.  A proposito di alcune fotografie che mi era capitato di fare al funerale di Krusciov (a Mosca, nel 1971) mi è venuto da dire che quelle immagini non avevano avuto una destinazione giornalistica – che sarebbe stata anche possibile – perché il lavoro che stavo portando avanti, e che in fondo sto ancora intrecciando, riguarda una fotografia con un significato un po’ diverso dalla rappresentazione diretta della realtà̀. È uno sguardo un po’ laterale, un po’ in seconda battuta, a seguito di una riflessione. In questo senso penso che si possa definire “saggistica” una fotografia che non è reportage, ma che si avvicina di più al pensiero.

    Nella tua ricerca artistica è molto evidente la vicinanza al mondo della scrittura, come nel tuo celebre progetto Le immagini del no, un lavoro che possiamo definire anche “testo visuale”. La mia domanda allora è, quali rapporti intercorrono tra immagine e parola?
    Partiamo dall’inizio, il progetto Le Immagini del no, realizzato a quattro mani con Anna Candiani, nasce in un momento storico e politico molto significativo per l’Italia, vicino alla campagna che ha preceduto il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio, svoltosi nel maggio del 1974. In quell’occasione non mi sono concentrata sulle manifestazioni o sugli esseri umani, ma sui veri protagonisti della storia, quelli che veramente avrebbero deciso le sorti del nostro destino: le parole. Milano era invasa dalla parola No, la si vedeva in ogni luogo e in ogni dove. Ho capito che per trasformare in forma reale la potenza simbolica di quella parola, avrei dovuto portare il mio obiettivo fotografico all’interno delle pieghe della scrittura, senza rinunciare alla documentazione storica della memoria. Tornando alla domanda specifica, le immagini, per loro stessa natura, non possono essere paragonate a dei testi, e per questo motivo la loro “traduzione” non può avvenire entro schemi linguistici. Sia l’immagine che la parola, nella loro diversità, non sono sempre specchi che riflettono la realtà del mondo, ma sono, anche, delle pratiche che ci permettono di sviluppare mondi alternativi e possibili. Per quanto mi riguarda, mi diverto molto ad utilizzare meccanismi letterari per creare molteplici piani interpretativi; un gioco che crea connessione con l’osservatore.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 7, 1974

    Esistono delle regole per decodificare un’opera fotografica?
    No, fortunatamente non esistono. Non ci sono formule che ci consentono di interpretare perfettamente l’arte, come per tutte le cose affascinanti della vita. Se esistessero delle scorciatoie per svelare i segreti di ciò che ci attrae, come può esserlo una fotografia, una scultura, una poesia, tutto l’impegno profuso nel crearlo sarebbe vano.

    Paola Mattioli, Giuseppe Ungaretti / 11 , Salsomaggiore 1970

    Hai realizzato il ritratto più celebre e intenso del grandissimo poeta Giuseppe Ungaretti. Come avvenne quell’incontro, e, soprattutto, qual è il tuo approccio al genere della ritrattistica?
    L’incontro con Giuseppe Ungaretti è stato importante. Ho fotografato il grande poeta nel maggio del 1970. Lui aveva 82 anni, e io 22. Stavo muovendo i primi passi nella fotografia. Come avvenne l’incontro? Un editore d’arte, Luigi Majno, aveva bisogno di un ritratto di Ungaretti da inserire in originale tra le pagine di una delle sue raffinate cartelle dedicate ad arte e poesia, in questo caso abbinato a Sonia Delaunay. Avevo pochissima esperienza e il rodaggio allo studio di Ugo Mulas alle spalle. Posso affermare, quasi con certezza, che ha fatto tutto lui. Ho testimoniato il suo spettacolo: un essere complesso che conteneva in sé stesso gli opposti della vita; tristezza e allegria, vecchiaia e giovinezza. Appena sviluppate, non con poca ansia, le mostrai a Mulas che mi disse: «Belle, bellissime, bisogna proporle subito a qualcuno». Chiamò un amico giornalista che rispose freddamente: «Signorina, Ungaretti ci servirà solo il giorno in cui muore». Il destino volle che da lì a poco Ungaretti morì: tutti cercavano il mio ritratto. Enzo Paci, che ebbe un lungo scambio epistolare con il poeta, mi propose di pubblicare con lui, da Scheiwiller, un volume con il loro carteggio, le mie fotografie e una sua prefazione. Un lavoro indimenticabile. A me piace molto realizzare ritratti. Per me un ritratto è una proiezione del referente; in quel breve momento cerco di instaurare un dialogo, una connessione di luce, tra lo sguardo che ho davanti e il mio sguardo, e registro questa “conversazione”. Ovviamente nel ritratto ci sono anche io, la mia presenza la si ritrova nell’ambientazione. Il contesto, sia esso in esterni o in un interno, mi aiuta molto a raccontare piccole cose, dettagli della persona che ho di fronte.

    Paola Mattioli, Carcere/8, Casa Circondariale di Monza 1999

    Cosa ti rende felice della fotografia?
    Il fatto di avere in mano tutto il processo, dal progetto iniziale alle stampe finite.

    Tu sei stata molto attiva all’interno del movimento femminista. Oggi quanto può essere importante il contributo della fotografia alla causa femminile?
    Molto, perché mostra quanto lo sguardo delle donne sia davvero diverso da quello degli uomini. Non migliore, diverso.

     

    Esiste ancora la critica d’arte? (Spoiler: no)

    Lo premetto da subito, metto le mani avanti: questo è un articolo polemico e, in parte, autocritico. Voglio parlare male della critica d’arte contemporanea, un campo che sta subendo profondi e rapidi cambiamenti, e voglio parlare nello specifico del mio settore, quello della fotografia. Senza scomodare la stucchevole nostalgia per il tempo che fu, basta andare a rileggersi qualche pagina di critica d’arte sui giornali prima del nuovo millennio, per capire che prima dei soldi, prima della visibilità e prima della ricompensina con il tag su Instagram del brand che ti ha invitato all’evento esclusivo, a comandare nella scala delle priorità erano la passione, l’amore e la rabbia per l’arte, sentimenti che erano il motore pulsante che spingeva i critici a scrivere e a condividere il loro pensiero. Oggi, lo capite tutti benissimo senza che stia a spiegare la storia dei nuovi media, la critica d’arte funziona esattamente all’opposto: motivata più dalla retribuzione e dalla visibilità, che da una genuina passione per il soggetto. Questo cambiamento ha trasformato non solo la professione del critico, ma ha anche contribuito a creare un ambiente artistico italiano sempre più livellato e autoreferenziale, dominato da un ristretto circolo di privilegiati.

    La fotografia è il mio campo di lavoro e interesse da dieci anni, quindi ne posso parlare con cognizione di causa e con una sincera volontà di autocritica. Stiamo vivendo un paradosso: da una parte questo linguaggio si presenta come uno tra i più accessibili e democratici in circolazione, dall’altra la qualità e la capacità progettuale sono spesso sacrificate sull’altare della convenienza economica (si tende a pubblicare e a promuovere solo ciò che è monetizzabile) e della ricerca di visibilità. Non è una novità: il mercato è cambiato, i giornali non hanno più soldi e i fotografi sempre più spesso guardano ad aziende e fondazioni private per avere la possibilità di produrre e vedere pubblicati i loro lavori. Il sistema di critica d’arte, che dovrebbe essere un punto di riferimento autorevole per il pubblico, vive una crisi abbastanza simile e si trova spesso ridotto a uno strumento di marketing, dove le recensioni delle opere vengono sono pressochè sempre positive. Io parlo bene di te, però prima fammi un bonifico. La responsabilità di questo stato di crisi è certamente condivisa. Da una parte, ci sono i curatori, gli artisti e le aziende che cercano visibilità e ritorni economici, contribuendo a creare un ambiente elitario, chiuso. Dall’altra, ci sono i critici e i giornalisti che, per necessità o per opportunismo, si adeguano a queste dinamiche, rinunciando alla loro indipendenza e alla loro integrità.
    Non servono giri di parole: con questo sistema la critica d’arte perde totalmente il suo senso. Cosa ce ne facciamo di un circolo di persone che non fanno altro che parlarsi addosso, lodarsi e fare finta che sia tutto bellissimo e originale? Esiste ancora qualcuno che ha il coraggio di stroncare un lavoro o che è capace di dire che qualcosa gli fa cagare, argomentando con pensieri sensati? Certo, anche i critici d’arte, come tutti, devono guadagnarsi da vivere, ma senza l’entusiasmo e la curiosità che spingono a esplorare e a parlare di ciò che veramente colpisce e fa emozionare, questo lavoro diventa sterile, a tratti imbarazzante. La divulgazione artistica e culturale dovrebbe basarsi in primis sull’amore per l’arte e sulla volontà di condividere questa passione con il pubblico e non limitarsi alla sola ricerca di un profitto immediato. Sembriamo dei cagnolini ammaestrati, stiamo seduti e diamo la zampa al padrone solo quando ci allunga un biscottino come ricompensa.
    Oggi a dominare sono la cultura del reel, delle stories e dei TikTok, con un’attenzione media che, quando va bene, è al massimo di 15 secondi. La superficialità domina la scena, portando a un livellamento verso il basso della capacità critica e reattiva del pubblico. Le opere d’arte vengono ridotte a semplici immagini da consumare rapidamente, buttate nel tritacarne dei social senza nemmeno la possibiltà di offrire elementi di vera comprensione o apprezzamento del loro valore. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel mondo della fotografia, dove troppo spesso lavori interessanti, mossi da una progettualità solida, profonda e strutturata, rimangono confinati a un pubblico sempre più ristretto, composto dai sempre meno numerosi appassionati che lottano per sopravvivere, in un ambiente sempre più omologato.

    La condivisione ossessiva di eventi, vernissage, aperitivi fighetti e vestiti firmati diventa così un modo per confermare l’appartenenza a un mondo privilegiato, piuttosto che un’occasione per promuovere l’arte e la cultura, che diventano solo un pretesto. Cosa vogliamo comunicare? È questo davvero ciò che desideriamo vedere? Vogliamo che l’arte e la critica si riducano a semplici strumenti di autopromozione e di ricerca di visibilità?
    La risposta a queste domande, per me, è ovviamente no. Non mi piace questo sistema, di cui però mi rendo conto di essere sia parte attiva che vittima. Non ho soluzioni al problema, ma con queste parole vorrei quantomento scatenare una riflessione, che ci faccia domandare se abbiamo voglia o meno di preservare il valore e l’integrità della critica d’arte. Altrimenti ci vediamo al prossimo vernissage sponsorizzato per un aperitivo.

    L’alterità della realtà. Le immagini sognanti di Alina Gross

    Secondo Alfred Schütz, filosofo e sociologo austriaco, la realtà non è un ente monolitico e immutabile, ma piuttosto un insieme di realtà costruite dagli individui attraverso le loro esperienze e interpretazioni personali. Ogni persona vive in un mondo soggettivo, un mondo caratterizzato da significati, valori e strutture cognitive che influenzano la percezione e l’interpretazione di ciò che ci circonda. Questo concetto di pluralità del reale, mette in dubbio la più confortante idea di una realtà oggettiva e universale, suggerendo invece che ogni individuo possiede la propria versione della realtà. Nel contesto dell’intelligenza artificiale e della produzione artistica, questo concetto di soggettività e pluralità diventa particolarmente interessante. Le opere create da algoritmi e macchine possono essere viste come un’espressione di questo concetto: esse sono il risultato di una programmazione basata e algoritmi, che riflettono una determinata visione della realtà secondo i parametri stabiliti dagli esseri umani che li hanno creati.
    Alina Gross è una fotografa tedesca/ucraina nota, anche, per l’utilizzo, nella sua ricerca artistica, dell’intelligenza artificiale. La sua serie più recente Calla/Lilly è un esempio delicato di come la fotografia tradizione e l’intelligenza artificiale possano essere integrati. In questo lavoro l’artista ha creato una fusione tra il corpo femminile e il fiore della Calla, che si fondono in una messa in scena suggestiva e poetica, ma al contempo voluttuosa e seducente, sugellando l’eterno legame tra uomo e natura. Ciò che colpisce di questo procedimento è la possibilità, e la capacità, di scomporre il reale e di ricostruirlo attraverso una costruzione estetica generata non direttamente dall’uomo. L’intelligenza artificiale diventa quindi un mezzo attraverso il quale l’artista esplora nuove forme di espressione e di comunicazione visiva, invitandoci a esplorare i confini sottili tra il reale e l’immaginario, tra il naturale e l’artificiale.
    Nata nel 1980, Alina Gross è una rinomata artista e fotografa di origine tedesca e ucraina, attualmente residente in Germania. Nota per le sue fotografie colorate e suggestive che immortalano, spesso, dettagli del corpo femminile. Ha partecipato a diverse posizioni, in Italia e all’estero, lavorando anche per riviste di moda quali Vogue e Allure.
    La sua ricerca artistica si distingue per il suo vocabolario che si muove tra figurazione e astrazione, dalla fotografia di Still-life al ritratto, dall’installazione alla scultura; utilizzando una tavolozza di colori vivace. I messaggi che sottendono i suoi lavori sono quello della body positivity e dell’accettazione di noi stessi.

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    Per Aspera ad Astra in mostra a Milano

    Fino al 29 giugno 2024 gli spazi della FABBRICA EOS Gallery ospitano la mostra Per aspera ad astra, di Cesare Fullone, da un’idea di Fabio Novembre e Giancarlo Pedrazzini con un testo poetico di Franco Arminio. In mostra la serie Soldati, esposta per la prima volta, a Milano, nel maggio del 2013. La serie riproduce immagini di soldati a cui l’artista ha aggiunto frasi poetiche di Camus, Melisso di Samo, Freud, Rimbaud, Saffo, San Tommaso d’Aquino, Shakespeare e altri pensatori. Visto l’attuale contesto socio-politico, si è sentita la necessità di una nuova esposizione di Soldati, ma in una diversa modalità: le opere della serie sono state riprodotte, in numero limitato, per una loro collocazione nello spazio urbano, divenendo manifesti e affissi negli spazi appositi. Le immagini dei soldati, con le loro uniformi sgualcite e i loro sguardi stanchi ma determinati, raccontano storie di sacrificio, coraggio e sofferenza. Ma è proprio attraverso le parole dei poeti che ci viene offerta una prospettiva più ampia e profonda su quello che essi vivono e provano. Le frasi poetiche, cariche di significato e emozione, ci invitano a riflettere sulle conseguenze devastanti della guerra e sulla fragilità della vita umana. La sottile interazione tra le immagini e le parole crea un’atmosfera carica di tensione e pathos, amplifica il significato delle nostre azioni.

    Le fotografie diventano così delle potenti metafore di un conflitto interiore e universale, in cui la poesia diventa strumento di denuncia e di speranza. In questa serie fotografica, Cesare Fullone ci offre uno sguardo sul potere evocativo e trasformativo della parola e sull’importanza di mantenere viva la nostra umanità anche nei momenti più bui e disperati. Le immagini dei soldati ci ricordano che dietro ogni uniforme c’è un essere umano, con i suoi sogni, le sue paure e le sue speranze, e che è solo attraverso la compassione e la comprensione che possiamo sperare di porre fine alla violenza e alla guerra.

    Cesare Fullone vive a Milano, dove ha conseguito il diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Pensa che l’arte sia un linguaggio inquieto, perennemente in tensione, e attraverso pittura, scultura, installazioni e fotografia è autore di una modalità poetica e etica di vedere e creare mondi. Autore del progetto grafico di Virus Mutation. Tra le sue mostre personali: Sulla rotta degli Spraysages, Roma; Stato di pericolo, Genova; Schieramenti, Torino; Insonnia, Milano; Paesaggi umani, Zagabria; Boxeur, Milano; Dal Creato al Ri-creato, Milano; Come farfalle ferite, Milano. Molte le sue partecipazioni a mostre collettiva, tra le quali: la sezione Aperto della Biennale di Venezia, Quadriennale di Roma, Mart di Trento e Rovereto, PAC Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, Pitti Immagine, Firenze, Museo di Arte Contemporanea di Zagabria, Il Broletto di Como, Casa degli Artisti, Milano. Hanno scritto delle sue opere: Renato Barilli, Franco Bolelli, Achille Bonito Oliva, Antonio Caronia, Manuela De Cecco, Giacinto Di Pietrantonio, Roberto Daolio, Lucrezia De Domizio, Gillo Dorfles, Silvia Evangelisti, Carlo Falciani, Fam, Elisabetta Longari, Teresa Macrì, Antonio Marras, Filiberto Menna, Marco Meneguzzo, Luis Francisco Perez, Roberto Pinto, Gabriele Perretta, Mimmo Rotella, Lea Vergine, Angela Vettese e altri

    Margaret Bourke-White in mostra a CAMERA Torino

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    Dopo il successo delle mostre dedicate alle grandi pioniere della fotografia Eve Arnold e Dorothea Lange, CAMERA offre una nuova esposizione che vede protagonista un’altra grande maestra della fotografia del Novecento: l’americana Margaret Bourke-White.

    Buchenwald, 1945. © Images by Margaret Bourke-White. 1945 The Picture Collection Inc. All rights reserved

    Dal 14 giugno al 6 ottobre 2024 gli spazi del Centro accoglieranno un percorso espositivo, a cura di Monica Poggi, che attraverso circa 150 fotografie, racconterà il lavoro, la vita straordinaria, l’altissima qualità degli scatti di Bourke-White, capaci di raccontare la complessa esperienza umana sulle pagine di riviste a grande diffusione – di cui la mostra presenta una ricca selezione – superando con determinazione barriere e confini di genere.

    Oscar Graubner, Margaret Bourke-White in cima al Chrysler Building. New York City, 1932 ca. Margaret Bourke-White/The LIFE Picture Collection

    Le trasformazioni del mondo, cuore della ricerca di Bourke-White, trovano posto sulla copertina del primo numero della leggendaria rivista LIFE, si leggono nei suoi iconici ritratti a Stalin e a Gandhi, nei reportage sull’industria americana, nei servizi realizzati durante la Seconda guerra mondiale in Unione Sovietica, Nord Africa, Italia e Germania, dove documenta l’entrata delle truppe statunitensi a Berlino e gli orrori dei campi di concentramento. Costretta ad abbandonare la fotografia a causa del morbo di Parkinson, dal 1957 Bourke-White si dedicherà alla sua autobiografia, Portrait of Myself, pubblicata nel 1963. Morirà nel 1971 a causa delle complicazioni della malattia.

    La mostra prevede la pubblicazione di un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore.

    SITO WEB

     

    ‘In-visibile’ di Hermes Mereghetti affronta il tema dei disturbi ossessivi compulsivi

    I disturbi della psiche mostrati, anzi celati, in una magistrale serie di 11 scatti fotografici che danno corpo alla mostra In-visibile, di Hermes Mereghetti, raccolta anche in un libro con la prefazione del noto giornalista, scrittore e conduttore televisivo Toni Capuozzo, che confessa come le fotografie di Hermes Mereghetti lo abbiano precipitato «nel mondo sconosciuto dei DOC, i Disturbi Ossessivi Compulsivi. Chi ne soffre sente come una mancanza, un’amputazione di sé, del proprio dover essere, nel non rispondere alla proprie ossessioni, non obbedire alla proprie compulsioni». E sono proprio la mancanza, l’assenza e il celato a dare forza alle opere di Mereghetti, che svelano agli occhi dell’osservatore «un dolore profondo e nascosto perché – scrive ancora Capuozzo – non sono un tentativo artistico di raccontare quel che altrimenti non sarebbe visibile, ma l’unico modo, crudo e poco indulgente all’estetica, di raccontare un mondo che è sotto i nostri occhi e ci sfugge».

    Disturbo Ossessivo Compulsivo – Progetto di Hermes Mereghetti (Modella Isabella Novati)
    Obsessive Compulsive Disorder – Project by Hermes Mereghetti (Model Isabella Novati)

    «Il progetto In-Visibile ha l’obiettivo di rendere tangibili gli spessi “malesseri” della mente. Disturbi e sensazioni che invadono gli abissi della personalità e della coscienza, storpiando senza tregua il vivere comune. La finzione è un volto che non esiste, la perfezione calzante sulle curve di un’anima che sfugge di mano – dice l’autore, Hermes Mereghetti -. Undici immagini per rappresentare la “nebbia” che offusca e permea l’Io, rendendolo evanescente. Ma anche solo e impotente. Non esiste una voce amica annunciante speranza, a queste latitudini. Si odono solo urla acute, seppur lontane. La fotografia, ma soprattutto l’estetica ricercata oltre la soglia visiva, diventano mezzo di rappresentazione onirica sul quale fermarsi a riflettere. L’essere umano resta accovacciato in una densa ombra di fine giornata, per nascondere il “qualcosa” e non lasciar trasparire il “nulla”. Per paura: eremo o scoglio che trascina negli abissi e incaglia i desideri di difesa. Un aiuto in grado di restituire un volto, rendendo visibile e trattabile una facciata apparentemente inesistente». La mostra verrà inaugurata venerdì 31 maggio, alle 21, nel salone Don Besana della sede della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, in via Manzoni 50, a Busto Garolfo, nel corso di una serata a cui saranno presenti Toni Capuozzo, Claudio Argentiero dell’Archivio Fotografico Italiano e l’autore Hermes Mereghetti, che nella sua carriera di fotogiornalista ha sviluppato progetti all’interno delle carceri milanesi, sul mondo dell’handicap e dell’immigrazione, concentrandosi prevalentemente sulla psicologia dell’individuo, autore di libri e svariate mostre e che attualmente organizza workshop e seminari sulla psicologia del ritratto in tutta Italia.

    Disturbo Ossessivo Compulsivo – Progetto di Hermes Mereghetti (Modella Isabella Novati)
    Obsessive Compulsive Disorder – Project by Hermes Mereghetti (Model Isabella Novati)

    Edito da Bertelli Editori, il progetto ha il supporto della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. «Le fotografie di Mereghetti mi hanno fatto riflettere su come ragiona la nostra mente che fatica a rilevare un’assenza, colmando la lacuna con l’abitudine – scrive il presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, Roberto Scazzosi, nella presentazione al libro -. Quante cose diamo per scontate o tendiamo a non vedere? Quando guardiamo un albero cosa non vediamo? Semplice: le radici. Eppure sappiamo che ci sono e quanto sono importanti. Focalizzandoci solamente sul presente, il rischio è quello di non vedere, non percepire la storia di ciò e soprattutto di chi abbiamo davanti, dandola per scontata. Ed è proprio la nostra storia che ci ha portato a questo progetto: una storia avviata ben 126 anni fa nell’Altomilanese e nel Varesotto, lo stesso territorio che ha visto i natali e la crescita umana e professionale di Hermes Mereghetti».

    Hermes Mereghetti

    Torna Cortona On The Move, alla sua 14esima edizione

    Quattro collettive, diciotto mostre individuali, sei location e quattro mesi di festival. Questi sono i numeri della prossima edizione del festival internazionale di fotografia Cortona On The Move, che si terrà nella città toscana dall’11 luglio al 3 novembre 2024, con il tema Body of Evidence. Il momento culminante del festival, come ogni anno, saranno le giornate inaugurali (11-14 luglio), quando i maggiori esperti nazionali e internazionali di fotografia si riuniranno a Cortona per eventi, presentazioni, talk e workshop, promuovendo la riflessione sull’attualità e il passato attraverso la fotografia, uno strumento che esplora la realtà in modo unico.

    © Myriam Boulos – Magnum Photos

    «Anche nell’edizione 2024, Cortona On The Move si conferma un catalizzatore culturale, offrendo una riflessione sul mondo contemporaneo attraverso gli occhi dei fotografi e dei curatori ospiti. Con un impegno verso l’inclusione, il festival si apre a un pubblico sempre più vasto, come con la nuova mostra dedicata ai bambini, diventando un palcoscenico per l’espressione artistica e la discussione critica. La fotografia diventa così uno strumento per comprendere e trasformare il mondo. Al centro della missione del festival rimangono la produzione di contenuti originali e inediti, l’interazione con il territorio, la prospettiva internazionale e le collaborazioni che promuovono la contaminazione culturale» spiega Veronica Nicolardi, Direttrice del festival.

    © Toni Amengual

    «Sin dalla nascita della fotografia, il corpo si è imposto come uno dei soggetti principali. Il corpo da scoprire, da denudare, da osservare. Sede di piaceri e dolori, vulnerabile e potentissimo. Oggi più che mai, il corpo è il territorio di tutte le battaglie: identitarie, di genere, politiche, individuali o collettive. Scopriremo il corpo e, con esso, noi stessi.» commenta Paolo Woods, Direttore artistico di Cortona On The Move. Quest’anno, Paolo Woods sarà affiancato dal collettivo Kublaiklan, nato e cresciuto all’interno di Cortona On The Move e responsabile della curatela fotografica. Il corpo diventa Body of Evidence, corpo del reato da osservare e indagare nelle sue molteplici sfumature, secondo l’interpretazione dei fotografi selezionati per questa edizione. Tra questi Myriam Boulos, Carmen Winant e Philip Montgomery, tutti e tre presenti con progetti esposti per la prima volta in Italia. Boulos presenta il lavoro “Sexual Fantasies” sulle fantasie sessuali femminili in Medio Oriente, Winant espone “The Last Safe Abortion” sul tema dell’aborto, e Montgomery presenta “American Mirror” sulle fratture interne della società americana, un tema particolarmente attuale in vista delle prossime elezioni. Il lavoro “Restraint and Desire” della coppia di fotografi Ken Graves ed Eva Lipman sarà a Cortona per la prima volta in Europa e in Italia.

    From the ASAFO series, 2014 © Charles Fréger

    Tra le collettive, troviamo “The Body as a Canvas”, curata da Lars Lindemann e Paolo Woods, che combina immagini nate dalla ricerca antropologica con progetti artistici contemporanei, scene familiari e street photography, fotografia ritrattistica e storica. Fra gli artisti presentati ci sono Chloé Jafé, Klaus Pichler, Denis Rouvre, Herbert, Charles Fréger e Florian Spring. “Corpi Celesti – Un percorso negli Archivi Alinari”, curata dagli scrittori Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri in collaborazione con la Fondazione Alinari per la Fotografia, presenta un vasto archivio fotografico dal 1840 ai giorni nostri. “This Is the End”, a cura di Paolo Woods e Irene Opezzo, esplora come la morte è stata ritratta da artisti e fotogiornalisti. Infine, “Cronache d’acqua – Immagini dal Nord Italia”, una produzione di Cortona On The Move in partnership con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia, riflette sulla relazione simbiotica tra la Terra e l’essere umano. La mostra “They Don’t Look Like Me” di Niccolò Rastrelli, nata in collaborazione con Autolinee Toscane, esplora il fenomeno dei cosplayer tra Italia e Kenya, arricchendosi quest’anno di una tappa in Giappone, dove il fenomeno è particolarmente popolare. Medici Senza Frontiere e Cortona On The Move rinnovano la loro collaborazione con un progetto originale di Rehab Eldalil, “From the Ashes, I Rose نهضت الرماد من”, ambientato nell’Ospedale di chirurgia ricostruttiva di MSF ad Amman, Giordania.

    © Carmen Winant

    Novità di questa edizione è la mostra “Giro Giro Corpo. Fotolibri per bambini e adulti bambini”, realizzata con Kublaiklan e Spazio BK, che mira a coinvolgere i più piccoli attraverso laboratori e workshop. Parte dell’iniziativa è una nuova serie di libri fotografici per bambini, “Il Mondo nei tuoi occhi”, in collaborazione con Les Grandes Personnes, che sarà presentata nei giorni di inaugurazione del festival.

    © Pelle Cass

    Numerose location ospiteranno le mostre del festival, incluse Palazzo Baldelli, la Fortezza del Girifalco, la Stazione C, l’ex Magazzino delle Carni, la Via Crucis e, novità di quest’anno, il cortile di Palazzo Casali. Il festival Cortona On The Move, ideato e prodotto dall’Associazione Culturale ONTHEMOVE, è realizzato con il patrocinio della Regione Toscana, del Comune di Cortona, e con il supporto di Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Fondazione CR Firenze, Autolinee Toscane, Sony e Medici Senza Frontiere. L’appuntamento per Cortona On The Move è quindi dall’11 luglio al 3 novembre 2024. Le mostre saranno visitabili dal giovedì alla domenica dalle 10:00 alle 20:00.

    Per ulteriori informazioni: Cortona On The Move: sito web del festival

    ‘Deep Blue’ di Olmo Amato: analisi su fotografia digitale e intelligenza artificiale

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    A Colleferro torna COSMO PHOTO FEST, dal 31 maggio al 30 giugno 2024, festival con un programma ricco di mostre, eventi, e incontri pubblici, vuole mettere in rilievo il dialogo tra arte e scienza attraverso il linguaggio fotografico, secondo una narrazione visiva che interroga il presente e il futuro, con particolare attenzione al rapporto tra l’essere umano, la tecnologia, la scienza e la fantascienza. Per l’occasione abbiamo intervisato Olmo Amato, che con il suo progetto Deep Blue analizza lo stato attuale della fotografia nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Il titolo del tuo progetto, Deep Blue, ha un significato particolare e una storia specifica. Ce la racconti?

    Deep Blue è il nome dal famoso calcolatore della IBM che nel 1997 fu capace di sconfiggere l’allora campione mondiale di scacchi Garry Kasparov. Il progetto prende proprio spunto dalle grandi capacità dei computer moderni; macchine sempre più sofisticate, veloci e abili nello svolgere anche i compiti più difficili. È la nuova narrazione sintetica: una tecnologia capace di imparare a risolvere problemi complessi in tempi infinitesimali. Queste nuove intelligenze apprendono processando enormi quantità di dati e oggi sono persino in grado di generare contenuti, di scrivere testi e di creare immagini. Saranno un domani capaci di elevarsi a vere e proprie forme di vita instaurando nuove relazioni con l’ecosistema?
    Il salto è grande ma Il progetto nasce proprio da questa ipotesi e immagina un viaggio evolutivo verso il futuro del nostro pianeta; racconta una storia in bilico tra scienza e fantasia chiedendosi proprio se saranno le macchine le nuove protagoniste di questo percorso. In questa partita ogni essere vivente deve adattarsi, sviluppare altre strategie per sopravvivere e collaborare per preservare tutto ciò che è vitale per esistere domani. Non bisogna però dimenticarsi che nell’ecosistema del pianeta nessun essere vivente è isolato. Un quadro in cui la collaborazione tra le specie, racchiusa nel concetto di simbiosi, è la chiave per la prosperità e l’evoluzione di ogni essere vivente e il motore in grado di plasmare la vita sulla Terra. Le protagoniste del progetto sono infatti esemplari di specie ibride, figlie della simbiosi perfetta tra biologia e tecnologia. Oggi, nell’era geologica definita Antropocene, siamo chiamati ad affrontare urgenti problematiche globali. Il tipo di relazione che instaureremo con la tecnologia e con l’intero ecosistema rappresenterà la chiave per il futuro della nostra specie. Guardiamo a tutti questi processi digitali come a qualcosa di astratto dimenticando le enormi infrastrutture produttive che ci sono dietro e l’impatto che queste hanno sul pianeta. La creazione delle attuali intelligenze artificiali è strettamente legata allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie della Terra. Saremo in grado di usare le nostre tecnologie più avanzate per fondare le basi di un nuovo modo di vedere il mondo e rapportarci con esso? La nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di stringere un nuovo patto col pianeta e con tutte le sue forme di intelligenza, macchine comprese: un’alleanza fondata su una sostanziale, necessaria interdipendenza e collaborazione. Deep Blue origina proprio da questa riflessione.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Come nasce la progettualità di questo tuo lavoro?
    Deep Blue è la sintesi del mio percorso, dove gli studi di biotecnologie e neurobiologia si alternano alla sperimentazione artistica. Si tratta di un lavoro di natura post-fotografica, un erbario fantascientifico dove l’analogico e il digitale, proprio come l’organico e l’artificiale, trovano il modo di connettersi intimamente. Queste illustrazioni narrano l’evoluzione del silicio alla ricerca di nuove funzioni biologiche e relazioni con il mondo fisico. Il progetto, ancora in fieri, consiste in una collezione di 256 specie di fantasia. Le immagini sono generate con strumenti di intelligenza artificiale (text-to-image generative models) e stampate artigianalmente tramite un’antica tecnica fotografica dell’ottocento ai sali di ferro, la cianotipia.  Questo procedimento di stampa, messo a punto nel 1842 dal matematico e chimico inglese John Herschel, è chiamato così proprio per il caratteristico colore blu che sviluppa il sale di ferro quando è esposto alla luce solare. Le immagini di partenza sono state generate mediante il famoso Midjourney. La maggior parte di queste è stata poi a sua volta fusa a sua volta e rielaborata utilizzando Photoshop. Successivamente sono state sottoposte al processo di stampa a contatto utilizzando quello che viene definito negativo digitale. Una volta stampati gli esemplari, come se fossi uno scienziato davanti nuove specie da classificare, ho dovuto trovargli un nome che le rappresentasse per morfologia o funzione. L’allestimento sesso del progetto è pensato come un grande albero filogenetico in grado di raccontarne le ipotetiche relazioni.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Quali sono state le influenze artistiche ma anche scientifiche nel produrlo?
    Per la realizzazione di Deep Blue mi sono chiaramente ispirato al celebre lavoro della botanica e fotografa Anna Atkins, una vera e propria pioniera nella storia della fotografia, che realizzò e pubblicò British Algae: Cyanotype Impressions, una bellissima e copiosa raccolta di cianotipie. Sicuramente la formazione scientifica, la passione per la biologia e le conoscenze di chimica mi hanno permesso un approccio rigoroso alla tecnica e allo sviluppo del progetto in generale. L’obiettivo iniziale era controllare la qualità di stampa nei minimi dettagli, poter stampare immagini dalle sfumature ricche, dai contrasti accesi e da un blu decisamente profondo. Il progetto ha iniziato a prendere forma un po’ alla volta, ci sono voluti un paio di anni di studio. Tanti sono stati i tentativi per affinare il procedimento che, per quanto standardizzato, rimane ricco di imprevisti. È stato un bel percorso di sperimentazione tecnica e artistica i cui risultati erano sempre lì a ricordarmi che il controllo totale fosse un’illusione. Sia nella stampa ma sopratutto nella generazione delle immagini tramite AI l’imprevedibilità rendeva il tutto unico e irripetibile. Tutto ciò mi ha ricordato gli affascinanti meccanismi di selezione naturale alla base dell’evoluzione: la grande variabilità generata da processi casuali viene poi sottoposta alla selezione delle forme utili o più interessanti. Per tornare alla domanda: sicuramente le illustrazioni pubblicate in Forme d’arte della natura del biologo Ernst Haeckel e nel Systema Naturae di Carlo Linneo, insieme alle immagini scientifiche di microscopia ottica a fluorescenza sono state un riferimento visivo sempre molto chiaro e presente. Non solo la scienza, ma anche la passione per l’arte e il cinema hanno influenzato notevolmente il percorso creativo di questo nuovo ecosistema. La Botanica parallela di Leo Lionni, il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini, i lavori di generative art di Sofia Crespo sicuramente sono stati importanti quanto film come Avatar di James Cameron, o film d’animazione come Nausicaä della Valle del vento di Hayao Miyazaki e La planète sauvage di René Laloux.

    Esteticamente e simbolicamente cosa comporta stampare con un’antica tecnica, risalente
all’origine della fotografia, immagini sintetiche, generate con l’intelligenza artificiale?
    Dal punto di vista estetico la cianotipia è una tecnica decisamente interessante, non solo per il colore “alieno” che genera ma per l’artigianalità stessa del processo. Come molte tecniche analogiche è in grado di restituire una matericità all’immagine grazie all’interazione fisica con il supporto. L’imperfezione, insita nel procedimento stesso di stampa, talvolta ricercata talvolta casuale, è in grado di generare unicità. Tutto ciò lo trovo davvero affascinante, soprattutto per chi come me ha approcciato la fotografia attraverso il digitale. La sfida iniziale era proprio quella di cercare di controllare l’immagine: ottenere delle stampe estremamente contrastate ma ricchi di sfumature tonali, controllarne la densità del colore spingendolo ai limiti, senza mai rinunciare all’aspetto artigianale e sfuggevole del processo stesso. Oltre all’espetto puramente estetico, l’unione di questa tecnica con tecniche digitali generative fa emergere un altro ragionamento legato alla natura di immagini sintetiche. I progressi dell’informatica nel campo dell’intelligenza artificiale applicata all’immagine hanno dato vita a nuovi, rivoluzionari modelli generativi text-to-image. Questi modelli, tra cui i noti DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion, consentono di creare contenuti visivi da una semplice riga di testo (prompt) producendo immagini quasi indistinguibili dalle fotografie reali. Secondo il dizionario Merriam-Webster “La fotografia è l’arte o il processo di produzione di immagini mediante l’azione dell’energia radiante, in particolare della luce, su una superficie sensibile”. Se condividiamo la definizione, queste immagini totalmente digitali e sintetiche, frutto di pure astrazioni matematiche e processi di calcolo, possono finalmente ristabilire un legame con il mondo da cui hanno origine: solo attraverso la stampa analogica, in cui l’immagine è generata dall’interazione della luce con la materia, è possibile tornare al cuore del processo fotografico. Proprio grazie alla tecnica della cianotipia queste immagini possono riscoprire la loro materialità, nella speranza che con loro, anche noi umani possiamo ricordarci di quella profonda connessione con il mondo fisico che ci appartiene, che ci mette in relazione con il tutto e ci permette di essere considerati esseri intelligenti.

    Deep Blue © Olmo Amato

    Qual è, secondo te, il futuro delle applicazioni artificiali in ambito artistico?
    Il futuro e gli sviluppi di tecnologie che avanzano così rapidamente sono difficili da prevedere. Sicuramente questi strumenti sono ormai alla portata di chiunque, permettendoci di generare immagini dalla qualità estetica sbalorditiva senza saper né fotografare né disegnare né avere alcun tipo di capacità tecnica o artistica. Tutto ciò rende ancor più importante il pensiero che sottostà alle immagini e ai progetti creati con essi, più che alla sola qualità estetica. Oramai immagini accattivanti le sanno fare anche le macchine ma ciò che gli può dare valore e significato siamo noi umani.

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    Teatro dei vitellini: regia di Gian Paolo Barbieri

    Le opere di William Shakespeare sono state sempre considerate degli specchi della condizione umana, capaci di cogliere le sfumature più profonde e complesse dell’animo umano. E proprio in queste sfumature, tra paure e passioni, si riflettono i protagonisti delle tragedie e commedie shakespeariane immortalati nelle fotografie di Gian Paolo Barbieri. Barbieri, celebre maestro della fotografia italiana, ha saputo catturare con la sua lente non solo la bellezza estetica dei personaggi di Shakespeare, ma anche la loro profondità psicologica e emotiva. Le sue fotografie sono dunque emblemi dell’uomo contemporaneo, in grado di incarnare le stesse contraddizioni, fragilità e forza dei protagonisti delle opere del drammaturgo inglese.

    Teatro dei Vitellini, Gian Paolo Barbieri Leica Shakespeare
    Serghiei in “Macbeth”, Milano 2018 – © Gian Paolo Barbieri Courtesy Fondazione Gian Paolo Barbieri

    Nei ritratti di Barbieri, vediamo riflessi i conflitti interiori di Macbeth, l’ambizione smisurata e la colpa che lo consumano; la passione travolgente e la gelosia di Amleto, diviso tra il dovere e l’impulso della vendetta; la dolcezza e la determinazione di Giulietta, pronta a sacrificare tutto per amore. I protagonisti di Shakespeare rappresentano quelle emozioni e quei tormenti che ancora oggi affliggono l’uomo contemporaneo. Le loro paure, le loro passioni, i loro desideri sono universali e atemporali, capaci di risuonare in ognuno di noi. Così come i personaggi delle opere shakespeariane si confrontano con le proprie debolezze e con la forza incontenibile dei sentimenti, anche l’uomo contemporaneo si trova spesso a fronteggiare i propri demoni interiori, a cercare risposte di fronte alle sfide della vita. Questo lavoro, frutto di un lungo periodo di meditazione, ci ricorda che come i protagonisti di Shakespeare, siamo tutti protagonisti della nostra vita, chiamati a fronteggiare le nostre angosce e a seguire il nostro destino, nella continua ricerca di noi stessi e del senso più profondo dell’esistenza.

    Teatro dei Vitellini, Gian Paolo Barbieri Leica Shakespeare
    Bruno Amora in “Ofelia”, Milano 2016 – © Gian Paolo Barbieri Courtesy Fondazione Gian Paolo Barbieri

    Leica Galerie Milano presenta, 24 agosto 2024, la nuova mostra intitolata TEATRO DEI VITELLINI – REGIA DI GIAN PAOLO BARBIERI, a cura di Maurizio Beucci, Emmanuele C. Randazzo, Giulia Manca. L’esposizione si compone di 25 immagini inedite in cui Barbieri, uno dei più importanti e riconosciuti fotografi di moda del mondo, che ha avviato la sua carriera come attore, operatore e costumista, rilegge l’opera di William Shakespeare e, oltre Shakespeare, il teatro e il mondo.

    Teatro dei Vitellini, Gian Paolo Barbieri Leica Shakespeare
    Maria Valtellino in “Lady Macbeth – © Gian Paolo Barbieri Courtesy Fondazione Gian Paolo Barbieri

    Fotografie, prima che scattate, meticolosamente preparate all’interno dello studio grazie a un lavoro artigianale e artistico di costruzione. La finzione, nei set di Barbieri, diventa verosimiglianza, tutto è palcoscenico, l’immagine messa in scena. Ogni parte, siano attori, costumi, scenografie, luci, concorre alla precisione del racconto, alla perfezione della visione, alla passione del grande fotografo per la drammaturgia. Un esercizio, quello della ricostruzione shakespeariana, che Barbieri realizza fin da ragazzo e che ha continuato ad accompagnare la sua lunga carriera.

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    I paesaggi d’arte di Alfredo Corrao

    Al Leica Store di Roma prosegue il progetto ‘Roma ChilometroZero‘, che racconta la città eterna attraverso l’obiettivo di alcuni fotografi della capitale. Roma, eternamente. 
Il 15 maggio 2024 alle ore 18:30, inaugura la mostra di Alfredo Corrao Pubbliche intimità, un viaggio introspettivo che l’autore ha compiuto girovagando nelle stanze dei musei di Roma. Questi luoghi, palcoscenici d’arte, cultura, storia, conoscenza, su cui Corrao si sofferma, non vogliono essere raccontati solo in funzione delle opere d’arte che ospitano, o essere documentati come parte della Storia, ma fotografati come qualcosa di vivo, pulsante, animato dalla luce e da un senso profondo di pace. Alfredo ricuce insieme, in una narrazione incastonata in assenza di tempo e spazio, i frammenti di cui si compone l’essenza di questi luoghi, che l’autore guarda con il trasporto di un visitatore, spogliandosi del suo essere testimone e rivelando il suo sguardo partecipe.

    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao
    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao

    Pubbliche intimità, si nota anche dal titolo, cerca di indagare il dialogo tra la sfera pubblica e quella privata, prendendo come riferimento, nello specifico, gli spazi museali o le gallerie d’arte adibite alle esposizioni. Quanto e perchè ti coinvolge direttamente questa tua ricerca?
    Credo che in nessun luogo come in un museo o in una galleria ci si possa sentire parte dell’umanità intera. Tutto ciò che vi è custodito ed esposto è frutto dell’ingegno e della sensibilità umana. 
Percorrendone gli spazi si attraversano culture, pensieri, momenti storici. 
Il tutto in una dimensione priva di vincoli, aperta e non gerarchica, dove ci si può formare un’opinione. Allo stesso tempo, però, questo luogo collettivo può essere profondamente personale: quando osserviamo un dipinto o una scultura è come se ci fossimo solo noi, intimamente connessi con l’artista e con chiunque abbia vissuto quell’opera nel corso del tempo.
Viene a crearsi un rapporto che trasforma il contesto pubblico in un’esperienza privata, in cui si è immersi in un dialogo silenzioso con la bellezza e la storia che lo circondano. Sento questo progetto particolarmente mio perché ho finalmente fotografato e non documentato un luogo d’arte.

    Il tuo progetto Pubbliche intimità si concentra, inoltre, sul concetto di “verosimiglianza”, mettendo in dialogo, in una documentazione fluida e apparentemente omogenea, la rappresentazione di frammenti architettonici e scultorei con dettagli di opere pittoriche. Qual è il pensiero che sta alla base di questo tipo di narrazione?
    La completezza. Il cercare dove un’opera prosegue nell’altra, attraverso forme e colori. Ho cercato di unire idealmente ambienti e opere frammentandoli per poi riunirli in un nuovo aspetto. Mi piace pensare che due o più immagini possano completarsi l’una dentro l’altra quasi senza soluzione di continuità, che abbiano un’assonanza.

    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao
    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao

    Il tuo progetto mi ricorda molto Sonata di Aaron Schuman, pubblicato nel 2022 da MACK. SONATA – MACK (mackbooks.eu) Che attinenza c’è con il lavoro del fotografo americano?
    Schuman, per il suo lavoro, trae ispirazione da Viaggio in Italia di Goethe, in particolare dalla descrizione che questi fa del suo scoprire un paese ricco di luce, colori, suoni e profumi estranei al suo quotidiano. Goethe parla di “impressioni dei sensi”. Ecco, l’attinenza è questa, il lasciare che le impressioni dei sensi prendano il sopravvento portandoti in un mondo distante dai rumori e dagli affanni.
In definitiva il viaggio fatto da Goethe e da Schuman è il viaggio che il visitatore compie nelle grandi gallerie d’arte di Roma. Passare da una sala all’altra, da una galleria all’altra, è viaggiare nei luoghi e nel tempo.
Cresci, che ringrazio ancora per le belle parole, ha intitolato il suo testo che accompagna le mie immagini Paesaggi di pubbliche intimità. Aggiungendo la parola “paesaggi” al titolo originale del mio progetto sintetizza così l’attraversare i confini solo apparenti segnati dalle mura di una galleria.
Altra stretta attinenza con Sonata è che le sole presenze umane nelle fotografie di Schuman sono rappresentate da immagini: dipinti, foto, manifesti calcistici. Nel mio lavoro è lo stesso, l’uomo, la sua presenza, è un riflesso delle opere e dei luoghi che le custodiscono. Più una coscienza che una presenza.

    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao
    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao

    Parlando di Cresci, è evidente il rimando del tuo progetto a una specifica riflessione sul guardare, applicata al linguaggio fotografico da autori che hanno fatto scuola, come Luigi Ghirri o Mario Cresci per l’appunto. Qual è la tua connessione al loro modo di intendere la fotografia?
    Stai citando due maestri assoluti della fotografia che, come tali, hanno profondamente segnato il linguaggio fotografico, diventando delle fonti di inspirazione subliminali. Di Cresci, in particolare, ho sempre ammirato la capacità di “costringerti”, guardando una sua fotografia, a riflettere. È in grado di cogliere, dei fatti e dei suoi soggetti, l’essenza per poi riproporla in maniera inaspettata. Il suo lavoro lascia sempre un segno in chi lo guarda, sia quello con un approccio più antropologico sia quello più concettuale. Semplicità e rigore formale, anche nelle immagini più creative, sono gli aspetti che maggiormente mi hanno colpito in questi due autori.

    La luce, il suo rapporto con gli spazi, è un elemento preponderante in Pubbliche intimità. È una costante anche nell’intera tua ricerca fotografica?
    No, non una costante, anzi è forse “una prima volta”. Nei miei lavori precedenti è spesso stato il contrario: toni scuri e neri profondi. Sono stati gli ambienti che ho attraversato, nella produzione di questo progetto, ad indurmi a fotografare la luce, a cercarla come soggetto e non come mezzo di illuminazione. 
Per ovvi motivi di protezione delle opere, tante sale espositive, penso ad esempio a quelle che si susseguono a Palazzo Barberini, hanno finestre con le imposte socchiuse in modo da lasciare nella penombra gli ambienti. Però, malgrado ciò, la luce riesce a irrompere e a costruire volumi e spazi. Lo fa direttamente, da qualche vetrata, o di riflesso, attraverso le opere e il colore.
Colore e luce sono un tutt’uno e la consapevolezza di ciò ti raggiunge in pieno quando ti immergi in queste gallerie e senti che l’arte riesce a “illuminarti”, a farti sentire in sintonia con l’opera, il suo autore e tutti coloro che in passato si sono fermati ad osservarla.

    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao
    Pubbliche Intimità © Alfredo Corrao

    In Pubbliche intimità c’è una sovrapposizione tra il tuo sguardo da fotografo e quello tuo da spettatore?
    Sicuramente. Direi che c’è principalmente lo sguardo da spettatore, che nel mio caso viene filtrato da quello del fotografo. Ma è soprattutto il senso di meraviglia del visitatore a emergere, circondato da colori, forme e sensazioni.

    PUBBLICHE INTIMITÀ 
di Alfredo Corrao
    fino all’11 giugno
    Roma ChilometroZero
, Leica Store Roma
 – via dei due Macelli 57, Roma

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    La mostra di Silvia Camporesi a Forlì ricorda l’alluvione in Romagna

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    Proprio un anno fa, nel maggio 2023, un vasto territorio compreso fra i comuni del circondario imolese fino a quelli del territorio cesenate, venne colpito da una disastrosa alluvione che, oltre ai danni immediati a persone e abitazioni all’interno delle città, ha creato un progressivo dissesto nelle colline circostanti, attraverso frane ed erosioni, quantificate dai geologi della Regione Emilia-Romagna in circa 80.000.

    Silvia Camporesi, Libri di fango, 2023
    Silvia Camporesi, Libri di fango, 2023

    Per ricordare questa grave calamità naturale, le sale espositive del Palazzo del Monte di Pietà, sede della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ospita fino al 16 giugno 2024, la mostra Romagna sfigurata della fotografa forlivese Silvia Camporesi. L’esposizione, un reportage dall’importante valore artistico che documenta l’impatto ambientale delle frane e rivela una evidente e inevitabile modifica del paesaggio agrario e boschivo, è il frutto di un progetto promosso dalla Associazione Nuova Civiltà delle Macchine APS di Forlì, sulla base di un’idea sviluppata dalla stessa fotografa Silvia Camporesi insieme con l’architetto paesaggista Sauro Turroni (consulente scientifico e curatore della mostra), sostenuto da Strategia Fotografia 2023 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

    Silvia Camporesi, Casa crollata, Dovadola 2024
    Silvia Camporesi, Casa crollata, Dovadola 2024

    La mostra presenta 30 immagini, 20 delle quali andranno ad arricchire la collezione fotografica dei Musei di Rimini, ed è l’esito di un lavoro che ha coinvolto una équipe di geologi della Regione Emilia-Romagna, i quali hanno messo a disposizione le mappe delle zone colpite e hanno realizzato un video, attraverso l’uso di droni, che rivela come le frane abbiano modificato il paesaggio. Attraverso numerosi sopralluoghi nei comuni romagnoli, durati oltre sei mesi, Silvia Camporesi ha prodotto una serie di fotografie e di video, con l’obiettivo di evidenziare le profonde modifiche che connotano il nuovo paesaggio della Romagna. Gli esiti di questa rilevazione sono messi a confronto con la documentazione esistente presso l’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, raccolta per la programmazione degli interventi di tutela in Emilia-Romagna e con altri fondi fotografici storici, conservati nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi e in altre collezioni.

    Silvia Camporesi, Uliveto franato, Modigliana
    Silvia Camporesi, Uliveto franato, Modigliana

    L’esposizione, che vivrà una seconda tappa a settembre 2024 alla Galleria dell’Immagine a Rimini, sarà accompagnata da un volume che conterrà, oltre alle fotografie di Silvia Camporesi, i contributi di Sauro Turroni e di Franco Farinelli, uno dei più illustri geografi italiani.

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