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    Il teatro immaginario di Victoria Ivanova

    La fotografia e il teatro, pur essendo due linguaggi differenti di rappresentazione, hanno molti punti di contatto; più di quanto si possa immaginare. La differenza risiede nella loro stessa natura: il teatro, percepito come insieme di fuochi vitali, permette all’uomo, in comunione con lo spazio e i suoni, di consumarsi nell’attimo della finzione del “qui e ora”; la fotografia, invece, nel silenzio della sua parola consegna l’immagine all’eternità. In entrambe le pratiche, uomini e oggetti vengono messi su di un palcoscenico.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    La fotografa russa Victoria Ivanova, nel suo progetto Still Life Stories, ci dimostra come queste due realtà, pur nell’antitesi dei loro principi fondativi, riescano a cerare una narrazione brutale e profonda dell’uomo, e della sua vita. Tutti i suoi personaggi (pere, mollette, scacchi) recitano fingendosi esseri umani, mettendo in scena l’ambiguità, e l’oscurità, della nostra esistenza.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Un processo creativo, complesso e intimo, che traendo spunto dai dettagli del mondo si tramuta in racconto corale. In queste fotografie nulla è lasciato al caso, sono visioni meditate e studiate con estrema attenzione per far sì che ogni singolo dettaglio possa evocare molteplici riflessioni.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    L’utilizzo del bianco e nero, così intenso e delicato, sottolinea la teatralità drammatica del senso della scena. L’unione tra la fantasia e la realtà, il teatro e la fotografia, nel lavoro di Victoria Ivanova, svela tutta la sua forza sovvertitrice.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Victoria Ivanova, classe 1984, inizia a fotografare prestissimo, quando suo padre le regala la sua prima macchina fotografica a pellicola. Si laurea in Scienze economiche e lavora come insegnante e nell’ambito pubblicitario, ma la fotografia occupa un posto importante nella sua vita, infatti mi racconta: «Attraverso le mie fotografie cerco di raccontare delle storie, e per farlo metto in scena un teatro degli oggetti inanimato. Tutti i miei oggetti recitano, anzi evocano, scene della vita umana».

    «Non esistono formule magiche per svelare il mistero dell’arte»

    Paola Mattioli, fotografa laureata in filosofia con Enzo Paci, è una delle voci più impegnate e intellettuali del panorama artistico italiano. L’incontro in gioventù con Ugo Mulas, del quale diverrà assistente, segnerà profondamente la sua carriera artistica. Il suo obiettivo fotografico, sempre attento ai cambiamenti della società contemporanea, ci consegna uno sguardo personale sul mondo che ci circonda. L’abbiamo intervistata.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 18, 1974

    Definirti semplicemente fotografa è riduttivo. Tu come descriveresti?
    Fotografa va benissimo, autrice se vuoi… nel senso di “augere”, far crescere, aggiungere la propria voce…

    Una volta hai utilizzato il termine “fotografia saggistica” per descrivere il tuo approccio stilistico. Che tipo fotografia è la tua?
    La mia fotografia non è assimilabile al puro reportage, ma è come un piccolo seme che cresce e si sviluppa, seguendo i suoi tempi e i suoi ritmi. L’idea creativa, in questo modo, viene resa concreta attraverso la sedimentazione delle esperienze che hanno sviluppato in me nuove forme di senso.  A proposito di alcune fotografie che mi era capitato di fare al funerale di Krusciov (a Mosca, nel 1971) mi è venuto da dire che quelle immagini non avevano avuto una destinazione giornalistica – che sarebbe stata anche possibile – perché il lavoro che stavo portando avanti, e che in fondo sto ancora intrecciando, riguarda una fotografia con un significato un po’ diverso dalla rappresentazione diretta della realtà̀. È uno sguardo un po’ laterale, un po’ in seconda battuta, a seguito di una riflessione. In questo senso penso che si possa definire “saggistica” una fotografia che non è reportage, ma che si avvicina di più al pensiero.

    Nella tua ricerca artistica è molto evidente la vicinanza al mondo della scrittura, come nel tuo celebre progetto Le immagini del no, un lavoro che possiamo definire anche “testo visuale”. La mia domanda allora è, quali rapporti intercorrono tra immagine e parola?
    Partiamo dall’inizio, il progetto Le Immagini del no, realizzato a quattro mani con Anna Candiani, nasce in un momento storico e politico molto significativo per l’Italia, vicino alla campagna che ha preceduto il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio, svoltosi nel maggio del 1974. In quell’occasione non mi sono concentrata sulle manifestazioni o sugli esseri umani, ma sui veri protagonisti della storia, quelli che veramente avrebbero deciso le sorti del nostro destino: le parole. Milano era invasa dalla parola No, la si vedeva in ogni luogo e in ogni dove. Ho capito che per trasformare in forma reale la potenza simbolica di quella parola, avrei dovuto portare il mio obiettivo fotografico all’interno delle pieghe della scrittura, senza rinunciare alla documentazione storica della memoria. Tornando alla domanda specifica, le immagini, per loro stessa natura, non possono essere paragonate a dei testi, e per questo motivo la loro “traduzione” non può avvenire entro schemi linguistici. Sia l’immagine che la parola, nella loro diversità, non sono sempre specchi che riflettono la realtà del mondo, ma sono, anche, delle pratiche che ci permettono di sviluppare mondi alternativi e possibili. Per quanto mi riguarda, mi diverto molto ad utilizzare meccanismi letterari per creare molteplici piani interpretativi; un gioco che crea connessione con l’osservatore.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 7, 1974

    Esistono delle regole per decodificare un’opera fotografica?
    No, fortunatamente non esistono. Non ci sono formule che ci consentono di interpretare perfettamente l’arte, come per tutte le cose affascinanti della vita. Se esistessero delle scorciatoie per svelare i segreti di ciò che ci attrae, come può esserlo una fotografia, una scultura, una poesia, tutto l’impegno profuso nel crearlo sarebbe vano.

    Paola Mattioli, Giuseppe Ungaretti / 11 , Salsomaggiore 1970

    Hai realizzato il ritratto più celebre e intenso del grandissimo poeta Giuseppe Ungaretti. Come avvenne quell’incontro, e, soprattutto, qual è il tuo approccio al genere della ritrattistica?
    L’incontro con Giuseppe Ungaretti è stato importante. Ho fotografato il grande poeta nel maggio del 1970. Lui aveva 82 anni, e io 22. Stavo muovendo i primi passi nella fotografia. Come avvenne l’incontro? Un editore d’arte, Luigi Majno, aveva bisogno di un ritratto di Ungaretti da inserire in originale tra le pagine di una delle sue raffinate cartelle dedicate ad arte e poesia, in questo caso abbinato a Sonia Delaunay. Avevo pochissima esperienza e il rodaggio allo studio di Ugo Mulas alle spalle. Posso affermare, quasi con certezza, che ha fatto tutto lui. Ho testimoniato il suo spettacolo: un essere complesso che conteneva in sé stesso gli opposti della vita; tristezza e allegria, vecchiaia e giovinezza. Appena sviluppate, non con poca ansia, le mostrai a Mulas che mi disse: «Belle, bellissime, bisogna proporle subito a qualcuno». Chiamò un amico giornalista che rispose freddamente: «Signorina, Ungaretti ci servirà solo il giorno in cui muore». Il destino volle che da lì a poco Ungaretti morì: tutti cercavano il mio ritratto. Enzo Paci, che ebbe un lungo scambio epistolare con il poeta, mi propose di pubblicare con lui, da Scheiwiller, un volume con il loro carteggio, le mie fotografie e una sua prefazione. Un lavoro indimenticabile. A me piace molto realizzare ritratti. Per me un ritratto è una proiezione del referente; in quel breve momento cerco di instaurare un dialogo, una connessione di luce, tra lo sguardo che ho davanti e il mio sguardo, e registro questa “conversazione”. Ovviamente nel ritratto ci sono anche io, la mia presenza la si ritrova nell’ambientazione. Il contesto, sia esso in esterni o in un interno, mi aiuta molto a raccontare piccole cose, dettagli della persona che ho di fronte.

    Paola Mattioli, Carcere/8, Casa Circondariale di Monza 1999

    Cosa ti rende felice della fotografia?
    Il fatto di avere in mano tutto il processo, dal progetto iniziale alle stampe finite.

    Tu sei stata molto attiva all’interno del movimento femminista. Oggi quanto può essere importante il contributo della fotografia alla causa femminile?
    Molto, perché mostra quanto lo sguardo delle donne sia davvero diverso da quello degli uomini. Non migliore, diverso.

     

    170 fotografia di Eve Arnold in mostra a Torino

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    Arriva a CAMERA Torino, dal 25 febbraio al 4 giugno 2023, un’altra leggenda della fotografia del XX secolo: Eve Arnold, la fotografa americana che ha saputo raccontare il mondo con un «appassionato approccio personale», unico strumento reputato da lei indispensabile per un fotografo. Per intendere la sua importanza nella storia della fotografia, è sufficiente ricordare che Eve Arnold è stata la prima donna, insieme a Inge Morath, a far parte della prestigiosa agenzia Magnum Photos nel 1951.

    Marilyn Monroe in the Nevada desert during the filming of “The Misfits”. USA, 1960
    © Eve Arnold / Magnum Photos

    Determinazione, curiosità e, soprattutto, la volontà di fuggire da qualsiasi stereotipo o facile categorizzazione le hanno permesso di produrre un corpus eclettico di opere: dai ritratti delle grandi star del cinema e dello spettacolo ai reportage d’inchiesta dove ha affrontato temi e questioni assolutamente centrali nel dibattito pubblico di ieri e di oggi.
    L’esposizione, curata da Monica Poggi e realizzata in collaborazione con Magnum Photos, si compone di circa 170 immagini, di cui molte mai esposte fino ad ora, e presenta l’opera completa della fotografa a partire dai primi scatti in bianco e nero della New York degli anni Cinquanta fino agli ultimi lavori a colori, realizzati all’età di 85 anni, alla fine del secolo. Le opere selezionate affrontano temi e questioni come il razzismo negli Stati Uniti, l’emancipazione femminile, l’interazione fra le differenti culture del mondo. Anche se la sua fama planetaria è senza dubbio legata ai numerosi servizi sui set di film indimenticabili, dove ha ritratto le grandi star del periodo da Marlene Dietrich a Marilyn Monroe, da Joan Crawford a Orson Welles.

    Song and dance troupe, China, 1979 © Eve Arnold / Magnum Photos

    La carriera di Arnold è a tutti gli effetti un inno all’emancipazione femminile. I suoi soggetti sono nella maggior parte dei casi donne: lavoratrici, madri, bambine, dive, suore, modelle, studentesse, immortalate senza mai scivolare in stereotipi o facili categorizzazioni, con il solo intento di conoscere, capire e raccontare. Questo principio la guida anche nelle fotografie più intime e delicate, come quelle realizzate all’interno dei reparti di maternità degli ospedali di tutto il mondo, soggetto a cui ritorna costantemente per esorcizzare il dolore subito con la perdita di un figlio avvenuta nel 1959.

    Charlotte Stribling aka ‘Fabulous’ models clothes designed and made in the Harlem community. Abyssinian Church, New York City, USA, 1950
    © Eve Arnold / Magnum Photos

    La scelta e la disposizione delle immagini in mostra è finalizzata a restituire la ricchezza dell’opera di questa autrice, sottolineata anche attraverso numerosi documenti d’archivio, testi, provini di stampa, libri e riviste in grado di arricchire la scoperta di una vera e propria leggenda della fotografia. L’esposizione è accompagnata dal catalogo Eve Arnold, edito dalla nuova casa editrice Dario Cimorelli editore.

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    Un nuovo libro di Gabriele Basilico racconta Beirut

    Contrasto pubblica Ritorni a Beirut di Gabriele Basilico, a cura di Giovanna Calvenzi: nelle sue parole, il libro che «dovrebbe essere […] “definitivo” per ricordare una relazione profonda e appassionata che ha legato Gabriele Basilico alla città di Beirut, che nel corso degli anni è diventata anche uno dei cardini centrali del suo impegno con la fotografia. Oltre a un lungo lavoro in archivio di rilettura di tutto quanto Basilico ha realizzato, sono stati invitati a esercitare i loro ricordi anche “i complici” dei diversi viaggi». L’ampia selezione di fotografie in bianco e nero e a colori è introdotta da testi di Gabriele Basilico, Giovanna Calvenzi, Tanino Musso, Fouad Elkoury, Gabriel Bauret, Christian Caujolle, Alessandro Ferrario, Rita Capezzuto e da una Cronologia di Farian Sabahi.

    Così, pagina dopo pagina, scopriamo il lavoro realizzato da Gabriele Basilico in occasione di quattro missioni fotografiche a Beirut nel 1991, 2003, 2008 e 2011. Nel 1991 viene coinvolto dalla Hariri Foundation e dalla scrittrice libanese Dominique Eddé in un progetto che ha come obiettivo la documentazione fotografica dell’area centrale della città di Beirut al termine della devastante guerra civile che aveva straziato per quindici anni la città. Con lui sono chiamati altri cinque fotografi: Raymond Depardon, Josef Koudelka, Robert Frank, René Burri e Fouad Elkoury. Basilico si muove nel centro della capitale devastata e ancora minata con lo sguardo che ha caratterizzato tutta la sua produzione, attento alle trasformazioni del paesaggio contemporaneo, alla forma e all’identità delle città e delle metropoli da un punto di vista architettonico, certo, ma soprattutto sociale. Da allora, tornerà a Beirut altre tre volte. Nel 2003 per incarico della rivista di architettura Domus, diretta da Stefano Boeri, per registrare la ricostruzione della città attraverso vedute urbane corrispondenti alle foto scattate nel 1991. Nel 2008, quando in occasione dell’inaugurazione di una sua mostra al Planet Discovery Center continua a registrare la ricostruzione della città. E infine nel 2011, quando l’Hariri Foundation lo chiama di nuovo a documentare la Beirut ricostruita insieme a Fouad Elkoury, Klavdij Sluban e Robert Polidori.
    L’occhio del fotografo si posa così su una città che cambia nel suo aspetto e nella sua anima, legandosi a quella di Basilico che così scriverà: «La pratica del ritornare crea una singolare disposizione sentimentale: come l’attesa per un appuntamento desiderato, un risvegliarsi della memoria per luoghi, oggetti, persone, come se si riaccendesse il motore di una macchina ferma da tempo. Per Beirut è stato anche di più».
    Il libro accompagna la mostra che sarà esposta dal 1° febbraio al 14 maggio 2023 presso la galleria Chateau d’Eau di Tolosa e a cura di Christian Caujolle.

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    Nasce Deloitte Photo Grant, il nuovo premio dedicato alla fotografia

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    È stata presentata all’Auditorium del Mudec – Museo delle Culture la prima edizione del Deloitte Photo Grant, un nuovo concorso fotografico internazionale promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte e in collaborazione con 24 ORE Cultura, la direzione artistica di Denis Curti e il team di BlackCamera. Il concorso si offre di stimolare la produzione artistica legata al mondo della fotografia e di promuovere il tema delle Connections: i fotografi, infatti, saranno chiamati a dare una narrazione e un’interpretazione attraverso le immagini di cosa significhi essere connessi a livello umano, professionale, economico o ambientale.

    Con questa iniziativa Fondazione Deloitte si pone l’obiettivo di supportare concretamente il mondo della fotografia, che riveste da sempre un ruolo chiave nella produzione artistica e culturale contemporanea, in quanto linguaggio universale in grado di interpretare e raccontare l’attualità. Questa prima edizione del concorso fotografico mette a disposizione un valore complessivo di €60.000.

    La serata di presentazione di Deloitte Photo Grant è stata introdotta dai saluti istituzionali di Tommaso Sacchi, Assessore alla cultura del Comune di Milano, moderata dal giornalista e scrittore Pietro Del Re, e ha visto la partecipazione di Fabio Pompei, CEO Deloitte Italia, Guido Borsani, Presidente Fondazione Deloitte, Federico Silvestri, Amministratore Delegato 24 ORE Cultura, Sara Rizzo, Conservatore Mudec, Denis Curti, Direttore Artistico di Deloitte Photo Grant.

    Il Deloitte Photo Grant è strutturato in due categorie: Segnalazioni e Open call. Nella prima – dieci personalità operanti nel mondo della produzione culturale internazionale, denominati Segnalatori – candideranno due lavori fotografici inediti ciascuno, composti da almeno 40 immagini, realizzati da un fotografo a loro discrezione. Tra i segnalatori figurano Renata Ferri, Nathalie Herschdorfer, Matthias Harder, Erik Kessels, Antonio Carloni, Andréa Holzerr, Elisabeth Sherman, Karen McQuaid, Horacio Fernández e Claudio Composti. Una giuria – composta da critici, fotografi professionisti, direttori di musei, fotoeditor, galleristi – sceglierà il vincitore della prima edizione del Deloitte Photo Grant, il quale sarà premiato con una personale al Mudec – Museo delle Culture di Milano, a dicembre 2023, accompagnata da un catalogo edito da 24 ORE Cultura, nonché con un contributo in denaro di €40.000. Nella giuria figurano Guido Borsani (Presidente Fondazione Deloitte), Brandei Estes (Head of Photographs Sotheby’s London), Laura Sackett (LensCulture), Rosy Santella (Internazionale), Federica Chiocchetti (MBAL Museum), Reiner Opoku (Agente d’arte internazionale), Timothy Persons (Board Paris Photo), Javier Vallhonrat (Artista contemporaneo) oltre al conservatore del Mudec, Sara Rizzo e al presidente di giuria, Denis Curti.

    La seconda invece prevede un open call aperta, dal 2 febbraio al 30 aprile, per i fotografi sotto i 35 anni, che dovranno presentare un’idea progettuale sul tema del premio, descritta sia nei suoi contenuti che nei suoi costi di realizzazione. I partecipanti dovranno inoltre inviare un portfolio di dieci immagini inerenti al progetto o ad altri lavori a loro scelta. Chi si aggiudicherà questa sezione otterrà una menzione all’interno della rassegna dedicata al vincitore di Segnalazioni. Riceverà inoltre €20.000 per la realizzazione della sua idea e potrà organizzare la sua personale nel 2024, in occasione della seconda edizione del Deloitte Photo Grant.

    SITO DELOITTE PHOTO GRANT

    A Milano una mostra rende omaggio all’ombra

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    Dal 3 febbraio al 6 marzo 2023, Still Fotografia a Milano (via Zamenhof 11) ospita la mostra intitolata Elogio dell’ombra. Un percorso espositivo caratterizzato da una forte omogeneità narrativa, nel quale la totale presenza dell’effetto monocromatico riesce a mettere in dialogo una serie di linguaggi espressivi dissimili dal punto di vista iconografico, ma emotivamente affini.

    © Manuela Mazza

    Michail Bulgakov nel suo capolavoro Il Maestro e Margherita immagina un dialogo tra il mago Woland (Satana) e Levi Matteo (l’Evangelista): «Se vieni da me, perché non mi hai salutato, ex pubblicano?» replicò Woland, severo «Perché non voglio che tu stia in salute», rispose brusco il nuovo venuto, «Ma dovrai rassegnarti a questo», replicò Woland e un sorriso increspò la sua bocca, «sei appena apparso sul tetto e già hai fatto una sciocchezza e ti dirò quale: è il tuo tono. Hai pronunciato le parole come se non riconoscessi le tenebre e il male. Sii tanto cortese da riflettere su questa domanda: che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male, e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai per caso sbucciare tutto il globo terrestre buttando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere della tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco».
    Uno dei più acuti saggi del geniale storico dell’arte Ernst Gombrich si intitola Shadows – The Depiction of Cast Shadows in Western Art ossia “Ombre – La rappresentazione dell’ombra nell’arte occidentale”. Senza l’Ombra una parte essenziale della pittura occidentale, dal Rinascimento alle Avanguardie storiche, semplicemente sarebbe altra.

    © Erica Bardi

    I lavori di Erica Bardi, Manuela Mazza, Giuseppe Varchetta ci conducono, in modi originali e diversi, nell’impero dell’Ombra.
    Erica Bardi racconta i lunghi giorni dell’isolamento causato dalla pandemia, lentamente le relazioni familiari, costrette nel medesimo ambiente, divengono, paradossalmente, evanescenti; il potere del Logos, il potere della parola, ciò che sta all’origine di Tutto, decade e, in parallelo, i contatti fisici declinano, frenati dalla paura. Erica elabora un immaginario in cui, progressivamente, svaniscono anche le persone; lei, la sua famiglia divengono sagome immateriali, astratte, sono fantasmi che abitano le mura di casa, sono ombre. La casa diviene un contenitore freddo, inanimato, la persona si scompone, incapace di ritrovare l’Anima (in senso Junghiano) la casa, o meglio: la Casa, è un contenitore di silhouette leggere, di ombre, destinate a svanire.
    Manuela Mazza gioca con la magia della fotografia, trasforma il linguaggio ambiguo del mezzo fotografico in un imbuto figurativo che raccoglie l’accumulo emotivo che andrebbe liberato e non trattenuto. Il suo progetto, in realtà, potrebbe essere declinato anche come un catalogo di sentimenti, di desideri, di contraddizioni, di speranze. Le sue ombre sono come valigie, utili per fare scorta di ricordi. Contenitori di memorie e segni che non nascono dal caso, frutto di una lunga gestazione interiore, che contribuiscono a costruire una grammatica della complessità dell’umano. I lavori di Manuela Mazza sono un salvacondotto, solo apparentemente contraddittorio, per contrastare la solitudine, donando valore anche al più marginale degli eventi.
    Giuseppe Varchetta dimora con levità nelle stanze dell’anima, stanze dell’anima per definizione: quelle dell’Arte. Pino Varchetta coglie l’istante, scevro di retorica. Ma si tratta di immagini “senza posa” solo a prima vista, è sufficiente zoomare all’indietro e gli istanti si trasformano in durata, in tempo. La fotografia ferma qualcosa che, subito, non c’è già più, la fotografia colma una mancanza, come sottolinea Daniele Del Giudice nel testo introduttivo di uno dei più interessanti libri dedicati ai lavori di Varchetta. Il gioco tra i visitatori delle mostre e dei musei e le opere d’arte che osservano è una sorta di anagramma in cui chi guarda divine parte del lavoro degli artisti. Chi è l’ombra, l’anima, e di chi?

    © Giuseppe Varchetta

    Il titolo della mostra è trafugato da una raccolta di poesie di J.L. Borges (Elogio de la sombra, prima edizione 1969): «… L’animale è morto, o è quasi morto / Restano l’uomo e l’anima / Vivo tra forme luminose e vaghe / che ancora non sono tenebra … Questa penombra è lenta e non fa male / scorre per un pendio mite / e somiglia all’eterno …”. Borges traccia una sorta di autobiografia, reale e simbolica; stava diventando cieco, vedeva solo ombre vaghe che, tuttavia, lo portano al nucleo del labirinto “… Giungo al centro, alla mia chiave, all’algebra / al mio specchio. / Presto saprò chi sono».

    Le ombre hanno molto da svelare, da insegnare, le riflessioni dei tre artisti in mostra, senza dubbio, lo testimoniano.

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    Hicham Gardaf vince la settima edizione del MAST Photography Grant on Industry and Work

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    Cinque giovani fotografi, selezionati tra cinquantatré candidati provenienti da tutto il mondo, hanno sviluppato un progetto originale e inedito per la Fondazione MAST. Il vincitore è stato annunciato oggi: è Hicham Gardaf (Tangeri, 1989) con il progetto In Praise of Slowness, selezionato dalla Giuria composta da Isabella Seràgnoli, François Hébel, Milo Keller, Michael Mack, Simon Njami, Alona Pardo, Giovanna Silva, Urs Stahel, Francesco Zanot. La menzione speciale della Giuria è andata a Lebohang Kganye.

    In mostra, allestita nelle Photo Gallery a cura di Urs Stahel, sono esposti anche i lavori dei ventiquattro finalisti delle precedenti edizioni del concorso, a formare una grande e multiforme rassegna, una sorta di giro del mondo per immagini, che vuole celebrare sia il decennale di MAST, sia i quindici anni di impegno nell’organizzazione del Grant per i giovani fotografi (il primo è stato assegnato nel 2008).
    “La Fondazione MAST, attraverso il MAST Photography Grant on Industry and Work – spiega Urs Stahel – offre a giovani fotografi l’opportunità di confrontarsi con le problematiche legate al mondo dell’industria e della tecnologia con i sistemi del lavoro e del capitale, con le invenzioni, gli sviluppi e l’universo della produzione. E spesso, il loro sguardo innovativo e inedito ci costringe a scontrarci con incongruenze, fratture, fenomeni e forse perfino abissi che finora avevamo trascurato o cercato di non vedere”.

    I cinque i progetti dei finalisti affrontano i mutamenti che interessano la rapida trasformazione del mondo del lavoro: «Quando parliamo di rivoluzione industriale – scrive Urs Stahel nel testo introduttivo del catalogo – solitamente facciamo riferimento a un arco temporale che interessa gli ultimi 250 anni, caratterizzato dallo sviluppo tecnico e tecnologico. (…) Negli ultimi 250 anni, tuttavia, lo sviluppo della tecnologia, della scienza e dell’economia è stato così rapido, dinamico e radicale da dare luogo a una vera e propria rivoluzione permanente, che ha stravolto la vita delle generazioni che si sono succedute scuotendola sin nelle fondamenta».

    I progetti selezionati di questa settima edizione del concorso sono diversi tra loro, ma legati dall’attualità del tema affrontato e caratterizzati dalla molteplicità dei mezzi di rappresentazione scelti.

    Hicham Gardaf, Laaroussi, 2022
    • In Praise of Slowness di Hicham Gardaf (Tangeri, 1989), vincitore della settima edizione del concorso, è una lode alla lentezza: il fulcro tematico è rappresentato dal contrasto tra la parte prospera, florida e in espansione della città di Tangeri, e il fascino antico del suo centro storico, con l’ombra fresca alla base delle mura che ne marcano il perimetro, il passo lento e riflessivo delle persone e dei venditori ambulanti.

      Farah Al Qasimi. Sorelle – Sisters, 2022
    • Farah Al Qasimi (Abu Dhabi, 1991), si concentra sulla grande comunità araba di Dearborn, nel Michigan, città natale di Henry Ford nonché sede storica della Ford Motor Company, che mostra un carattere ibrido ed è espressione di due culture, quella araba e quella statunitense.

      Lebohang Kganye. Donna nel cuore della notte – Woman in middle of night, 2022
    • Lebohang Kganye (Johannesburg, 1990), autrice di un lavoro che non è solo fotografico, propone nel progetto Keep the Light Faithfully narrazioni di grande effetto e profondità. L’artista ha ricevuto la menzione speciale della Giuria. In una sorta di teatro delle ombre cinesi, Lebohang Kganye inscena momenti di vita sudafricana con sagome di personaggi fotografati, ritagliati e applicati su cartone, in ambientazioni valorizzate da una sapiente illuminazione teatrale.

      Maria Mavropoulou. Senza titolo 18 – Untitled 18, 2022
    • L’opera di Maria Mavropoulou (Atene, 1989) In their own image, in the image of God they created them si avvale dell‘intelligenza artificiale e in particolare di un software di conversione text-to-image grazie al quale prende vita una molteplicità di immagini così suggestiva, che ci spinge a domandarci se l’intelligenza artificiale resterà sempre vincolata alla realtà mediante la fotografia, oppure se un giorno sarà in grado di realizzare un’opera d’arte più significativa in autonomia.

      Salvatore Vitale. Siamo già dei cyborg – We’re already cyborgs, 2022 – dittico
    • Salvatore Vitale (Palermo, 1986) realizza Death by GPS: un progetto sul legame tra la gig economy e l’attività mineraria nella regione del Gauteng, in Sudafrica. Il montaggio in rapida sequenza accosta fotografie documentarie di eventi reali e riprese video di sabotaggi inscenati, invitando chi osserva a riflettere sullo sfruttamento dei gig workers nel tardo capitalismo.concorso fotografico su industria e lavoro dedicato ai talenti emergenti:

    Il catalogo, pubblicato dalla Fondazione MAST in versione italiana e inglese, è a cura di Urs Stahel e contiene i testi di Negar Azimi, Federica Chiocchetti, Dominik Czechowski, Elvira Dyangani Ose, Nikolas Ventourakis, i selezionatori dei cinque artisti. La mostra è a ingresso gratuito su prenotazione.

    Torna il Festival Fotografico Europeo

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    In Lombardia torna la grande fotografia d’autore. Il Festival Fotografico Euroeo, curato da Claudio Argentiero e giunto alla sua undicesima edizione, organizzato dall’Archivio Fotografico Italiano, si pone l’obiettivo di promuovere la fotografia d’autore attraverso percorsi visivi articolati, aperti alle più svariate esperienze espressive.

    Marco Introini – Crespi D’Adda

    Un progetto culturale e artistico dedicato alla fotografia storica, moderna e contemporanea, con un approccio interdisciplinare che vede importanti autori a confronto con fotografi emergenti, italiani e provenienti da diversi Paesi del mondo. Il programma è arricchito da conferenze, proiezioni, presentazione di libri, workshop e iniziative site specific, il cui obiettivo è approfondire l’evoluzione del linguaggio fotografico e visivo.

    © Mario De Biasi

    Un crocevia di esperienze dove esperti del settore, studenti, appassionati, ricercatori e professionisti potranno confrontarsi per una crescita collettiva.
    Il Festival ha tra le finalità anche quella della valorizzazione del territorio, da far conoscere e scoprire mediante una comunicazione mirata, immagini d’archivio e campagne contemporanee. Una sorta di laboratorio culturale, che si apre all’Europa, che dialoga con la gente attraverso l’arte dello sguardo e mette a fuoco le aspirazioni, i linguaggi e l’inventiva di artisti con differenti peculiarità stilistiche. Un progetto che vuole affermare la centralità della cultura quale potente meccanismo in grado stimolare confronti tra i popoli e tra le generazioni in una prospettiva di sviluppo, riflessione e dialogo, guidati dall’impegno comune, in un percorso di progresso in opposizione al degrado sociale.

    Romano Cagnoni -Biafra 1968

    Venticinque mostre, conferenze, proiezioni, presentazione di libri. Un programma espositivo articolato che muove dalla fotografia storica al reportage d’autore, dalla fotografia d’arte all’architettura, dalle ricerche creative alla documentazione del territorio. Il programma delle mostre e degli appuntamenti si può consultare qui.

    SITO WEB
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    Le vite degli altri: le famgilie dimenticate delle tate filippine

    Caroline Irby è una fotografa britannica con base a Londra. Le sue aree di particolare interesse sono l’immigrazione e i bambini. Ha sempre scritto e fotografato, a partire da 17 anni, con articoli sulle principali testate inglesi e internazionali. Il volume Someone Else’s Mother, pubblicato dall’olandese Schilt Publishing, è una riflessione sul complesso rapporto tra gli emigrati filippini, la loro famiglia e la terra d’origine.

    Someone Else’s Mother © Caroline Irby / Schilt Publishing

    «Sono cresciuta a Londra con una donna filippina di nome Juning, che aveva quattro figli suoi che vivevano su una piccola isola nelle Filippine a migliaia di chilometri di distanza. Il marito di Juning l’ha lasciata quando i loro figli erano piccoli e tutta la responsabilità finanziaria della famiglia è ricaduta sulle spalle di lei. Per diversi anni Juning ha lavorato come bambinaia a Manila, mentre i suoi figli erano accuditi dalla madre nella sua isola natale, Bantayan. Nel 1974, per necessità economiche, Juning ha deciso cercare lavoro all’estero. Quando è partita per Hong Kong, suo figlio piccolo aveva appena due anni».

    Someone Else’s Mother © Caroline Irby / Schilt Publishing

    «Nel 1976 la mia famiglia si è trasferita da Londra a Hong Kong, per via del lavoro di mio padre con una banca. Mia madre rimase presto incinta di me e, nella primavera del 1977, poche settimane prima che io nascessi, cominciò a cercare qualcuno che si potesse prendere cura dei suoi figli e della sua casa insieme a lei. Juning rispose all’annuncio e da quel momento lavorò per la mia famiglia per i successivi ventidue anni».

    Someone Else’s Mother © Caroline Irby / Schilt Publishing

    Crescendo, Caroline ha sempre saputo che Juning aveva dei figli. Il suo primo incontro con i figli di Juning è stato con il più piccolo, Roy, a Londra nel 1992. Successivamente Caroline ha fatto un viaggio a Bantayan con Juning durante le vacanze di Pasqua, al suo primo anno di università nel 1997, poi nel 2005 e, più recentemente, nel 2018 con i suoi figli.

    Someone Else’s Mother © Caroline Irby / Schilt Publishing

    «Da adulta e da madre, l’idea che Juning abbia vissuto separata dai suoi figli per tre decenni è dolorosa da immaginare. Non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione di stranezza che le loro vite e la mia hanno portato avanti parallelamente per tutti quegli anni. La mia con la madre, la loro senza. Facciamo tutti parte della stessa curiosa equazione, e dopo decenni di convivenza parallela, ho voluto cercare di capire come tutto questo sia potuto succedere e quale fosse stato l’effetto sulle persone coinvolte». «Avevo bisogno di guadagnare di più» dice Juning. «I miei figli erano ancora piccoli e li ho affidati a mia madre. Mi ha fatto male quando li ho lasciati, perché ero così vicino a loro, e loro erano vicini a me, ma non avevo scelta: dovevo lavorare all’estero per garantire loro un’adeguata istruzione».

    Someone Else’s Mother © Caroline Irby / Schilt Publishing

    Ogni giorno circa 5.000 filippini lasciano il loro paese in cerca di lavoro all’estero. Attualmente ci sono circa 2,3 milioni di filippini che vivono al di fuori della loro nazione. In totale, ogni anno producono un indotto da 20 miliardi di dollari nell’economia filippina. Per decenni questo movimento ha visto come protagoniste le donne, che oggi rappresentano più del 70% degli emigranti filippini.

    Someone Else’s Mother © Caroline Irby / Schilt Publishing

    In Someone Else’s Mother, Caroline racconta la storia di Juning e mette a fuoco le vite dei bambini che ha lasciato, intrecciando attentamente queste storie con i suoi ricordi di un’infanzia trascorsa con la madre. «Ho sempre pensato alla mia famiglia, così lontana da me, e a come va avanti la mia vita in un altro paese» dice Juning. «E poi ho visto i miei figli: sono stata nelle Filippine per un mese, loro erano grandi e si ricordavano a stento di me».

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    I vintage di Elliott Erwitt in mostra ad Abano Terme

    Da 28 gennaio all’11 giugno 2023 il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme ospita Elliott Erwitt. Vintage, mostra dedicata a uno dei più grandi maestri della fotografia, a cura di Marco Minuz. La retrospettiva, che copre sessant’anni di storia della fotografia, riunisce dunque 154 fotografie vintage di grande valore, raramente esposte al pubblico, e trenta scatti davvero iconici del lavoro di Elliott Erwitt. Si affrontano, così, le principali tematiche che caratterizzano la sua ricerca: dall’integrazione razziale in America nel secondo dopoguerra alle mutazioni sociali della società americana, per proseguire con il tanto discusso tema del nudismo… e poi ancora i cani, i bambini, i viaggi in tutto il  mondo.

    Brasilia, Brazil, 1961 © Elliott Erwitt Magnum Photos

    Immagini che raccontano una visione del mondo assolutamente unica e personale, poco focalizzata sul contesto esterno e sul paesaggio e concentrata su ciò che fanno davvero le persone e gli animali. Sempre ritratti con grande ironia. Come, infatti, dichiara lo stesso Erwitt: «Fare ridere la gente è uno dei risultati più alti che puoi ottenere. E quando riesci a far ridere e piangere qualcuno, alternativamente, come fa Chaplin, questo è il più alto di tutti i risultati possibili». Il percorso espositivo sarà arricchito da materiale audiovisivo che permetterà di approfondire ulteriormente il lavoro del grande fotografo. L’allestimento, che vede fotografie inserite all’interno degli spazi di Villa Bassi Rathgeb, permetterà di valorizzare appieno gli interni della struttura museale, creando un suggestivo dialogo.

    Cheerleader, Gulfport, Mississippi, USA, 1954 © Elliott Erwitt Magnum Photos

    Commenta il curatore della mostra Marco Minuz: «Abano con questa nuova iniziativa prosegue in una direzione ben precisa che è quella di approfondire il lavoro dei maestri indiscussi della scena fotografica internazionale con progetti di approfondimenti creati ad hoc per offrire al pubblico un’offerta di altissimo livello e connotare così gli spazi museali di Vila Bassi Rathgeb come luogo di dialoghi e confronti multidisciplinari».

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    A Venezia arriva la grande fotografia di Inge Morath

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    Il Museo di Palazzo Grimani di Venezia celebra la figura della fotografa Inge Morath (Graz 1923 – New York 2002) con una sezione inedita per l’Italia dedicata alla città lagunare dove la sua carriera ebbe avvio. È stato l’amore a condurre nel novembre del 1951 Inge Morath e Lionel Burch, neo sposi, a Venezia. E sono stati il maltempo in Laguna e Robert Capa, a far diventare lei, che con la fotografia non aveva dimestichezza diretta ma che collaborava già con la celebre agenzia fotografica parigina, la prima donna fotografa dell’Agenzia Magnum Photos.

    Inge Morath, Autoritratto, Gerusalemme, 1958 ©Fotohof archiv : Inge Morath : Magnum Photos

    La mostra, che dal 18 gennaio al 4 giugno 2023 si ammirerà al Museo di Palazzo Grimani, focalizza la Venezia di Inge Morath, attraverso il celebre reportage che la fotografa austriaca realizzò in Laguna, quando l’Agenzia Magnum la inviò in città per conto de L’Oeil, rivista d’arte che aveva scelto di corredare con scorci veneziani un reportage della mitica Mary McCarthy. Inge Morath Fotografare da Venezia in poi è curata da Kurt Kaidl e Brigitte Blüml, con Valeria Finocchi.

    Inge Morath, Audrey Hepburn, Durango, Messico, 1958 ©Fotohof archiv : Inge Morath : Magnum Photos

    La mostra nel suo complesso raccoglie circa 200 fotografie che hanno un focus specifico e inedito su Venezia anche con il supporto di documentazione inedita. Molte di queste fotografie veneziane, circa un’ottantina, non sono mai state esposte prima in Italia.

    Inge Morath, Venezia, 1955 ©Fotohof archiv : Inge Morath : Magnum Photos

    A corredo una selezione dei suoi principali reportage fotografici dedicati alla Spagna, Iran, Francia, Inghilterra-Irlanda, Stati Uniti d’America, Cina e Russia, oltre che la sezione dedicata ai ritratti, sezione molto importante nella sua ultima parte di carriera.
    Un progetto che cade in concomitanza dei cento anni della nascita di Inge Morath (Graz 1923).

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    La grande retrospettiva di Werner Bischof al MASI di Lugano

    Archiviata, almeno per il momento, la pandemia, il 2023 si prospetta ricco di eventi culturali. Gallerie, musei e fondazioni, in Italia e all’estero, stanno organizzando un anno ricchissimo di mostre dedicate ai protagonisti del mondo della fotografia. Il MASI di Lugano, una delle realtà museali più interessanti della Svizzera, apre la stagione espositiva con una mostra personale dedicata al grandissimo fotografo Werner Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954), intitolata Unseen Colour e curata da Ludovica Introini e Francesca Bernasconi con Marco Bischof.
    Per mezzo di circa 100 stampe a colori digitali, che vanno dal 1939 agli anni Cinquanta, viene analizzata, e studiata, per la prima volta tutto il lavoro a colore del maestro svizzero, inserito a pieno titolo fra i grandi nomi della fotografia del Novecento. Dopo aver iniziato con successo la carriera nell’ambito della moda e della pubblicità, ben presto si renderà conto di voler proseguire la sua ricerca artistica su altri temi. Con lo scoppio della seconda guerra il suo occhio, meccanico e naturale, sara interessato alla documentazione dell’avvenire storico, concentrandosi maggiormente sui luoghi e sulle persone; quest’ultime caratterizzano costantemente il suo lavoro, volto a raccontare la storia non attraverso il momento sensazionalistico, ma come elemento, spesso imprevedibile, che agisce sull’uomo e sul suo destino. All’apice della sua carriera, nel 1949, l’agenzia Magnum lo invita a far parte della sua “squadra”.  La curiosità, e il desiderio di conoscenza dell’altro, lo portarono in giro per il mondo realizzando alcuni dei reportage più iconici della storia della fotografia. Morì giovanissimo, a 38 anni, in un incidente automobilistico sulle Ande peruviane.
    Il percorso espositivo diventa un viaggio attraverso i mondi visitati e vissuti da Bischof e copre tutta la parabola della sua carriera. La mostra si arricchisce attraverso l’alternanza di immagini a colori ottenute dall’utilizzo di una macchina fotografica Rolleiflex, dai particolari negativi quadrati, e di una Leica, dai classici rullini da 35 mm. L’esplosione del colore si apprezza soprattutto in un gruppo di opere scattate con la Devin Tri-Color Camera, che garantiva una resa cromatica di altissima qualità e definizione. Le immagini scattate da Bischof con questa macchina sono presentate al pubblico per la prima volta. Una mostra assolutamente da non perdere.
    https://www.masilugano.ch/