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    Il teatro immaginario di Victoria Ivanova

    La fotografia e il teatro, pur essendo due linguaggi differenti di rappresentazione, hanno molti punti di contatto; più di quanto si possa immaginare. La differenza risiede nella loro stessa natura: il teatro, percepito come insieme di fuochi vitali, permette all’uomo, in comunione con lo spazio e i suoni, di consumarsi nell’attimo della finzione del “qui e ora”; la fotografia, invece, nel silenzio della sua parola consegna l’immagine all’eternità. In entrambe le pratiche, uomini e oggetti vengono messi su di un palcoscenico.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    La fotografa russa Victoria Ivanova, nel suo progetto Still Life Stories, ci dimostra come queste due realtà, pur nell’antitesi dei loro principi fondativi, riescano a cerare una narrazione brutale e profonda dell’uomo, e della sua vita. Tutti i suoi personaggi (pere, mollette, scacchi) recitano fingendosi esseri umani, mettendo in scena l’ambiguità, e l’oscurità, della nostra esistenza.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Un processo creativo, complesso e intimo, che traendo spunto dai dettagli del mondo si tramuta in racconto corale. In queste fotografie nulla è lasciato al caso, sono visioni meditate e studiate con estrema attenzione per far sì che ogni singolo dettaglio possa evocare molteplici riflessioni.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    L’utilizzo del bianco e nero, così intenso e delicato, sottolinea la teatralità drammatica del senso della scena. L’unione tra la fantasia e la realtà, il teatro e la fotografia, nel lavoro di Victoria Ivanova, svela tutta la sua forza sovvertitrice.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Victoria Ivanova, classe 1984, inizia a fotografare prestissimo, quando suo padre le regala la sua prima macchina fotografica a pellicola. Si laurea in Scienze economiche e lavora come insegnante e nell’ambito pubblicitario, ma la fotografia occupa un posto importante nella sua vita, infatti mi racconta: «Attraverso le mie fotografie cerco di raccontare delle storie, e per farlo metto in scena un teatro degli oggetti inanimato. Tutti i miei oggetti recitano, anzi evocano, scene della vita umana».

    «Non esistono formule magiche per svelare il mistero dell’arte»

    Paola Mattioli, fotografa laureata in filosofia con Enzo Paci, è una delle voci più impegnate e intellettuali del panorama artistico italiano. L’incontro in gioventù con Ugo Mulas, del quale diverrà assistente, segnerà profondamente la sua carriera artistica. Il suo obiettivo fotografico, sempre attento ai cambiamenti della società contemporanea, ci consegna uno sguardo personale sul mondo che ci circonda. L’abbiamo intervistata.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 18, 1974

    Definirti semplicemente fotografa è riduttivo. Tu come descriveresti?
    Fotografa va benissimo, autrice se vuoi… nel senso di “augere”, far crescere, aggiungere la propria voce…

    Una volta hai utilizzato il termine “fotografia saggistica” per descrivere il tuo approccio stilistico. Che tipo fotografia è la tua?
    La mia fotografia non è assimilabile al puro reportage, ma è come un piccolo seme che cresce e si sviluppa, seguendo i suoi tempi e i suoi ritmi. L’idea creativa, in questo modo, viene resa concreta attraverso la sedimentazione delle esperienze che hanno sviluppato in me nuove forme di senso.  A proposito di alcune fotografie che mi era capitato di fare al funerale di Krusciov (a Mosca, nel 1971) mi è venuto da dire che quelle immagini non avevano avuto una destinazione giornalistica – che sarebbe stata anche possibile – perché il lavoro che stavo portando avanti, e che in fondo sto ancora intrecciando, riguarda una fotografia con un significato un po’ diverso dalla rappresentazione diretta della realtà̀. È uno sguardo un po’ laterale, un po’ in seconda battuta, a seguito di una riflessione. In questo senso penso che si possa definire “saggistica” una fotografia che non è reportage, ma che si avvicina di più al pensiero.

    Nella tua ricerca artistica è molto evidente la vicinanza al mondo della scrittura, come nel tuo celebre progetto Le immagini del no, un lavoro che possiamo definire anche “testo visuale”. La mia domanda allora è, quali rapporti intercorrono tra immagine e parola?
    Partiamo dall’inizio, il progetto Le Immagini del no, realizzato a quattro mani con Anna Candiani, nasce in un momento storico e politico molto significativo per l’Italia, vicino alla campagna che ha preceduto il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio, svoltosi nel maggio del 1974. In quell’occasione non mi sono concentrata sulle manifestazioni o sugli esseri umani, ma sui veri protagonisti della storia, quelli che veramente avrebbero deciso le sorti del nostro destino: le parole. Milano era invasa dalla parola No, la si vedeva in ogni luogo e in ogni dove. Ho capito che per trasformare in forma reale la potenza simbolica di quella parola, avrei dovuto portare il mio obiettivo fotografico all’interno delle pieghe della scrittura, senza rinunciare alla documentazione storica della memoria. Tornando alla domanda specifica, le immagini, per loro stessa natura, non possono essere paragonate a dei testi, e per questo motivo la loro “traduzione” non può avvenire entro schemi linguistici. Sia l’immagine che la parola, nella loro diversità, non sono sempre specchi che riflettono la realtà del mondo, ma sono, anche, delle pratiche che ci permettono di sviluppare mondi alternativi e possibili. Per quanto mi riguarda, mi diverto molto ad utilizzare meccanismi letterari per creare molteplici piani interpretativi; un gioco che crea connessione con l’osservatore.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 7, 1974

    Esistono delle regole per decodificare un’opera fotografica?
    No, fortunatamente non esistono. Non ci sono formule che ci consentono di interpretare perfettamente l’arte, come per tutte le cose affascinanti della vita. Se esistessero delle scorciatoie per svelare i segreti di ciò che ci attrae, come può esserlo una fotografia, una scultura, una poesia, tutto l’impegno profuso nel crearlo sarebbe vano.

    Paola Mattioli, Giuseppe Ungaretti / 11 , Salsomaggiore 1970

    Hai realizzato il ritratto più celebre e intenso del grandissimo poeta Giuseppe Ungaretti. Come avvenne quell’incontro, e, soprattutto, qual è il tuo approccio al genere della ritrattistica?
    L’incontro con Giuseppe Ungaretti è stato importante. Ho fotografato il grande poeta nel maggio del 1970. Lui aveva 82 anni, e io 22. Stavo muovendo i primi passi nella fotografia. Come avvenne l’incontro? Un editore d’arte, Luigi Majno, aveva bisogno di un ritratto di Ungaretti da inserire in originale tra le pagine di una delle sue raffinate cartelle dedicate ad arte e poesia, in questo caso abbinato a Sonia Delaunay. Avevo pochissima esperienza e il rodaggio allo studio di Ugo Mulas alle spalle. Posso affermare, quasi con certezza, che ha fatto tutto lui. Ho testimoniato il suo spettacolo: un essere complesso che conteneva in sé stesso gli opposti della vita; tristezza e allegria, vecchiaia e giovinezza. Appena sviluppate, non con poca ansia, le mostrai a Mulas che mi disse: «Belle, bellissime, bisogna proporle subito a qualcuno». Chiamò un amico giornalista che rispose freddamente: «Signorina, Ungaretti ci servirà solo il giorno in cui muore». Il destino volle che da lì a poco Ungaretti morì: tutti cercavano il mio ritratto. Enzo Paci, che ebbe un lungo scambio epistolare con il poeta, mi propose di pubblicare con lui, da Scheiwiller, un volume con il loro carteggio, le mie fotografie e una sua prefazione. Un lavoro indimenticabile. A me piace molto realizzare ritratti. Per me un ritratto è una proiezione del referente; in quel breve momento cerco di instaurare un dialogo, una connessione di luce, tra lo sguardo che ho davanti e il mio sguardo, e registro questa “conversazione”. Ovviamente nel ritratto ci sono anche io, la mia presenza la si ritrova nell’ambientazione. Il contesto, sia esso in esterni o in un interno, mi aiuta molto a raccontare piccole cose, dettagli della persona che ho di fronte.

    Paola Mattioli, Carcere/8, Casa Circondariale di Monza 1999

    Cosa ti rende felice della fotografia?
    Il fatto di avere in mano tutto il processo, dal progetto iniziale alle stampe finite.

    Tu sei stata molto attiva all’interno del movimento femminista. Oggi quanto può essere importante il contributo della fotografia alla causa femminile?
    Molto, perché mostra quanto lo sguardo delle donne sia davvero diverso da quello degli uomini. Non migliore, diverso.

     

    Robert Capa, gli occhi della guerra

    L’utilizzo del linguaggio fotografico, per memorizzare e documentare la guerra e le immagini in essa contenute, forma una sorta di scatola piena di riflessioni e significati che spingono la fotografia oltre i confini delle sue accezioni meramente teoriche. Forse non esiste una vera e propria definizione della fotografia di guerra, ma esiste però chi le immortala, e le registra. Robert Capa, maestro del reportage dei conflitti bellici, si è spinto ai limiti per narrare avvenimenti che nessun altro avrebbe potuto vedere dall’interno. La guerra era la sua quotidianità, e Capa non si limita a immortalare l’esplosione di una bomba ma ci mostra anche tutti quei particolari che si sarebbero persi sotto le granate, le urla della disperazione e i fischi delle bombe: emozioni, storie e speranze di chi è stato vittima delle pagine più oscure della storia.
    Rovigo, nelle sale di Palazzo Rovella, ospita dall’ 8 ottobre 2022 al 29 gennaio 2023 la mostra Robert Capa. L’Opera 1932-1954 a cura di Gabriel Bauret con la partecipazione dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova, il Comune di Rovigo e dell’Accademia dei Concordi.

    UKRAINE. Shevchenko. The social center of the Collective farm. ©Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

    La mostra, si compone di ben 366 fotografie selezionate dagli archivi dell’agenzia Magnum Photos e ripercorre le tappe principali della sua carriera, dando il giusto spazio ad alcune delle opere più iconiche che hanno incarnato la storia della fotografia del Novecento. Tuttavia, essa non è pensata solo come una retrospettiva dell’opera di Robert Capa, ma mira piuttosto a rivelare attraverso le immagini proposte le sfaccettature, le minime pieghe di un personaggio passionale e in definitiva sfuggente, insaziabile e forse mai pienamente soddisfatto, che non esita a rischiare la vita per i suoi reportage. Capa infatti ha sempre manifestato un temperamento da giocatore, ma un giocatore libero. Nel mostrare, cerca anche di capire, gira intorno al suo soggetto, tanto in senso letterale quanto figurato. La mostra riunisce in occasioni diverse più punti di vista dello stesso evento, come a riprodurre un movimento di campo-controcampo, e restituisce un respiro cinematografico spesso percepibile in molte sequenze.

    Il percorso espositivo si articola in nove sezioni tematiche:
    Fotografie degli esordi, 1932 – 1935
    La speranza di una società più giusta, 1936
    Spagna: l’impegno civile, 1936 – 1939
    La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938
    A fianco dei soldati americani, 1943 – 1945
    Verso una pace ritrovata, 1944 – 1954
    Viaggi a est, 1947 – 1948
    Israele terra promessa, 1948 – 1950
    Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954

    FRANCE. Brittany. Pleyben. July 1939. A crowd gathered in front of Mr. Pierre Cloarec’s bicycle shop. The owner of the shop is racing in the Tour de France. ©Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

    Ad arricchire la mostra ci saranno anche le pubblicazioni dei reportage di Robert Capa sulle riviste francesi e americane, estratti dei suoi testi, che ancora attualissimi, parlano di argomenti quali la sfocatura, la distanza, il mestiere, l’impegno politico e la guerra, ed estratti di un film di Patrick Jeudy su Robert Capa, e la registrazione di un’intervista di Capa a Radio Canada. Una grande occasione per approfondire la complessità di un gigante della fotografia.

     

    Txema Salvans, l’uomo invisibile che fotografa la solitudine segreta degli spagnoli

    di Maurizio Fiorino

    Quando Txema Salvans vinse una borsa di studio (o un grant, come lo chiamano negli Stati Uniti) non ci pensò due volte ad accettarla. «Anche se avevo studiato anni per diventare un biologo: era il mio sogno, la mia passione sin da bambino» racconta. Poi salì su un aereo e andò a studiare alla prestigiosa International Center of Photography di New York, mecca di ogni fotografo che vuol definirsi tale. Alla fine degli studi, però, quando venne contattato da un photo editor del New York Times che gli offrì un contatto di lavoro, se ne ritornò in Spagna, a Barcellona, dov’è nato e cresciuto e dove tutt’oggi ha il suo studio fotografico. «Non so dire se ho perso la più grande occasione della mia vita. Penso di no» dice, in videoconferenza, alla vigilia del lancio mondiale del suo quinto libro fotografico, Perfect Day, edito dall’inglese Mack.

    Perfect Day © Txema Salvans

    «Sai cosa? Volevo solo conoscere e raccontare la mia terra. È come quando i fotografi americani – non tutti, certo, – vengono da noi in Europa e scattano foto per una settimana intera, o anche un mese. Le immagini sono belle, non c’è dubbio, ma è come se non cogliessero le sfumature, le piccole cose. E se non cogli quelle, come fai a crescere? Io sono nato e ho deciso di vivere qui, in mezzo al Mediterraneo. Sono catalano. E devo parlare la stessa lingua del soggetto e del contesto in cui mi trovo. Se no, alle foto, è come se mancasse l’anima».

    Perfect Day © Txema Salvans

    Dimenticate subito le proteste di piazza, i referendum, gli arresti degli ultimi decenni. La Catalogna di Salvans è un’altra roba. In realtà, le immagini di Perfect Day sono l’ultimo capitolo di un progetto che va avanti da più di quindici anni e che ci parlano un’umanità isolata, a debita distanza (sociale) ben prima dello scoppio del coronavirus. Per realizzarle, Salvans ha utilizzato per la prima volta una Cambo Wide, ovvero una macchina che solitamente è usata dai fotografi d’architettura più esigenti e che gli ha consentito di creare un genere di foto che mischia architettura, arte, giornalismo, antropologia, e che oggi è diventato il suo marchio di fabbrica. «Ho iniziato a lavorare con questo apparecchio perché mi avevano commissionato un lavoro sulla prostituzione femminile in alcune zone della Catalogna» svela. «Il giornale aveva bisogno di due o tre foto e, nel momento stesso in cui ho accettato il lavoro, ho giurato a me stesso che non avrei mai scattato le solite immagini d’inchiesta, sai, quelle un po’ da voyeur. Volevo raccontare il contesto, più le che singole storie».

    Perfect Day © Txema Salvans

    Per portare a casa le potentissime immagini di quel lavoro – finite poi in un libro poetico e struggente dal titolo The Waiting Game – Salvans ha un’idea geniale: decide di indossare un gilet catarifrangente e di montare la macchina fotografica su un treppiedi. «Nonostante fossi in un certo senso la persona più visibile di tutti, nessuno mi ha dato fastidio. Né la polizia, né le prostitute, né i pappa» racconta. Per immortalare i soggetti di Perfect Day, ha usato lo stesso metodo. «Non sono immagini anomale o costruite» ci tiene a precisare. Seppure, a prima vista, davanti alle sue fotografie, si rimane straniti.

    «Si tratta di gente che, nei primi weekend estivi, non potendo permettersi spiagge private o cinema o altri divertimenti a pagamento, occupa spiazzi polverosi ma deserti, parcheggi di ipermercati, cantieri in pausa, piazze vuote e in cui la vita, in quei fine settimana di aprile, sembra essersi dimenticata di esistere», spiega il fotografo di Barcellona che, nel suo paese, è definito una sorta di Martin Parr nazionale. «Per esempio, ho scattato tante foto nel parcheggio di un Carrefour alle porte di Barcellona. La gente, strano a crederci ma è così, ci va a prendere il sole o a insegnare ai propri figli come andare in bici, piuttosto che a giocare con le macchinine elettroniche. Qualcuno, guardando le immagini, può domandarsi: ma perché quella gente sta in un parcheggio? Cosa fa? Beh, quando l’ho chiesto, qualcuno mi ha risposto, semplicemente, che è meglio stare lì che chiusi in casa».

    Perfect Day © Txema Salvans

    Per scattare le immagini di Perfect Day, Salvans ha trascorso le ultime primavere sul suo mini-van. «Iniziavo a scattare a Pasqua e finivo intorno ai primi di giugno. Avevo con me un calendario, e con una penna rossa sottolineavo tutti i giorni in cui ero in viaggio a far foto. Non mi interessava ciò che accadeva intorno a me nel frattempo. Se c’era un amico che si sposava, beh, buon per lui. La mia famiglia sapeva che in quei giorni segnati con la penna rossa, io non esistevo» dice.

    La gente fotografata non ha mai dato segni di fastidio o rabbia, quasi avvertisse sin da subito che a Salvans, che si considera un antropologo piuttosto che un’artista, interessava principalmente il contesto. «Proprio come in The Waiting Game, dove i visi delle prostitute neanche si vedono. Penso che più sia complessa la liturgia nel fare la foto, meno la gente sembra arrabbiarsi. Forse se gli punti un telefonino addosso si infastidirebbe, ma vedendomi con un gilet giallo e una macchina fotografica tecnica su un treppiedi, pensa che non li stia nemmeno guardando. È come se non ci fossi» conclude. «Poi, vabbè, a volte per fare delle foto mi sono finto corrispondente di riviste russe o giapponesi. Ma questa è un’altra storia».

    Il selvaggio West americano nelle fotografie di Cody Cobb

    Nessuna conquista è entrata nell’immaginario collettivo e ha catturato l’attenzione delle generazioni del Novecento come quella del selvaggio West americano. L’impresa è stata ampiamente raccontata attraverso i film di Hollywood che, a partire dagli albori del secolo scorso, ha preso la storia dei pionieri e l’ha trasformata in un racconto mitico. I protagonisti erano affascinanti fuorilegge come Billy the Kid, cowboy senza paura alla John Wayne e audaci cercatori d’oro.

    © Cody Cobb

    Nel lavoro di Cody Cobb non si trova niente di tutto questo, si vede soltanto la natura nella sua essenza. Enormi distese desertiche, infinite praterie, cascate che lacerano la roccia, cattedrali di pietra che toccano il cielo. Sono immagini fuori dal tempo, che testimoniano il percorso di un intenso viaggio in solitaria, dal punto di vista dell’avventuriero. Per settimane intere, Cobb si aggira da solo nel West americano per immergersi completamente in una natura spoglia, essenziale, priva di qualsiasi presenza umana.

    © Cody Cobb

    È proprio l’isolamento a permettere al fotografo di osservare con maggiore percettività l’ambiente circostante filtrato dalla lente della solitudine, arrivando a definire una sorta di identificazione totale con il paesaggio. Forme irregolari che si alternano con sintonia, colori caldi e decisi, il tutto avvolto da una luce sognante e indefinita; un intreccio che restituisce una poesia estetica ad un luogo in cui l’assenza è presenza silenziosa e universale. La caratteristica preponderante degli scatti di Cody Cobb è quella di ritrarre il paesaggio in modo da renderlo qualcosa di surreale, al limite dell’astrazione metafisica.

    © Cody Cobb

    Cody Cobb, nato nel 1984 a Shreveport, Louisiana, è un fotografo con sede a Seattle, Washington. È stato nominato uno dei 30 fotografi da tenere d’occhio dal PDN nel 2018 e ha vinto il premio IPE 162 della Royal Photographic Society. Il suo lavoro è apparso anche in pubblicazioni come The California Sunday Magazine, WIRED magazine, MADE Quarterly e CASCADIA di Another Place Press.

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    Robert Doisneau in mostra a CAMERA Torino

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    Dall’11 ottobre 2022 CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia propone la grande antologica dedicata al maestro francese Robert Doisneau, uno dei più importanti fotografi del Novecento, attraverso oltre 130 immagini provenienti della collezione dell’Atelier Robert Doisneau.

    Robert Doisneau
    Un regard oblique, Paris 1948 © Robert Doisneau

    A partire da una delle fotografie più conosciute al mondo – lo scatto del bacio di una giovane coppia indifferente alla folla dei passanti e al traffico della place de l’Hôtel de Ville di Parigi – la mostra esplora l’opera di un celebre fotografo come Doisneau che, insieme a Henri Cartier-Bresson, è considerato uno dei padri fondatori della fotografia umanista francese e del fotogiornalismo di strada. Con il suo obbiettivo, espressione di uno sguardo empatico e ironico, Doisneau ha catturato la vita quotidiana degli uomini, delle donne, dei bambini di Parigi e la sua banlieue, con tutte le emozioni dei gesti e delle situazioni in cui sono impegnati. Le immagini in mostra ne testimoniano lo stile in grado di mescolare curiosità e fantasia, ma anche una libertà d’espressione che fa proprie le logiche del surrealismo reinterpretandole in chiave ironica.

    Robert Doisneau
    Caniveau en crue, Paris 1934 © Robert Doisneau

    La mostra, curata da Gabriel Bauret e aperta fino al 14 febbraio 2023, è promossa da CAMERA, Silvana Editoriale e Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

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    La rivolta epocale in Iran

    Non si ferma la grande rivolta nata dalla forza delle donne iraniane, che hanno deciso di dire basta all’oppressione religiosa guidata da Ali Khamenei.

    Le proteste di questi giorni contro stanno provocando risposte violentissime da parte del regime: si parla di quasi 100 morti dall’inizio degli scontri nati dopo l’uccisione di Mahsa Amini, simbolo e martire di questa battaglia di civilità e libertà.
    Nella sola giornata di venerdì 30 settembre, 41 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza iraniane a Zahedan, nel sud-est del paese. È in corso una escalation di violenza che non sembra volersi arrestare.
    Nel frattempo, in tutto il mondo sono state organizzate manifestazioni a sostegno della rivolta, che giorno dopo giorno sta assumento una risonanza sempre più forte.

    Il nuovo libro di Mario Testino celebra il matrimonio e l’amore

    I Love You, pubblicato da Taschen, è l’omaggio fotografico che Mario Testino ha voluto dedicare ai matrimoni e a tutto ciò che rappresentano. Una dichiarazione d’amore e uno sguardo dritto nel cuore delle spose che si preparano, dei riti speciali tra amici, il gusto di feste straordinarie: ogni immagine mostra le fantasie uniche di una nuova storia tutta da scrivere.

    È disponibile anche una versione Art Edition con la stampa firmata e numerata Chiara Slewett, Rio de Janeiro, 2005.

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    La fotografia intima di Amy Woodward

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    Amy Woodward è una fotografa di origini australiane che vive e lavora nel sud est del Queensland, terra dei nativi Gubbi Gubbi, popolazione aborigena della costa; il suo interesse orbita attorno la maternità e la vita familiare. Gli alti e bassi che si sono susseguiti dopo la nascita di suo figlio, la depressione post-partum e l’ansia sono stati i propulsori della sua ricerca. L’ intersezione tra identità di genere, sessualità, razza, stato socioeconomico e disabilità sono solo alcuni degli aspetti che plasmano la maternità nella sua interezza e che Amy Woodward desidera esplorare.
    Le sue fotografie modellano il la maniera in cui lei vede e percepisce il mondo circostante e la aiutano ad interpretarlo dalle diverse prospettive. All’osservatore sta il compito di fruire della visione intima e privata della Woodward, cercando di immergersi nelle profondità della stessa connessione madre-figlio.

    Bonnie And Josie © Amy Woodward

    Fragilità e intensità emotiva caratterizzano il suo linguaggio: l’approccio che possiamo osservare è interno e spontaneo e la genuinità e la vulnerabilità dei corpi si mescolano sublimandosi verso un’estetica suggestiva e fortemente sviluppata. La luce accogliente, spesso filtrata dall’ambiente naturale circostante o dalle finestre, ci invita ulteriormente ad osservare e una volta entrati all’interno di ogni immagine, questa, lascia a noi l’interpretazione del racconto. Tuttavia, Il nodo delle sue immagini è di rendere visibile la fragilità della vita di tutti i giorni senza tralasciare la vivacità e la tenerezza del racconto. Una vivacità che toni e colori delle fotografie confermano e risaltano.

    Stephanie With Her Mother And Firstborn,38 Weeks © Amy Woodward

    Con un approccio delicato ed estremamente empatico guarda le cose da vicino, la sua presenza è visibile solamente dal punto di vista con cui osserva la scena e celebra i particolari della vita quotidiana. Alternando ritratti spontanei e in posa, il suo lavoro risulta come inserito in un’atmosfera fiabesca. Gli scenari di vita raccontati e i protagonisti delle sue immagini richiamano un’estetica pittorica che lascia l’osservatore sospeso, come in una realtà impermanente.

    Stephanie And Uschi © Amy Woodward

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    Al MAST la fotografia è senza confini

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    L’uomo, fin dal momento della sua comparsa, ha sempre utilizzato la logica, anche in maniera involontaria, in particolare la logica binaria; quel ramo in cui le variabili possono essere vere o false. La lingua che noi utilizziamo comunemente non fa altro che attribuire un valore a ciò che esprimiamo. I sistemi digitali, in maniera semplicistica, funzionano più o meno allo stesso modo; elaborano un’informazione e producono, a loro volta, un valore, tendenzialmente numerico. In questo discorso la fotografia sembrare non averci niente a che a fare, in realtà non è assolutamente così.

    Armin Linke, Priva, serra per pomodori, Priva Campus, De Lier, Paesi Bassi, 2021. Courtesy: l’artista e Vistamare Milano/Pescara

    La fotografia, intesa come linguaggio vero e proprio, è da sempre inserita alla base dei processi industriali e come parte dei sistemi digitali complessi. Questo è l’argomento della mostra IMAGE CAPITAL. La fotografia come tecnologia dell’informazione, presente al MAST di Bologna dal 22 settembre all’8 gennaio 2023. Un progetto, nato dalla collaborazione tra Il fotografo Armin Linke e la storica della fotografia Estelle Blaschke, ricercatrice dell’Università di Basilea che, nonostante la complessità dell’argomento, si pone l’obiettivo di indagare la fotografia all’interno delle differenti tipologie di processi produttivi, in particolare in ambito scientifico, culturale e industriale: grazie alla fotografia, infatti, i sistemi di comunicazione e di accesso alle informazioni sono migliorati.
    La mostra è suddivisa in sei sezioni: Memory, sulla capacità delle fotografie di raccogliere e immagazzinare informazioni. A partire dall’idea di riproducibilità meccanica, viene qui investigata l’intrinseca natura della fotografia come strumento di registrazione, le cui potenzialità si esprimono a livelli sempre più alti con l’avvento della tecnologia digitale.
    Access, sulle modalità di archiviazione, reperimento e indicizzazione delle immagini. L’associazione tra fotografia e testo (o metadati) è alla base del successo di questo medium come tecnologia dell’informazione. I metadati (parole chiave, geodati, didascalie…) non sono utili soltanto per organizzare le immagini in sistemi ordinati, ma anche per poterle ritrovare e utilizzare.

    Fotografo sconosciuto, scheda a finestra, 1960 c. University of Rochester, Rare Books, Special Collections, and Preservation (RBSCP), Kodak Historical Collection

    Protection, sulle strategie per la conservazione a lungo termine delle immagini e delle informazioni che contengono. Se le immagini possono essere considerate come depositi di informazioni potenzialmente deteriorabili, a loro volta devono essere protette per non venire disperse. Qui si investigano le strategie per la protezione delle immagini, dagli archivi, che possono arrivare a dimensioni monumentali, ai sistemi di back-up.
    Mining, sull’analisi delle immagini e il loro utilizzo nelle tecnologie per il riconoscimento automatico. Se è vero che le fotografie contengono una grande quantità di informazioni, allo stesso modo si rendono necessari sistemi per poterle estrarre (mining). Questa sezione è dedicata a questi processi e alla conseguente possibilità di utilizzare grandi quantità (cluster) di immagini simili (da cui vengono estratte informazioni simili) per lo sviluppo di tecnologie di riconoscimento automatico, le cui applicazioni sono oggi fondamentali, particolarmente nei settori dell’industria e della sicurezza.

    Fotografo sconosciuto, pubblicità della Recordak con etichetta “Tutti questi assegni in 30 metri di rullino. Un bel risparmio”, 1955 c. Università di Rochester, Libri Rari, Collezioni Speciali e Conservazione (RBSCP), Kodak Historical Collection

    Imaging, sulla fotografia come sistema di visualizzazione della realtà o di un suo progetto. La fotografia viene qui osservata come sistema di visualizzazione, a partire dalla sua capacità di andare oltre i limiti dell’occhio umano fino al suo utilizzo per lo sviluppo di tecniche di rendering e modellazione digitale. Dopo essere stata a lungo considerata una prova di realtà, la fotografia costituisce in questo senso la base di partenza da cui la realtà viene progettata e costruita. Infine Currency, sul valore delle immagini. Dall’associazione tra fotografia e valuta al capitalismo informatico, qui si osservano i processi di attribuzione di valore alle immagini, oggi legati particolarmente alla capacità di accumularne grandi quantità e, soprattutto, di associare ad ognuna ampi set di informazioni.

    La mostra, nel suo insieme, supera i canoni dell’esposizione tradizionale per tramutarsi in una vera e propria performance immersiva, sconvolgendo definizioni e preconcetti.

    SITO WEB

     

    La Destra ha vinto le elezioni

    La destra ha vinto le elezioni politiche con un risultato epocale. Giorgia Meloni, con il suo partito Fratelli d’Italia, si è presa il 26% di preferenze, votata da oltre 7 milioni di italiani. La coalizione, insieme a Lega e Forza Italia, ha la maggioranza alla Camera e al Senato.
    Commenti di congratulazioni e di incoraggiamento sono arrivati dai leader dei partiti populisti di estrema destra di Spagna, Francia, Ungheria e Polonia. È netto il divario tra il partito di Giorgia Meloni rispetto ai compagni di coalizione Lega e Forza Italia, entrambi sotto al 10%.

    Uno sguardo agli sconfitti: per il Partito Democratico è un vero e proprio disastro, con appena il 19% delle preferenze raccolte. Risale il Movimento 5 Stelle, al 15 % circa, mentre il Terzo Polo arriva a sfiorare l’8%. Il dato sull’affluenza è preoccupante: ha votato appena il 63,91 % degli aventi diritto, il dato più basso di sempre nell’Italia repubblicana.

    Al via la XIII edizione del Festival della fotografia etica di Lodi

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    La parola etica, quasi certamente, è antica quanto l’uomo. Il termine, come lo conosciamo noi, è stato introdotto nella discussione filosofica da Aristotele che significava “comportamento”. In senso più ampio, e globale, l’etica racchiude tutte le riflessioni che hanno per oggetto i comportamenti attivo dell’uomo, e ai principi che li devono illuminare. Oggigiorno questa riflessione diventa sempre più urgente, perché nuove, anche se non del tutto, sono le questioni da affrontare: parità di genere, rispetto per l’ambiente, equità sociale, etc… Quando sistemi sociali come il nostro vacillano, anche i suoi valori tentennano, e aumenta la necessità di ricostruire nuovi parametri valoriali.

    © Long Xiangyu

    Il festival della fotografia etica di Lodi, da sempre, si inserisce in questa riflessione; mostrando come la fotografia possa essere una grande strumento di riflessione collettiva. Dal 24 settembre al 23 ottobre Lodi diventa il centro del mondo che cambia nella XIII^ edizione del Festival della Fotografia Etica. Grazie al lavoro di quasi 100 fotografi, e con oltre 20 mostre, e numerosi incontri con gli autori, possiamo davvero guardare storie, e riflessioni, che ci aiutano a comprendere sempre di più il nostro pianeta. Inoltre, quest’anno il festival ospiterà la tappa lombarda del World Press Photo.
    Il centro propulsore del festival rimane il World Report Award – Documenting Humanity diviso in 5 sezioni visitabili a Palazzo Barni: la sezione Master presenta la storia del vincitore Felipe Fattipaldi, con il progetto Eustasy racconta gli effetti del cambiamento climatico in brasile, in particolare ad Atafona. Qui, caso unico al mondo, l’erosione costiera mangia letteralmente i piccoli villaggi. L’autore ha deciso di affrontare l’argomento in maniera decisamente personale, utilizzando la luce e i colori in maniera tale da enfatizzare il dolore delle situazioni. Menzione speciale va invece ad Alessio Mamo con il suo lavoro Uncovering Iraq, in cui ha seguito un gruppo di esperti internazionali per portare alla luce fosse comuni, create in tutte le guerre che hanno colpito il paese, per dare identità e dignità alle vittime. Un lavoro che arriva dritto al cuore e riflette sulla macabra ciclicità della storia. in Spotlight troviamo il lavoro della fotografa norvegese Line Ørnes Søndergaard, il suo progetto The Split – A Brexit Love Story, che ci racconta dell’impatto che ha avuto la brexit, e i suoi effetti a lungo termine. L’italiana Isabella Franceschini ha vinto la sezione Short Story con il suo progetto Becoming a Citizen; la storia di Michelle, una ragazza di 15 anni che è diventata la sindaca più giovane d’Italia. Una ricerca particolare che racconta un aspetto poco noto del nostro paese. Il tedesco Valentin Goppel ha vinto la sezione Student con il suo racconto corale Between the Years; una finestra aperta sulla gioventù tedesca durante la pandemia, mentre il Tom Fox ha vinto il single shot.

    © MISHA MASLENNIKOV

    L’affascinante ex chiesa dell’Angelo ospita il progetto Vital Impacts; fotografi del National Geographic coinvolti da Ami Vitale ci mostrano la bellezza del nostro pianeta e il lavoro duro che molti uomini svolgono per preservarlo. Altro spazio che merita uno sguardo attento è quello di Palazzo Modignani, spazio stupendo che ospita Le vite degli altri, sei focus fotografici piuttosto particolari: Erika Pezzoli con Artemis, storia della giovane Carola che fa parte del 2% delle cacciatrici donne in Valle d’Aosta e che ha scelto di cibarsi quasi unicamente la carne degli animali che caccia; il cinese Xiangyu Long con TikTok in Kham, per scoprire come un video di sette secondi caricato su TikTok ha letteralmente stravolto la vita di un pastore di yak del Tibet, in una celebrità online nel giro di una notte trasformando il suo paese in una nota meta turistica  la canadese Barbara Davidson con Valeries and Henry: Unhoused but Unbroken, la storia di due dei 65.000 senzatetto di Los Angeles, dal loro matrimonio all’ottenimento di una alloggio vero che, per assurdo, ha messo in crisi la loro relazione. Una storia che lascia sul volto dell’osservatore un riso amaro.

    © Tom Fox, WorldReportAward 2022

    Il canadese Tim Smith con In The World But Not Of It, in cui ci porta a conoscere gli Hutteriti, un gruppo di Anabattisti pacifisti le cui radici risalgono alla riforma del XVI secolo e la cui cultura è preservata attraverso l’autosufficienza, grazie a un volontario isolamento dalla società; il russo Misha Maslennikov con The Don Steppe, uno spaccato molto realista di quella che è la vita nella steppa russa. Un racconto che, privo di stereotipi e pregiudizi, ci porta all’interno della Russia meno conosciuta. Infine, il francese Thomas Morel-Fort con Donna, a Filipina Life of Sacrifice, in cui cattura le vite dei lavoratori filippini senza documenti impiegati presso le case dei ricchi a Parigi e in Costa Azzurra. Uno sguardo commovente che cela una forte denuncia sociale e spinge ad una riflessione sul mondo del lavoro. Questo ed altro ancora attendono i visitatori, un appuntamento da segnare in agenda.

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