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    Il teatro immaginario di Victoria Ivanova

    La fotografia e il teatro, pur essendo due linguaggi differenti di rappresentazione, hanno molti punti di contatto; più di quanto si possa immaginare. La differenza risiede nella loro stessa natura: il teatro, percepito come insieme di fuochi vitali, permette all’uomo, in comunione con lo spazio e i suoni, di consumarsi nell’attimo della finzione del “qui e ora”; la fotografia, invece, nel silenzio della sua parola consegna l’immagine all’eternità. In entrambe le pratiche, uomini e oggetti vengono messi su di un palcoscenico.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    La fotografa russa Victoria Ivanova, nel suo progetto Still Life Stories, ci dimostra come queste due realtà, pur nell’antitesi dei loro principi fondativi, riescano a cerare una narrazione brutale e profonda dell’uomo, e della sua vita. Tutti i suoi personaggi (pere, mollette, scacchi) recitano fingendosi esseri umani, mettendo in scena l’ambiguità, e l’oscurità, della nostra esistenza.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Un processo creativo, complesso e intimo, che traendo spunto dai dettagli del mondo si tramuta in racconto corale. In queste fotografie nulla è lasciato al caso, sono visioni meditate e studiate con estrema attenzione per far sì che ogni singolo dettaglio possa evocare molteplici riflessioni.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    L’utilizzo del bianco e nero, così intenso e delicato, sottolinea la teatralità drammatica del senso della scena. L’unione tra la fantasia e la realtà, il teatro e la fotografia, nel lavoro di Victoria Ivanova, svela tutta la sua forza sovvertitrice.

    Still Life Stories © Victoria Ivanonva

    Victoria Ivanova, classe 1984, inizia a fotografare prestissimo, quando suo padre le regala la sua prima macchina fotografica a pellicola. Si laurea in Scienze economiche e lavora come insegnante e nell’ambito pubblicitario, ma la fotografia occupa un posto importante nella sua vita, infatti mi racconta: «Attraverso le mie fotografie cerco di raccontare delle storie, e per farlo metto in scena un teatro degli oggetti inanimato. Tutti i miei oggetti recitano, anzi evocano, scene della vita umana».

    «Non esistono formule magiche per svelare il mistero dell’arte»

    Paola Mattioli, fotografa laureata in filosofia con Enzo Paci, è una delle voci più impegnate e intellettuali del panorama artistico italiano. L’incontro in gioventù con Ugo Mulas, del quale diverrà assistente, segnerà profondamente la sua carriera artistica. Il suo obiettivo fotografico, sempre attento ai cambiamenti della società contemporanea, ci consegna uno sguardo personale sul mondo che ci circonda. L’abbiamo intervistata.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 18, 1974

    Definirti semplicemente fotografa è riduttivo. Tu come descriveresti?
    Fotografa va benissimo, autrice se vuoi… nel senso di “augere”, far crescere, aggiungere la propria voce…

    Una volta hai utilizzato il termine “fotografia saggistica” per descrivere il tuo approccio stilistico. Che tipo fotografia è la tua?
    La mia fotografia non è assimilabile al puro reportage, ma è come un piccolo seme che cresce e si sviluppa, seguendo i suoi tempi e i suoi ritmi. L’idea creativa, in questo modo, viene resa concreta attraverso la sedimentazione delle esperienze che hanno sviluppato in me nuove forme di senso.  A proposito di alcune fotografie che mi era capitato di fare al funerale di Krusciov (a Mosca, nel 1971) mi è venuto da dire che quelle immagini non avevano avuto una destinazione giornalistica – che sarebbe stata anche possibile – perché il lavoro che stavo portando avanti, e che in fondo sto ancora intrecciando, riguarda una fotografia con un significato un po’ diverso dalla rappresentazione diretta della realtà̀. È uno sguardo un po’ laterale, un po’ in seconda battuta, a seguito di una riflessione. In questo senso penso che si possa definire “saggistica” una fotografia che non è reportage, ma che si avvicina di più al pensiero.

    Nella tua ricerca artistica è molto evidente la vicinanza al mondo della scrittura, come nel tuo celebre progetto Le immagini del no, un lavoro che possiamo definire anche “testo visuale”. La mia domanda allora è, quali rapporti intercorrono tra immagine e parola?
    Partiamo dall’inizio, il progetto Le Immagini del no, realizzato a quattro mani con Anna Candiani, nasce in un momento storico e politico molto significativo per l’Italia, vicino alla campagna che ha preceduto il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio, svoltosi nel maggio del 1974. In quell’occasione non mi sono concentrata sulle manifestazioni o sugli esseri umani, ma sui veri protagonisti della storia, quelli che veramente avrebbero deciso le sorti del nostro destino: le parole. Milano era invasa dalla parola No, la si vedeva in ogni luogo e in ogni dove. Ho capito che per trasformare in forma reale la potenza simbolica di quella parola, avrei dovuto portare il mio obiettivo fotografico all’interno delle pieghe della scrittura, senza rinunciare alla documentazione storica della memoria. Tornando alla domanda specifica, le immagini, per loro stessa natura, non possono essere paragonate a dei testi, e per questo motivo la loro “traduzione” non può avvenire entro schemi linguistici. Sia l’immagine che la parola, nella loro diversità, non sono sempre specchi che riflettono la realtà del mondo, ma sono, anche, delle pratiche che ci permettono di sviluppare mondi alternativi e possibili. Per quanto mi riguarda, mi diverto molto ad utilizzare meccanismi letterari per creare molteplici piani interpretativi; un gioco che crea connessione con l’osservatore.

    Paola Mattioli, Immagini del no / 7, 1974

    Esistono delle regole per decodificare un’opera fotografica?
    No, fortunatamente non esistono. Non ci sono formule che ci consentono di interpretare perfettamente l’arte, come per tutte le cose affascinanti della vita. Se esistessero delle scorciatoie per svelare i segreti di ciò che ci attrae, come può esserlo una fotografia, una scultura, una poesia, tutto l’impegno profuso nel crearlo sarebbe vano.

    Paola Mattioli, Giuseppe Ungaretti / 11 , Salsomaggiore 1970

    Hai realizzato il ritratto più celebre e intenso del grandissimo poeta Giuseppe Ungaretti. Come avvenne quell’incontro, e, soprattutto, qual è il tuo approccio al genere della ritrattistica?
    L’incontro con Giuseppe Ungaretti è stato importante. Ho fotografato il grande poeta nel maggio del 1970. Lui aveva 82 anni, e io 22. Stavo muovendo i primi passi nella fotografia. Come avvenne l’incontro? Un editore d’arte, Luigi Majno, aveva bisogno di un ritratto di Ungaretti da inserire in originale tra le pagine di una delle sue raffinate cartelle dedicate ad arte e poesia, in questo caso abbinato a Sonia Delaunay. Avevo pochissima esperienza e il rodaggio allo studio di Ugo Mulas alle spalle. Posso affermare, quasi con certezza, che ha fatto tutto lui. Ho testimoniato il suo spettacolo: un essere complesso che conteneva in sé stesso gli opposti della vita; tristezza e allegria, vecchiaia e giovinezza. Appena sviluppate, non con poca ansia, le mostrai a Mulas che mi disse: «Belle, bellissime, bisogna proporle subito a qualcuno». Chiamò un amico giornalista che rispose freddamente: «Signorina, Ungaretti ci servirà solo il giorno in cui muore». Il destino volle che da lì a poco Ungaretti morì: tutti cercavano il mio ritratto. Enzo Paci, che ebbe un lungo scambio epistolare con il poeta, mi propose di pubblicare con lui, da Scheiwiller, un volume con il loro carteggio, le mie fotografie e una sua prefazione. Un lavoro indimenticabile. A me piace molto realizzare ritratti. Per me un ritratto è una proiezione del referente; in quel breve momento cerco di instaurare un dialogo, una connessione di luce, tra lo sguardo che ho davanti e il mio sguardo, e registro questa “conversazione”. Ovviamente nel ritratto ci sono anche io, la mia presenza la si ritrova nell’ambientazione. Il contesto, sia esso in esterni o in un interno, mi aiuta molto a raccontare piccole cose, dettagli della persona che ho di fronte.

    Paola Mattioli, Carcere/8, Casa Circondariale di Monza 1999

    Cosa ti rende felice della fotografia?
    Il fatto di avere in mano tutto il processo, dal progetto iniziale alle stampe finite.

    Tu sei stata molto attiva all’interno del movimento femminista. Oggi quanto può essere importante il contributo della fotografia alla causa femminile?
    Molto, perché mostra quanto lo sguardo delle donne sia davvero diverso da quello degli uomini. Non migliore, diverso.

     

    La bellezza eterna di Antonio Canova nelle fotografie di Luigi Spina

    Antonio Canova è stato uno dei più grandi scultori dell’arte neoclassica, un artista le cui opere hanno influenzato geni e culture successive. Il suo lavoro è caratterizzato da una bellezza serena, una perfezione delle forme e una profonda espressione emotiva che ha reso le sue sculture celebri in tutto il mondo. Ma cosa succede quando il classico incontra la contemporaneità? È proprio questo il punto di partenza delle fotografie di Luigi Spina.

    antonio canova
    CANOVA. QUATTRO TEMPI – 5 CONTINENTS EDITIONS Aiace ©luigispina

    Le immagini di Spina catturano con maestria la purezza delle forme e la delicatezza dei dettagli delle opere dell’artista neoclassico, trasmettendo al pubblico la stessa sensazione di meraviglia e ammirazione che suscitano le sculture originali. Il lavoro del fotografo rappresenta un dialogo tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, in cui la bellezza eterna delle opere di Canova si fonde con la sensibilità tecnica del fotografo contemporaneo. Fino al 29 settembre, presso il Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno, sarà possibile visitare la mostra fotografica Canova Quattro Tempi di Luigi Spina. Spina ha selezionato 32 fotografie in bianco e nero di grandi dimensioni, rappresentative dei temi amorosi, mitologici ed eroici presenti nella Gypsotheca di Possagno, mettendole in dialogo con le opere di Canova esposte nell’Ala Gemin del museo. Le immagini catturano il momento creativo in cui l’idea prende forma nel gesso, mostrando come la genialità si confronta con i limiti della materia per plasmarla secondo la propria visione. Ogni racconto fotografico di Spina porta lo spettatore a esplorare i dettagli nascosti delle sculture, utilizzando i chiodini di piombo come codice per interpretare le opere. Le interpretazioni di Spina accompagnano in mostra i gessi canoviani di riferimento.

    antonio canova
    CANOVA. QUATTRO TEMPI – 5 CONTINENTS EDITIONS Afrodite ©luigispina

    «Il mio proposito», afferma Spina, «è di rivendicare la contemporaneità del classico, il suo essere trasversale in ogni epoca». Ecco le immagini delle danzatrici affiancate alla danzatrice canoviana, ritratti reali e ideali in dialogo con le rispettive fotografie, la Pace e la Maddalena del Maestro a confronto con immagini della contemporaneità. Con questo progetto, Spina vuole sottolineare la modernità e l’universalità del classico attraverso le immagini delle opere di Canova. La mostra si tiene in concomitanza con il lancio del quarto e ultimo volume del progetto editoriale, edite da 5 Continents Editions e accompagnate da testi di Vittorio Sgarbi, che si conclude dopo tre anni di intensa attività fotografica. Il terzo volume, è stato insignito della medaglia d’oro come miglior libro d’arte dall’ICMA – International Editorial-Design & Research Forum.

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    Il fascino brutale della guerra nelle foto di Micalizzi

    Le immagini della guerra sono delle rappresentazioni visive che ci mostrano un lato oscuro dell’umanità, fatto di violenza, dolore e distruzione. Tuttavia, anche di bellezza. È questo il punto di partenza della mostra fotografica del fotogiornalista Gabriele Micalizzi, intitolata A KIND OF BEAUTY presso la galleria 29 ARTS IN PROGRESS fino al 28 giugno 2024. Curata da Tiziana Castelluzzo, riunisce fotografie dal bianco e nero stampate ai sali d’argento al colore, sapientemente selezionate dai negativi conservati nell’archivio dell’artista.

    foto Gabriele Micalizzi
    © Gabriele Micalizzi – Bright Darkness, Sirte, Libya, 2016 – Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery_WEB

    Il percorso espositivo raccoglie gli scatti più significativi che ritraggono i principali teatri degli scontri dell’ultimo ventennio, partendo dalle rivoluzioni arabe, passando dai conflitti mediorientali contro il califfato ed arrivando fino all’odierna Ucraina e Palestina. Le fotografie di Micalizzi sono intense e strazianti, mostrano la sofferenza e la disperazione di chi vive in prima persona la guerra, ma allo stesso tempo sono intrise di una bellezza evocativa e struggente.

    foto Gabriele Micalizzi
    © Gabriele Micalizzi – Manifesto, March of Return, Gaza, 2018 – Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery_WEB

    Le immagini catturano momenti di tensione e di paura, ma anche di coraggio e di speranza. La brutalità dei combattimenti si mescola con la poesia delle scene di vita quotidiana, creando un contrasto tanto affascinante quanto inquietante.
    Gabriele Micalizzi, nato a Milano nel 1984 a Cascina Gobba, quartiere complicato negli anni ‘90, ha da sempre avuto una spiccata sensibilità, sfociata poi in una forte passione e predisposizione per le arti visive, dapprima per i graffiti e i tatuaggi e poi per la fotografia ed i video. La sua prima esperienza in guerra come fotoreporter è stata all’età di 23 anni, in Afghanistan (accompagnato dall’esercito italiano e francese), seguita poi da un viaggio in Thailandia durante i disordini creati dalle Camicie Rosse nel centro di Bangkok, dove capisce che la sua vocazione è quella del fotoreporter, dopo aver immortalato un ragazzo ferito affianco a lui da una bomba a mano. Le fotografie di Micalizzi sono intense e strazianti, mostrano la sofferenza e la disperazione di chi vive in prima persona la guerra, ma allo stesso tempo sono intrise di una bellezza evocativa e struggente. Le immagini catturano momenti di tensione e di paura, ma anche di coraggio e di speranza. La brutalità dei combattimenti si mescola con la poesia delle scene di vita quotidiana, creando un contrasto affascinante e inquietante.

    foto Gabriele Micalizzi
    © Gabriele Micalizzi – Only God, Sirte, Libya, 2016 – Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery_WEB

    Attraverso il suo lavoro, Micalizzi ci invita a riflettere sulle contraddizioni dell’umanità, sulla sua capacità di creare bellezza e orrore, di distruggere e di costruire. Ci ricorda che la guerra è una ferita aperta nel cuore dell’umanità, ma che anche da essa può nascere una forma di bellezza crudele e struggente. La mostra “A kind of Beauty” ci ricorda che le immagini della guerra possono essere ambigue e discordanti, scisse tra la bellezza e l’orrore, ma che è proprio in questa contraddizione che risiede la forza e la potenza dell’arte fotografica. Le fotografie di Micalizzi sono un invito a guardare oltre la superficie, a cogliere l’anima delle cose, a confrontarci con la complessità e l’ambiguità del mondo che ci circonda. E in questo confronto, forse, possiamo trovare una forma di redenzione, una speranza di rinascita.

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    L’errore di Sestini e lo sciacallaggio fotografico

    Il caso della fotografia di Sofia Goggia scattata da Massimo Sestini, utilizzata da Sette come copertina dell’ultimo numero, ha suscitato e continua a suscitare molte discussioni. Sestini ha espresso le sue scuse via social, ma ha anche cercato, goffamente, di scaricare la responsabilità sul suo postproduttore.
    Da un lato è chiaro, lampante, innegabile l’errore commesso da Sestini, come anche è scorretto attribuire la colpa a un collaboratore. L’autore, in casi come questo, dovrebbe assumersi la responsabilità delle immagini che escono a sua firma, positive o negative che siano. Difficile trovare un post in cui, quando si vince un premio importante, si ringrazia tutto il team che ha collaborato. Molto più facile, quando si fa un passo falso, puntare il dito contro qualcun altro.
    Oltre a ciò, riemerge un problema evidente legato alla crisi dell’editoria. A volte ci si dimentica che questo settore, da oltre vent’anni, è sprofondato in una crisi che sembra non avere fine. Non ci sono più soldi. I limitati budget dei giornali si traducono in una ridotta qualità dei servizi, le redazioni sono poco fornite, spesso non qualificate e mal retribuite, quindi incapaci di garantire gli standard di un tempo. Questa condizione si riflette anche sui compensi dei fotografi, che a causa di pagamenti inferiori rispetto al passato tendono – in molti casi, non si parla di tutti – a sottostimare dei commissionati e quindi a consegnare fotografie pessime. In questo contesto il settore fotografico, in particolare, è in una condizione critica, con problemi finanziari e di formazione che minacciano la qualità del lavoro e alimentano un circolo vizioso di sottovalutazione delle commissioni e di produzione di risultati scadenti. Ciò che è accaduto su Sette è l’esatto verificarsi delle conseguenze di questo sistema disfunzionale.
    Fatta tutta questa ampia premessa, va considerato anche il tema della gelosia e dello screditamento sistematico, atteggiamenti molto cari al contesto della fotografia italiana. Sono tanti i fotografi, curatori e photo editor che in questi giorni hanno criticato ferocemente Sestini, con un atteggiamento che sembra più mosso dall’invidia che dalla volontà di fornire una critica costruttiva o un’analisi delle ragioni per cui si è verificato questo episodio imbarazzante. Sembra che molti non vedessero l’ora di poter attaccare un autore del suo calibro. Certo, l’errore di Sestini è evidente, così come lo è la sua arroganza nel declinarne la responsabilità diretta, tuttavia il mondo della fotografia italiana sembra essere affetto dalla patologia del perenne risentimento verso chi ha successo, una forma di sciacallaggio che attende con la bava alla bocca qualsiasi passo falso di un collega, per attaccarlo e demolirlo.
    Anche qui, come in tanti altri casi, vige la totale mancanza di spirito (auto)critico. Come a dire: tu occupi una posizione di privilegio non perché sei bravo, ma soltanto perché sei raccomandato, sei furbo e hai amicizie politiche. Io invece non riesco a sfondare non perché la mia fotografia è mediocre, ma perché non ho gli stessi tuoi agganci e raccomandazioni.
    D’altro canto risulta molto più semplice scrivere un post accalappia like che si scaglia contro il bersaglio della settimana (quesa volta è toccato a Sestini, la settimana prossima chi salirà sul patibolo?) piuttosto che provare a riflettere sul perché succedono queste cose.
    Fino a quando tutto il mondo della fotografia italiana non si impegnerà seriamente a costruire un sistema virtuoso, anziché indulgere in polemiche sterili, sarà molto difficile progredire. È necessario un cambio di mentalità, dove i professionisti del settore collaborino per promuovere una cultura del rispetto reciproco e della valorizzazione del lavoro.

    I migliori scatti di Comedy Wildlife Photography

    Gli animali sono creature straordinarie che, più spesso di quanto si creda, dimostrano di avere un senso dell’ironia ben sviluppato. La loro capacità di giocare con la realtà e di creare situazioni bizzarre e divertenti è un riflesso della complessità e della varietà del mondo animale.

    Alex Pansier, If Looks Could Kill. The Comedy Wildlife Photography Awards 2023

    Gli animali non solo ci insegnano ad essere più umili e aperti di fronte alla vita, ma ci mostrano anche che l’ironia è una delle armi più potenti per affrontare le sfide quotidiane con leggerezza e saggezza. In un mondo sempre più complesso e stressante, l’ironia degli animali ci ricorda che, anche nelle situazioni più difficili, possiamo sempre trovare un momento di divertimento e di leggerezza. E forse, imparando a guardare al mondo con gli occhi degli animali, possiamo diventare più aperti e, forse, più umani.

    Jo De Pauw. Hooded Capuchin, Oops, did I pick your candy? The Comedy Wildlife Photography Awards 2023

    Il famoso concorso fotografico Comedy Wildlife ha aperto ufficialmente le iscrizioni; raccogliendo foto e video divertenti sulla fauna selvatica. Quest’anno, in occasione del decimo anniversario del concorso, è stata annunciata la collaborazione con Nikon, uno dei marchi di macchine fotografiche più prestigiosi al mondo. Come ogni anno il Comedy Wildlife, sostiene un’organizzazione di conservazione sostenibile, il Whitley Fund for Nature (WFN).

    Timea Ambrus, Sleepy. The Comedy Wildlife Photography Awards 2023

    Le iscrizioni al concorso chiuderanno il 31 luglio 2024, con l’annuncio dei finalisti a settembre e dei vincitori a novembre. Per ulteriori informazioni, consultare il sito ufficiale.

    ‘Acqua Corrente’ racconta Villetta Barrea

    La storia di Villetta Barrea, borgo immerso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è indistricabilmente legata a quella della sua “Centralina”, come gli abitanti del posto chiamano la centrale idroelettrica. Costruita nel 1910, da diversi anni non era più in attività, il 30 marzo sarà nuovamente messa a regime grazie al progetto di EnergRed che, in dialogo con il Comune, renderà il paese di Villetta Barrea la prima “nZEC” d’Italia (Near Zero Energy Community). A corredare la sferzata del territorio abruzzese verso una maggiore sostenibilità ambientale ed economica il progetto fotografico Acqua Corrente, un racconto per immagini che non vuole tanto documentare la nuova vita della centralina, ma dare luce alle storie che gravitano attorno ad essa, quelle del territorio e quelle dei suoi abitanti. Le immagini di Simona Filippini, Yvonne De Rosa e Alfredo Corrao raccontano dell’acqua, del fiume che bagna il paese, senza, però, mostrare l’evidenza tangibile del suo percorso, rivelando, invece, come la sua presenza si sia insinuata nell’immaginario e nella cultura storica del borgo, con la stessa silente e carezzevole progressione con cui una leggenda orale si tramanda di generazione in generazione. Abbiamo fatto due chiacchere con Silvana Bonfili, autrice di uno dei testi di presentazione del libro.

    Rottami d’oro e d’argento. Totale Grammi 135 © Yvonne De Rosa

    Come è nato il progetto Acqua Corrente?
    Recentemente l’EnergRed, società che si occupa di energia green, ha progettato, insieme al Comune di Villetta Barrea, un piano di rimesso in uso della centrale idroelettrica del paese, costruita nel lontano 1910. Un progetto che permetterà di restituire la centralina ai villettesi grazie a un recupero che, oltre ai benefici ambientali ed economici, avrà un forte valore identitario e collettivo. La stessa EnergRed ha, poi, commissionato a Alfredo Corrao, Simona Filippini e Yvonne De Rosa il racconto del territorio e della sua storia, confluito nel progetto, diventato poi libro, Acqua Corrente. Il loro lavoro, però, non è stato quello di documentare la nuova vita della centralina, o la sua storia, ma come questo evento si sia potuto rifrangere sulla vita della popolazione, su quella del territorio e anche sul loro immaginario visivo, rendendo manifesto ciò che, effettivamente, non è visibile.

    Reciproco 2023 © Alfredo Corrao

    In che modo l’elemento dell’acqua si inserisce nella narrazione di Acqua Corrente?
    Al di là del titolo, e di qualche immagine in cui compare figurativamente, l’acqua a cui fa riferimento il progetto è qualcosa di simbolico, piuttosto che un dato oggettivo, è un concetto. L’acqua è fonte di vita e lo scorrere è qualcosa che attraversa lo spazio e il tempo. Nei lavori dei fotografi viene manifestato un concetto di “tempo” che scorre nelle fasi della nascita, della vita e della morte. In effetti, questo si rivela soprattutto nei progetti di Yvonne De Rosa e Alfredo Corrao, invece, nel lavoro di Simona Filippini il tempo è inteso come sguardo rivolto al futuro, alle nuove generazioni di Villetta Barrea. L’acqua corrente è il simbolo di ciò che scorre nelle vite degli abitanti, il loro presente, il loro futuro, ma anche il passato, la loro storia.

    Rottami d’oro e d’argento. Totale Grammi 135 © Yvonne De Rosa

    Ci racconti nello specifico i tre lavori?
    Rottami d’oro e d’argento. Totale Grammi 135 di Yvonne De Rosa è un lavoro molto poetico e concettuale, che riporta la storia del territorio ad un’ambientazione quasi fiabesca, sospesa nel tempo. Il racconto di Yvonne si focalizza, specificatamente, sulla storia delle donne del paese, sulla transgenerazionalità territoriale, sulla rappresentabilità dei costumi e dei riti che si tramandano dalla popolazione anziana a quella giovane, che uniformano, in questo modo, il tempo in una narrazione identitaria. Il suo lavoro trae ispirazione da una storia realmente accaduta a Villetta Barrea: le donne del paese, durante la guerra, con gli uomini impegnati al fronte, per salvare la popolazione rimasta dalla fame, organizzarono una colletta e donarono tutti i loro averi. Questi oggetti donati rappresentano non solo un contributo materiale, ma anche un simbolo della generosità e del sacrificio delle donne per il bene del loro paese, evidenziando l’importanza di preservare e mantenere vive le tradizioni e il patrimonio culturale e storico di una comunità. L’immaginario di Reciproco di Alfredo Corrao, invece, risuona di un bianco e nero contrastato, che lo allontana da una documentazione realistica e oggettuale. Corrao dà seguito a una forma di astrazione del paesaggio abruzzese in un lavoro concettuale, seguendo l’influenza di una certa fotografia etnografica e antropologica. Inoltre, Reciproco è una narrazione sul territorio, sulla sua storia e le sue tracce, che avanza, immagine dopo immagine, secondo un meccanismo di assonanze, che frammentano la realtà. In un unico racconto visivo e archetipico l’autore inserisce, ad esempio, la foto di una macina di ferro consumata, il volto di una persona anziana delineato da rughe profonde e le radici di un albero che escono dal terreno.

    Quatran, Via Roma, Villetta Barrea 2023 © Simona Filippini

    Simona Filippini, invece, con Quatran, si discosta dallo sguardo rivolto alla memoria del territorio di Corrao e De Rosa, vero? 

    Quatran, in dialetto abruzzese, significa “ragazzi” e Simona si differenzia dagli altri due autori proprio per la direzione del suo sguardo, che invece di cogliere, come per Corrao e De Rosa, il passato e la memoria del territorio e della sua popolazione, vuole raccogliere il patrimonio e le storie della gioventù di Villetta Barrea, progettando con alcuni di loro un racconto fotografico partecipato. Il lavoro di Simona Filippini sintetizza quello che per me è una “commissione contemporanea”, che coinvolge attivamente il territorio, i suoi abitanti, in modo da far emergere il profondo senso di comunità. In dialogo con la sua macchina fotografica, lei stessa, come fotografa, si rende medium per cercare di trasferire allo spettatore l’essenza collettiva della popolazione di Villetta Barrea, la compattezza della loro storia collettiva. Una parte importante del lavoro fotografico di Simona è, inoltre, il coinvolgimento specifico delle parti più fragili della società, come, ai giorni nostri, lo sono gli adolescenti, in bilico tra il passato e il futuro.

    Quatran, Villetta Barrea, 2023

    Sembra che l’elemento dell’acqua, figurativamente parlando, compaia in maniera più evidente nel lavoro di Simona Filippini. Perché?
    Probabilmente perchè l’acqua, il fiume, la centrale idroelettrica, e le storie a riguardo, impattano, concretamente, sulla vita dei ragazzi del borgo abruzzese. In loro, la presenza di quella che comunemente viene chiamata “La Centralina” è qualcosa di tangibile, che fa parte del loro immaginario, nei racconti ascoltati a casa dalla voce dei genitori o dei nonni, e anche del loro vivere quotidiano. Forse per questo motivo l’elemento dell’acqua, figurativamente parlando, appare più presente nel lavoro di Simona. Il suo lavoro ha un dialogo molto stretto con la contemporaneità e lo stato attuale delle cose, per questo motivo anche le sue immagino sono imbevute di un profondo realismo.

    ACQUA CORRENTE

    Fotografie di: Alfredo Corrao, Yvonne De Rosa e Simona Filippini
    Testi di: Silvana Bonfili e Chiara Capodici
    Commissionato da: EnergRed
    Prezzo: 25 euro
    Book design: Luigi Cecconi e Gabriele Savanelli
    Pagine: 227

    ‘Legacy’ di Helmut Newton alle Stanze della Fotografia di Venezia

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    Helmut Newton sbarca a Venezia con la più completa esposizione di opere che ripercorrono la sua intera vita umana e lavorativa. La retrospettiva Helmut Newton. Legacy, dal 28 marzo al 24 novembre 2024 alle Stanze della Fotografia, è curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation, e da Denis Curti, direttore artistico de Le Stanze della Fotografia.

    Helmut Newton. Rue Aubriot, Yves Saint Laurent, French Vogue. Paris, 1975 © Helmut Newton Foundation

    Sospesi tra acqua e cielo, gli scatti di Newton a Venezia enfatizzano ancora di più lo stile elegante e audace del fotografo. L’esposizione racconta la carriera di un protagonista del Novecento che ha lasciato un segno nella moda – come dimostrano le collaborazioni con la rivista Vogue e con stilisti quali Yves Saint Laurent, Karl Lagerfeld, Thierry Mugler e Chanel – ma anche nel nuovo modo di approcciarsi al nudo femminile, testimoniato nel suo celebre Big Nudes. Il libro cult del 1981 raccoglie i 39 scatti in bianco e nero, molti presenti in mostra, pionieri di una frontiera della fotografia non ancora esplorata, quella della gigantografia e degli scatti a grandezza umana.

    Elsa Peretti as a Bunny, New York 1975

    «Il suo passaggio in Laguna è documentato più volte, come si potrà vedere nel servizio per la rivista Queen del 1966 o nel ritratto ad Anselm Kiefer, immortalato in un affascinante palazzo sul Canal Grande. Dopo aver abitato in Australia e negli Stati Uniti, Newton si stabilisce in Europa, prima a Parigi e poi a Monte Carlo intensificando le sue visite a Venezia».

    Matthias Harder, curatore e presidente della Helmut Newton Foundation

    Helmut Newton. American Vogue. Paris, 1974 © Helmut Newton Foundation

    L’eredità di Newton è raccontata in sei capitoli cronologici: gli esordi degli anni Quaranta e Cinquanta in Australia, gli anni Sessanta in Francia, gli anni Settanta negli Stati Uniti, gli Ottanta tra Monte Carlo e Los Angeles e i numerosi servizi in giro per il mondo degli anni Novanta.

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    ‘Industrials’ di Campigotto in mostra a Milano

    Le immagini di Campigotto rappresentano molto più di semplici macchinari e luoghi legati alla produzione; sono testimonianze di un mondo in continua evoluzione, dove il passato e il presente si intrecciano in un’unica visione poetica e suggestiva. Il processo creativo dell’artista sembra essere profondo e sedimentato nel tempo, un lavoro continuo di ricerca e perfezionamento per rivelare la vera essenza di ciò che viene fotografato. Successivamente, ogni singola immagine viene sottoposta ad un lungo processo di editing per far emergere non tanto l’oggetto o il paesaggio fisico, ma piuttosto la sua interpretazione.

    Industrials, Luca Campigotto
    Industrials, Luca Campigotto

    I macchinari diventano quasi degli esseri viventi, delle entità aliene che dominano il loro territorio con potenza e maestosità, mentre i porti di Venezia e Genova appaiono come delle cattedrali moderne, dove tutto si ferma in un momento di silenziosa contemplazione. L’uomo, l’artefice di tutto ciò che vediamo, è assente ma la sua presenza si avverte forte e tangibile in ogni dettaglio immortalato dal fotografo. Le ciminiere, i serbatoi, gli ingranaggi rappresentano il cuore pulsante della produzione industriale, un mondo affascinante e spesso misconosciuto che viene portato alla luce attraverso uno sguardo attento e sensibile; e ci ricorda quanto siamo capaci di creare e trasformare il nostro ambiente.

    Industrials, Luca Campigotto
    Industrials, Luca Campigotto

    La mostra all’interno degli spazi della galleria d’arte Frediano Farsetti, che presenta fotografie realizzate tra il 1997 e il 2023, è articolata su tre livelli: Il piano terra della mostra indaga ciminiere, serbatoi, ingranaggi trasportando lo spettatore all’interno, letteralmente, dei luoghi della produzione. Il secondo piano esplora diversi contesti produttivi mentre il terzo piano è dedicato a Genova e Venezia.

    Marghera 2006, Luca Campigotto
    Marghera 2006, Luca Campigotto

    Luca Campigotto è nato a Venezia nel 1962 e vive a Milano e New York. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Moderna, con una tesi sulla letteratura di viaggio nell’epoca delle grandi scoperte geografiche, si è dedicato alla fotografia di paesaggio, realizzando progetti in tutto il mondo. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Hemingway per il miglior libro fotografico.

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    Photo Grant di Deloitte 2024

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    Dal 4 marzo 2024 sul sito deloittephotogrant.com è disponibile il bando per partecipare alla seconda edizione del Photo Grant di Deloitte, il grant fotografico internazionale promosso da Deloitte Italia con il patrocinio di Fondazione Deloitte e in collaborazione con 24 ORE Cultura, la direzione artistica di Denis Curti e il team di Black Camera. Dopo Connections, oggetto della prima edizione del Photo Grant di Deloitte del 2023, il 2024 è l’anno dedicato alle Possibilities.

    Deloitte, Photo Grant

    Quest’anno, infatti, fotografe e fotografi sono chiamati a guardare al futuro con l’obiettivo di cogliere le possibilità di cambiamento e di trasformazione che il tempo presente, personale e storico, ci presenta.  La parola Possibilities invita a riflettere sul potere delle scelte che ognuno di noi, singolarmente e come parte della società e dell’umanità intera, può prendere. Come singoli individui ci troviamo di fronte a un’infinità di possibilità, alcune delle quali potrebbero cambiare il corso della nostra esistenza, definendo il nostro destino. Ma l’umanità stessa è un palcoscenico di possibilità infinite. Attraverso i secoli, abbiamo assistito a un’espansione senza fine delle nostre conoscenze, delle nostre capacità e delle nostre aspirazioni. Tuttavia, con questa crescita è giunto anche il peso delle responsabilità e delle sfide globali. Il grant fotografico di Fondazione Deloitte vuole essere uno stimolo nel fronteggiare il panorama delle possibilità per il genere umano nel suo complesso, a stimolare la scelta di agire, ma anche di rinunciare, per plasmare un futuro migliore, più equo e sostenibile. Compito delle fotografe e dei fotografi che parteciperanno al Photo Grant di Deloitte sarà quello di esortarci a riflettere sulle molteplici direzioni che ognuno di noi potrebbe intraprendere nella propria vita. Ogni scatto rappresenta in sé una finestra aperta verso un mondo di possibilità creative: attraverso la lente delle macchine fotografiche è possibile catturare non solo la realtà visibile, ma anche le sfumature dell’immaginazione umana.

    Newsha Tavakolian, vincitrice dell’edizione 2023

    Il vincitore/ la vincitrice si aggiudicherà un contributo in denaro e la realizzazione di una mostra, nello spazio Mudec Photo del Museo della Culture di Milano, oltre alla pubblicazione di un catalogo edito da 24 Ore Cultura. Il Photo Grant di Deloitte è strutturato in due categorie: Segnalazioni e Open call. Nella prima – dieci personalità operanti nel mondo della produzione culturale internazionale, denominati Segnalatori – candideranno due lavori fotografici inediti ciascuno, composti da almeno 40 immagini, realizzati da un fotografo a loro discrezione. Tra i segnalatori figurano Luisa Bondoni, Paul Ninson, Menno Liauw, Gonzalo De Benito, Laura Sackett, Veronica Nicolardi, Roger Ballen, Francois Hebel, Pierre Andre Podbiesky, Toni Torinbert.

    Newsha Tavakolian e Fernanda Liberti

    Una giuria – composta da critici, fotografi professionisti, direttori di musei, fotoeditor, galleristi – sceglierà il vincitore della seconda edizione del Photo Grant di Deloitte, che sarà premiato con una personale al Mudec – Museo delle Culture di Milano, a dicembre 2024, accompagnata da un catalogo edito da 24 ORE Cultura, nonché con un contributo in denaro di €40.000.  Nella giuria figurano Guido Borsani (Presidente Fondazione Deloitte), Antonio Carloni (vicedirettore Gallerie d’Italia), Melissa Harris (editor-at-large di Aperture Foundation), Nicolas Jimenez (photoeditor di LeMonde), Renata Ferri (photoeditor RCS), Claudio Composti (curatore), Erik Kessels (curatore), Newsha Tavakolian (fotografa e vincitrice dell’edizione 2023 del Photo Grant di Deloitte), oltre al conservatore del Mudec, Sara Rizzo, e al presidente di giuria, Denis Curti.

    Renata Ferri, Denis Curti, Newsha Tavakolian, Fernanda Liberti, Fabio Pompei, Guido Borsani

    La seconda categoria prevede un Open call aperta, dal 4 marzo al 30 giugno 2024, per i fotografi sotto i 35 anni, che dovranno presentare un’idea progettuale sul tema del premio, descritta sia nei suoi contenuti che nei suoi costi di realizzazione. I partecipanti dovranno inoltre inviare un portfolio di dieci immagini inerenti al progetto o ad altri lavori a loro scelta. Chi si aggiudicherà questa sezione otterrà una menzione all’interno della rassegna dedicata al vincitore di Segnalazioni. Riceverà inoltre €20.000 per la realizzazione della sua idea progettuale e la mostra dedicata al progetto verrà realizzata in occasione della edizione successiva del Photo Grant.

    Tutte le informazioni per partecipare sono su: www.deloittephotogrant.com

    Black Camera Podcast – Giorgio Galimberti

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    In questa puntata del podcast di Black Camera l’ospite Giorgio Galimberti racconta ad Alessandro Curti e Alessio Fusi la sua esperienza di fotografo e autore. Dalle prime esperienze ai progetti personali, un viaggio che abbraccia metafisico, ombre lunghe, bianchi e neri contrastati e atmosfere sognanti.

    Giorgio Galimberti nasce a Como il 20 marzo 1980. Attraverso la sperimentazione del bianco e nero perfeziona i suoi gusti e, memore della lezione dei grandi maestri della fotografia, si avvicina a una visione del mondo incentrata prevalentemente sugli effetti della luce sui corpi e sui paesaggi urbani, riprendendo alcuni elementi tipici della street photography e rielaborandoli in funzione di un linguaggio fotografico moderno e narrativo che unisce agli scorci di vita quotidiana le visioni sospese dell’architettura urbana, con uno stile fortemente personale e riconoscibile. Numerose le sue partecipazioni a mostre personali e collaborazioni con importanti gallerie d’arte Italiane e internazionali.

    Fotografie dell’allestimento: © Caterina Righetti

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    Ernst Scheidegger: faccia a Faccia con il Novecento

    Il fotografo Ernst Scheidegger, (Rorschach, 1923 – Zurigo, 2016), ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia con i suoi ritratti d’artista iconici e le sue immagini sociali e poetiche. Come fotoreporter ha documentato gli abitanti dell’Europa devastata dalla guerra, l’autore ha catturato la bellezza e la sofferenza del suo tempo attraverso la lente della sua macchina fotografica. Il MASI Lugano apre la sua stagione espositiva del 2024 con un omaggio all’artista svizzero.

    Mostra Ernst Scheidegger MASI Lugano
    Ernst Scheidegger
    Uomo con bambina, Valle Verzasca
    ca. 1955 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich

    La mostra, visitabile fino al 21 luglio 2024, Faccia a Faccia. Giacometti, Dalí, Miró, Ernst, Chagall. Omaggio a Ernst Scheidegger. presenta oltre cento immagini dell’autore, dalle sue prime opere giovanili degli anni ’45-’55 ai celebri ritratti d’artista commissionati a partire dagli anni ’50. L’evoluzione della sua produzione artistica rivela un passaggio dai primi lavori caratterizzati da un accentuato sguardo sociale e poetico, a ritratti d’artista eleganti e calcolati che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

    Mostra Ernst Scheidegger MASI Lugano
    Ernst Scheidegger
    Alberto Giacometti dipinge Isaku Yanaihara nel suo studio parigino
    1959 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich; works Alberto Giacometti © Succession Alberto Giacometti / 2024, ProLitteris Zurich

    Il cuore del percorso espositivo è costituito dai ritratti d’artista realizzati dal fotografo su commissione, che rappresentano un vero e proprio “faccia a faccia” con le personalità più importanti dell’arte del Novecento. Un dialogo silenzioso che si sviluppa tra le immagini fotografiche e le opere degli artisti immortalati, creando un’atmosfera suggestiva e intensa. Una sezione speciale della mostra è dedicata al legame intimo con Alberto Giacometti, amico di lunga data dell’artista. Inoltre, viene presentato il cortometraggio Alberto Giacometti, realizzato da Scheidegger in collaborazione con Peter Münger tra il 1964 e il 1966, che permette di approfondire la relazione tra i due artisti. Un’occasione unica per immergersi nell’universo artistico di Ernst Scheidegger e per apprezzare il suo contributo alla storia della fotografia e dell’arte del XX secolo.

    Mostra Ernst Scheidegger MASI Lugano
    Ernst Scheidegger
    Allieva della scuola di danza di Madame Rousanne, Parigi
    ca.1955 © Stiftung Ernst Scheidegger-Archiv, Zürich

    In occasione della mostra è stato pubblicato, ad ottobre 2023, il volume Ernst Scheidegger. Fotograf con testi di Tobia Bezzola, Philippe Büttner, Alessa Widmer ed Helene Grob. Edizione tedesca e inglese Scheidegger & Spiess, edizione italiana Edizioni Casagrande Bellinzona.

    MASI LUGANO